Intervista a Pietrangelo Buttafuoco

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Ammaliato dal giogo della politica – per discendenza, appartenenza e iscrizione – Pietrangelo Buttafuoco è un sincero paladino della scrittura. Attraverso le sue parole e opere cerca con successo di costruire un ponte saldo tra ciò che pensa e quello che dice, scrive e omette. Questo colore del suo carattere, si capisce bene, lo fa risaltare come una vivida eccezione. E nonostante serva semplicemente a confermare una bolsa e imprigionante regola, quella che ci vede relegati nel mare magnum dell’idiozia, ha l’immenso pregio di dare lustro a un personaggio iperbolico e che, nella sua pacatezza, si presenta agguerrito combattente. Calato profondamente nell’uso giusto della lingua italiana, quella abbellita dal tono cadente della poesia e dall’effetto delle parole, Buttafuoco non ha timore di apparire rude nell’esposizione delle sue idee. Che si parli d’amore o di economia, ha sempre un unico obiettivo. Seguire la via più corta e giusta, quella che, dopo le parole, dovrebbe condurre irrimediabilmente all’azione.




Questo tuo Il lupo e la luna è un “cunto”, esattamente come l’Iliade e l’Odissea. O no?
Questo perché c’è una musicalità, un ritmo. È un libro da leggere ad alta voce. Nel suo incedere si ritrova l’eco della cantilena, tant’è che potrebbe addirittura essere letto per fare addormentare i bambini. Inoltre ho inserito nell’intreccio le figure primarie del racconto classico: l’eroe; una madre alla quale ho affidato il compito di non piangere mai, una madre forte e autoritaria; una balia e un cameriere; i fratelli dell’eroe. E anche tutti gli antagonisti tipici, quali il sultano e il visir, tutta la gerarchia del potere orientale.

 

Chi è il lupo e come agisce all’interno della narrazione?
Il lupo è un tentatore irreparabile, genera amore. Come il vero lupo graffia e avvinghia. Cattura e abbraccia la luna in quello che è un rapimento d’amore. Sullo sfondo scenico di Palermo, la città delle duecento moschee, diviene consapevole della sua natura animalesca osservando la dama di cui si è innamorato. Sono stato aiutato, nel raccontare questo suo stato d’animo, proprio dalla tecnica del “cunto”, che concede alla narrazione un portamento recitato e scandito. La parola che cerco di trasmettere arriva al lettore con tutti i suoi profumi e le immagini che evoca. È una tecnica tipica anche del teatro di strada e devo ammettere che, sotto sotto, utilizzarla è stato un aperto omaggio alla mistura della commedia e della tragedia all’italiana di cui Franchi e Ingrassia sono stati strenui portavoce.

 

È un mondo duro e violento quello che racconti, fondato però su alti valori. Rispetto al nostro, è da considerarsi comunque un mondo serio?
Assolutamente sì, perché pone le proprie fondamenta su un’esigenza. Sono problemi fattuali quelli che devono avere soluzione. Parlo delle eterne lotte tra Cattolici e Ottomani e degli scontri tra i casati. La guerra in sé è un problema fattuale. Il compito che viene affidato ai risolutori è quello di combattere e difendere l’onore del casato. In nessun modo deve subire una macchia e propugnatrice di questa legge è una donna, la madre, che la impone a tutti i suoi figli. Oggi, al contrario, preferiamo fermarci all’atto della parola. I fatti non vengono mai contemplati, tanto meno raggiunti. Non esistono più tregue, ma solamente processi. La guerra stessa è un processo, si combatte per processare i colpevoli. A Messina, invece, come racconto nel libro, venne dichiarata una resa temporanea. È il motivo scatenante potrà sembrare addirittura stupido: la celebrazione di un periodo di festa. Per tre giorni settanta galee si fermarono davanti al porto di Messina, vennero capovolte nell’acqua per essere pulite e preparate ai festeggiamenti. Come vuole l’etichetta ottomana, il porto venne adornato di fiaccole e tulipani. I nemici, per l’occasione, rinfoderarono i rancori e si abbandonarono agli abbracci. Oggi atteggiamenti del genere non sono più possibili. Un tempo si coltivava il senso della parola, perché garantiva il sentimento e la pace.

 

Come l’Italia, anche la Turchia, nuova potenza mondiale, si affaccia su quel mare che tanto ti appassiona. Qual è la tua posizione in merito al conflitto tra Occidente e Islam?
Tra odio e intransigenza c’è profonda ignoranza, io per primo ricado ancora in questo cliché. Sono convinto che il futuro dei nostri figli possa essere garantito solamente dai rapporti geopolitici. La Turchia, ogni anno, incrementa il proprio prodotto interno lordo di quindici punti. Qui in Italia pare che nessuno se ne renda conto e non a caso i turchi hanno smesso del tutto d’interessarsi al loro ingresso nell’Unione Europea. È uno stato che cammina su gambe forti, basta pensare alla solidità delle banche e di aziende quali la Turkish Airline. Non è più la Turchia di Atatürk, ma un popolo che ha infine riscoperto la sua tradizione traendone una forza incredibile. Noi dovremmo fare lo stesso, riprendere la nostra cultura e il nostro commercio, seguendo le tracce di Marco Polo. Il premier turco Erdoğan non vuole più avere contatti con Berlusconi. Ma l’Islam, dobbiamo capirlo, è anche una nostra radice. Federico II di Svevia era un tedesco che si fece italiano per diventare arabo. Conosciuta in Germania e dimenticata in Italia, è invece l'opera di un poeta arabo siciliano proveniente da Noto, a cavallo tra undicesimo e dodicesimo secolo, Ibn Hamdis.

 

Qual è il futuro dell’Italia? Rimarrà un appendice dell’Europa o potrà appropriarsi di un ruolo centrale nel Mediterraneo?
C'è solo una strada da seguire, quella che conduce verso l'Eurasia. In questi luoghi possiamo riconoscerci e veniamo riconosciuti. Laggiù la lingua ha una profondità tale che addirittura Tito Livio e l'Eneide possono rispecchiarsi nella cultura asiatica. La via della seta è sempre stata materia commerciale ed è indubbio che l'Italia è avvantaggiata nella comunicazione con questi popoli. Parlo nello specifico di Russia e Cina, ma non solo. Dobbiamo riservarci il ruolo di primi interlocutori tra gli europei. Sotto questa luce la rivoluzione libica è stata una chiara occasione mancata. Siamo un popolo suddito e cieco. Non abbiamo alcuna sovranità politica, siamo una semplice estensione di chi governa.


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