Intervista a Riccardo Reim

Riccardo Reim
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Condensare una lunga e piacevole chiacchierata telefonica e ingabbiarla in una struttura da intervista classica non è né facile né forse garbato, ma tant'è.  Rimangono giocoforza fuori i riferimenti al Teatro - comune passione, certe frecciatine politically uncorrect a questo o quello, le maledizioni lanciate a Word 2007, gli inviti a cena in campagna. Ma non scappa invece il ritratto di un autore eclettico e raffinato. Eccolo.

Il tango delle fate nasce da un monologo teatrale: vuoi raccontarci il percorso un po' tortuoso di questo libro?
Vero, ma il monologo - intitolato "Caminito" - nasceva a sua volta da un'intervista contenuta nel mio libro-inchiesta I mignotti a un personaggio vero. Un po' del monologo nel romanzo è rimasto – magari con qualche cambiamento: sono i brani in corsivo. Anche l'idea di scrivere questo romanzo in realtà nasce tanti anni fa, poi le tante attività e le mille cose della vita hanno confinato il progetto in un cassetto, addirittura prima è capitata l'occasione di trarne un testo teatrale, come dicevamo. Però la voglia di farlo mi è rimasta dentro, ora sentivo che i tempi erano giusti, allora ho chiuso baracca e burattini per quattro mesi e l'ho scritto. E' stato molto faticoso, un abbraccio intenso ma anche un po' soffocante.
 
Quanto conta e quanto è contato il tuo fare Teatro nel tuo modo di scrivere?
Ho un approccio molto teatrale: mentre scrivo un romanzo lo dico, lo leggo ad alta voce – ecco il monologo che torna – un po' come fossero le prove di uno spettacolo teatrale. Del resto trovo coerente e giusto che il primo mestiere di una persona venga fuori, la tecnica di palcoscenico dà voce alla vicenda raccontata. Scrivere è voce, la voce diventa scrittura.
 
Leggendo il romanzo salta agli occhi l'uso quasi spregiudicato del linguaggio, con i salti continui da un idioma all'altro. Quanto questa Babele ti è stata funzionale a raccontare (o tentare di) l'io mutante della protagonista?
Ho sempre amato giocare con le parole, il suono è importante di per sé. E poi sono un abilissimo falsario, so scrivere in ogni stile, a comando. E mi piace farlo.
 
Da cosa nasce la tua passione per la letteratura ottocentesca soprattutto grandguignolesca?
Se guardi alla mia scelta di testi teatrali da mettere in scena vedi chiara in trasparenza questa mia voglia di scegliere sempre in contraddizione. Lo ammetto, faccio così anche nella vita: litigo soltanto con chi stimo! Questa varietà di interessi, questa curiosità, questa voglia di reinventarsi la metto anche nei gusti letterari. L'800 letterario italiano è stato sempre pressoché ignorato, eppure c'è molto da scoprire, autori e testi molto diversi da quelli che siamo abituati ad associare a quel periodo: non si può sempre stare a ciancicare cime tempestose e dottori Jekyll... Sì, e poi c'è la questione della fascinazione per il gotico, il grandguignolesco: ce l'ho anche in altri ambiti, per esempio la pittura. E lo ammetto, sono anche un amante del trash!
 
Esiste una cosa chiamata letteratura omosessuale, e se sì di cosa è fatta?
Guarda, non sono neanche più sicuro che esistano gli omosessuali, figuriamoci la letteratura omosessuale. E poi non credo che la scrittura abbia un sesso, o che debba averlo.
 
E la cosiddetta scrittura militante dove la mettiamo?
La militanza si fa con la vita, non con la scrittura. Una delle persone più militanti che conosco è Patty Pravo, che non scrive né canta cose militanti. Direi che è il caso di tornare alla sostanza, alla prassi quotidiana, basta con le cose tipo Gay Pride che finiscono sempre con quattro trans con gli ananas in testa.
 
I libri di Riccardo Reim

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