Intervista a Piero Angela

Piero Angela
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Ho avuto la fortuna di incontrare un vero e proprio signore della cultura. Quante interviste avrà concesso Piero Angela nella sua carriera? Eppure quando mi siedo di fronte a lui è il primo a ringraziarci per poter condividere il suo pensiero con i lettori di Mangialibri. Affabile e gentilissimo, risponde alle mie curiosità, deve partecipare ad una conferenza e ricevere altri giornalisti eppure è rilassato e mi concede tutto il tempo di cui ho bisogno. Chapeau!


 

 

Perché dobbiamo fare più figli non è solo il titolo del tuo ultimo libro, ma anche un'esortazione importante in questa Italia a crescita zero. Perché?

È il punto di arrivo di un ragionamento non è semplicemente un ‘crescete e moltiplicatevi’. C’è un dato che chiarisce perfettamente questa situazione: all’inizio del '900 gli italiani avevano quattro figli e mezzo in media a testa, negli anni Trenta tre, negli anni Settanta due, oggi uno virgola due. Se tu prendi un mazzo di carte da settantadue e le smazzi tre volte passi a 26 a 13 a 6: se continuassimo col trend attuale nell’arco di tre generazioni le nascite si azzererebbero. Sicuramente inquineremo meno, avremo più case libere ecc, ma aumenterà il numero delle persone anziane. Oramai l’età media della popolazione è cresciuta sensibilmente e le persone anziane sono sempre di più. La fascia dei produttori di reddito sta diventando sempre più esigua e bisognerà pensare non più alle pensioni, ma anche alle persone che avranno bisogno di assistenza, in pratica crescerà la clientela della Sanità. Oggi una persona di sessantacinque anni costa tre volte di più di una persona giovane. Per questo è importantissimo arrivare alla vecchiaia in buona salute e quindi prevenire la malattia attraverso una vita regolata, con molto esercizio fisico e una buona alimentazione.

 

Da sempre sei seguito fedelmente da un nutrito pubblico di lettori: ti sei mai chiesto le ragioni di tanta simpatia?

Io mi baso su dei dati ben accertati, fonti attendibili, e le persone lo percepiscono, sentono che il lavoro che io con la mia equipe stiamo facendo è un lavoro serio, senza posizioni particolari da difendere, né personali né politiche né di altro tipo. Cerchiamo di valutare in modo razionale quali sono i problemi da affrontare e farlo in modo chiaro. Il pubblico capisce cosa stiamo facendo, cerchiamo di trasmettere tutto con semplicità e competenza.

 

Perché tanta diffidenza nel pubblico e nei mass-media rispetto all’esperimento al CERN di Ginevra? Si è scomodata persino la fine del mondo...

Ogni volta che si vanno a toccare argomenti che hanno a che fare con l’atomo la gente si spaventa, giustamente pensando alle bombe atomiche e molto meno giustamente pensando alle centrali nucleari: ce ne sono 440 funzionanti e non è mai successo niente. Chernobyl non è stata un incidente, ma un esperimento folle per il quale sono stati anche condannati i responsabili. La paura dell’atomo, delle radiografie, della radioattività in generale ha molto a che fare con l'irrazionalità… quello che stanno facendo a Ginevra non è altro che riproporre quello che nell’universo avviene diecimila miliardi al secondo di volte, se fosse pericoloso credo che saremmo stati inghiottiti già infinite volte da buchi neri. A chi mostra questi timori io faccio notare che a Ginevra lavorano 2000 fisici con le proprie famiglie: non credo che se fosse così pericoloso ci starebbero…

 

In tanti anni hai trattato nei tuoi libri tantissimi argomenti: di cosa ti piacerebbe ancora parlare?

Io ho scritto 33 libri su argomenti tutti diversi e questo riflette due cose: principalmente intanto la curiosità di fare sempre cose nuove, e poi il piacere di vedere come alla fine tutte queste cose sono collegate. Ogni argomento dice sempre qualcosa in più sul precedente così da comporre un mosaico che permette di capire meglio il mondo, è una rete nella quale ogni cosa assume via via più significato. Forse l’unico rimpianto è proprio quello di non poter leggere e scrivere tutti i libri che vorrei.

 

Forse non tutti sanno che sei un bravo pianista e un grandissimo appassionato di musica. A che punto è la divulgazione della cultura musicale in Italia?

Nel nostro paese la musica classica e il jazz sono considerate due forme 'nobili' della musica , ma vengono però trascurate. Anche per quiesto cerchiamo sempre di inserirla nelle nostre trasmissioni. Oggi l’educazione musicale nelle scuole è carente, ed è un peccato perché invece la musica è un piacere che continua tutta la vita, è un interesse che rimane, che arricchisce, che serve anche nel mio lavoro. Cerco sempre una musicalità interna nelle mie trasmissioni, una musicalità fatta di crescendo e diminuendo, di pause, di ritmi, di silenzi. La musica aiuta sempre. C’è un fatto che mi ha molto colpito: Federico Confalonieri, che è il presidente di Mediaset, si è diplomato alcuni mesi fa in pianoforte e trovo che sia una cosa incredibile che una persona piena di grane, di impegni e responsabilità trovi il tempo anche per studiare un po’ e trovarsi a settant’anni diplomato al Conservatorio. So che l'ex Ministro dell’Università e della Ricerca Luigi Berlinguer porta avanti in Parlamento un progetto di legge che io ho appoggiato per diffondere la musica nelle scuole e questo credo che dovrebbe poter andare avanti. Nella scuola si vuol mettere di tutto, ma dovremmo fare anche cose che si fanno per il piacere di farle. Ero a Miami qualche anno fa per Capodanno e c’era una sfilata di carri allegorici capeggiata da Bob Hope, il famoso attore comico americano, e quello che mi ha stupito è che sono sfilate una sessantina di scuole ognuna con la propria orchestra di cento elementi, ogni scuola aveva la sua orchestra. Io quando ero al liceo avevo compagni che suonavano, oggi è più raro: la televisione, l’informazione in generale fanno troppo poco per diffondere questo piacere per la musica.

 

 

 

 
 
 
 
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