Intervista a Prem Shankar Jha

Prem Shankar Jha
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Arrivo di corsa dal Salone della Fiera del Libro di Torino nella hall di un grande hotel della città sabauda. Ho di fronte un luogo marrone-ovattato che mi suscita mutevoli stati d’animo. Mi avvicino  alla traduttrice e sul suo volto scopro un bel sorriso, io invece ho una doppia emozione in tasca: il piacere di intervistare uno tra i più grandi economisti mondiali e il timore dell’evento. Prem Shankar Jha è seduto poche poltrone più in là, è con un collega che lo intervista. Percepisco il suo tono pacato interrotto ogni tanto da un ampio sorriso che rivela nella sua semplice cornice tutta l’umanità di chi possiede una profonda conoscenza del mondo e delle cose. Pochi minuti e sono accanto a lui. E’ un uomo pieno, un contenitore che non perde mai acqua.

Da osservatore non occidentale, entrando nell’orbita economica europea, come vedi attualmente l’Italia?
Come intrappolata tra il fatto di aver perso il suo senso di appartenenza nazionale e l’incapacità di appartenere all’unica Unità rappresentata dall’Unione Europea. Con l’ingresso in Europa l’Italia ha perso la sua capacità e gli strumenti economici che aveva per gestire le sue differenze tra ricchi e poveri, tra le regioni più ricche e quelle più povere del paese. Allo stesso tempo non esiste attualmente un meccanismo all’interno dell’Unione Europea che sia effettivamente in grado di far fronte alle esigenze delle zone più povere e degli Stati più poveri.


Hai scritto che il capitalismo globale ha una profonda ferita al cuore:  il conflitto tra il progresso e il caos. Cos’è il caos? Quali sono le motivazioni di questa appariscente dicotomia? Esiste una via d’uscita?
L’unica via d’uscita è quella di cercare di combinare la crescente integrazione dell’Economia Globalizzata con una integrazione parallela di sistemi normativi politici. La globalizzazione economica ha portato a un aumento della produzione e dell’efficienza anche nell’uso delle risorse, attraverso la delocalizzazione delle imprese e l’informazione tecnologica avanzata. Tuttavia non ha tenuto conto dei conflitti tra le persone sia per il divario crescente tra le diverse fasce di reddito sia per la precarietà dell’occupazione. Sono questi gli effetti collaterali del capitalismo globale. Nel periodo dello Stato Nazione questa riconciliazione è stata attuata attraverso le tre fondamentali istituzioni dei sindacati, della democrazia, del Welfar-State con lo sforzo di evitare il conflitto. Ci sono state due ideologie laiche all’inizio del ‘900 che hanno tentato di sostituire il capitalismo: il comunismo e il nazionalismo. Entrambe hanno cercato di creare un nuovo sistema, ma sono risultate a tutti gli effetti esperienze fallimentari. L’alternativa va individuata nella possibile riconciliazione tra i vincitori e i vinti defluiti dal capitalismo globale per tentare di ridurre il conflitto endogeno e fisiologico. La stessa situazione si ripete tra gli Stati Nazione che continuano a combattere. Il ritmo lento di questo processo di riconciliazione è dovuto al fatto che l’integrazione a livello economico tra i Paesi è più veloce  del processo e dell’integrazione a livello politico. Quindi, economia e politica  non vanno di pari passo e le insidie sono sempre più gravi.


In cosa consiste il Commonwealth che lo Stato Nazione deve garantire?
Il Commonwealth è letteralmente il bene comune, è la volontà dei vari elementi coinvolti ad una resa di alcuni pezzi della sovranità nazionale a favore di una volontà sovranazionale nell’interesse di una riconciliazione tra Paesi poveri e Paesi ricchi. Questo “bene comune” sarà, dunque, garantito solo nel territorio di quei paesi che eserciteranno la volontà sovranazionale.


Quali sono le prospettive di successo o di fallimento dei Paesi emergenti, Cina e India, in questo contesto dicotomico e schizofrenico del mercato?
Sia la Cina che l’India affrontano un clima di incertezza. In Cina non ci sono le istituzioni per riconciliare un conflitto tra individuo e società e società e stato poiché manca un sistema elettorale e un sistema legale. Il partito ha il potere assoluto e la popolazione dà segni evidenti di insofferenza. In India esiste un sistema democratico che ha funzionato bene per riconciliare le differenze etniche e religiose tra le varie comunità. Tuttavia questo sistema non è in grado di trovare soluzioni ai conflitti in atto tra le classi con  il grave risultato che i contadini ricorrono alle armi.

 

 

 

 
 
 
 
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