Intervista a Pino Roveredo

Pino Roveredo
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Pino Roveredo, Trieste, classe 1954. Se la vita fosse una strada, la sua sarebbe forse una di quelle  strade panoramiche fatte di curve e controcurve, di salite e tratti poco rettilinei, quelle che però, arrivati in alto, regalano qualcosa di unico da vedere e permettono di spingere lo sguardo più in là. Prima che uno scrittore, Roveredo è un uomo che ha molto vissuto e che alla scrittura ha affidato il racconto delle sue cadute e rinascite. “Oggi – scrive – se qualcuno mi dice che la vita si vive una volta solo, io posso raccontare che no, la puoi fare girare anche due volte, sì, anche due volte”. Approfittiamo del suo ultimo libro per fare una chiacchierata con lui via Facebok.




Nel tuo Mio padre votava Berlinguer, in cui ripercorri momenti e aspetti importanti della tua vita in un intimo dialogo con tuo padre, il valore della memoria si salda con quello della scrittura. Qual è, per te, il valore del ricordo, della  memoria di chi ci ha preceduto?
Premetto che questo non è un libro nostalgico, ma soltanto la voglia di chi, costretto a vivere la pesantezza del presente, gira leggermente la memoria sul riposo del passato. La scrittura con mio padre, e il gioco dei ricordi è un ottimo pretesto per mantenere vivo il mio genitore con la scrittura leggera del... finché ti scrivo sei vivo.


Tu scrivi di aver fatto nella vita tutto ciò che bisognava, e non bisognava fare, ma di aver imparato anche il silenzio. Cosa ti ha insegnato il silenzio? Azione e silenzio: una conciliazione possibile? Necessaria?
Il silenzio è un privilegio che ho imparato dai miei genitori sordomuti, ed è un silenzio capace di pensare, osservare, riflettere, e di affrontare la pesantezza dei propri rumori. Un silenzio che mi ha permesso e permette di frequentare la pazienza dell'ascolto, e di usarla nel mio lavoro di operatore di strada, e anche nel piacere di fare l'autista di parole quando incontro e mi scontro con le storie degl'altri, e caricando le loro storie le trasporto su carta.


Che peso hanno avuto e hanno nella tua vita la letteratura e la scrittura?
La scrittura è stata sicuramente la mia salvezza. Io ho sempre scritto, anche prima di entrare nell'onore delle copertine, scritto come tutti quelli che scrivono per non scrivono un libro, ma usano la scrittura per piacere, bisogno fisico, o per riempire il nemico più grande del disagio, e cioè... Il "niente da fare". La lettura invece è una passione che è nata in carcere, a quel carcere a cui non devo mezzo virgola della mia salvezza. Ricordo ancora il primo libro, Cronache di poveri amanti, un piacere per gli occhi, una carezza al cuore...


La tua vita personale è passata attraverso l’esperienza in carcere, in manicomio (fra quelli che lo psichiatra Vittorino Andreoli definirebbe “i miei matti”), l’assistenza ai ragazzi di strada. Cosa ti rimane di quegli anni e di tanti incontri?
Mi rimane la meravigliosa forza della solidarietà. Solidarietà incontrata in carcere, negli inciampi della vita, e nei sostegni di chi deve patire un male di vivere. Mi rimane anche la straordinaria libertà dei cosiddetti "matti"... Ricordo Cecilia, donna vissuta per sessant'anni in manicomio, quando gli raccontai del trapianto al cuore, dicendogli che oggi tolgono l'organo malato e mettono quello sano, e lei con tutta la naturalezza del mondo mi chiese: Ma con il cuore mettono anche l'amore?... Ecco, noi, presunti sani, per tutte le barriere, muri e cancelli che portiamo addosso, probabilmente non ce lo saremo mai chiesti...


Il libro è dedicato ai tuoi due nipotini, Gianluca e Samuele. Qual è il mondo che vorresti per loro? Quale l’eredità più bella che gli adulti di oggi possono lasciare, per te, agli adulti di domani?
Oggi, con i politici che si permettono di pulirsi il culo con la bandiera italiana, con parlamentari che svendono l'ideale e il colore per un sottosegretariato, e con governanti che inseguono il potere egoista di un tornaconto, gli auguro di non perdere i valori. I valori che hanno fatto si che i nostri padri hanno potuto lavorare per il nostro futuro, mentre noi siamo costretti all'immobilità di una sopravvivenza. Oggi, il vecchio operaio, per paura di vedersi rubare il posto, non insegna più il mestiere al giovane. Oggi, per una fretta di vivere stiamo tagliando le estremità delle nostra società: da una parte snobiamo l'idea e la parola dei ragazzi, dall'altra castriamo la saggezza degli anziani nelle case di riposo. Ecco, allora per sfuggire da questo tempo che vuole i nostri figli tutti belli, forti e primi in classifica, auguro ai miei nipoti di arrivare con sudore e fatica quarantesimi, cinquantesimi... ma felicemente di arrivare.

I libri di Pino Roveredo

 

 

 

 
 
 
 
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