Intervista a Richard K. Morgan

Richard Morgan
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Il britannico Richard Morgan (col K in mezzo o senza, come preferite: sempre lui è) è un autore che negli ultimi anni ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel panorama della narrativa fantascientifica col suo ciclo di Takeshi Kovacs, sulle orme di William Gibson, e da poco - dopo qualche graphic novel tra le quali due dedicate al personaggio Marvel della Vedova Nera, Natasha Romanoff - è passato a un Fantasy decisamente innovativo. Non potevamo esimerci dall’approfittare della sua gentilezza e lo abbiamo intervistato via mail.




In quale genere letterario ti senti più a tuo agio? Fantascienza o Fantasy?
A essere onesti, non faccio distinzione tra i due generi. Ovviamente l'ambito è diverso e ci vuole un po' di tempo ad ambientarsi, a sincronizzare la tua velocità, se ti piace questa metafora. Ma una volta che viaggi alla velocità giusta, l'atto del raccontare in fondo è lo stesso, non cambia. Metterti a tuo agio con l'ambiente in cui devi inserire il tuo narrare è parte del lavoro.

Due romanzi da raccomandare a chi vuole avvicinarsi per la prima volta a Fantascienza e Fantasy?
Questa domanda è sfiziosa, perché soprattutto il Fantasy è un genere vastissimo, con una incredibile serie di varianti (alcuni potrebbero addirittura sostenere che la Fantascienza stessa sia una particolare sottosezione del Fantasy). Nel campo dell'Heroic Fantasy consiglierei senz'altro La spada spezzata di Poul  Anderson: è breve, selvaggio e mette in mostra il ventaglio dell'offerta alla perfezione, direi. Nel campo della Fantascienza, direi che William Gibson rappresenta un punto di partenza quasi obbligato, con Neuromante o forse Luce virtuale.


In Sopravvissuti, il personaggio di Ringil mostra due aspetti della sua personalità molto differenti: di primo acchitto sembra un uomo dissoluto e superficiale, vittima dei suoi istinti più bassi. Ma ad un livello più profondo troviamo un uomo incredibilmente forte e coraggioso, che si prende cura dei suoi amici ed è legatissimo alle sue origini. Come armonizzare le due facce della medaglia?
Beh, in effetti credo sia giusto definire Ringil un mix di tutti questi aspetti. Superficiale in un contesto, profondo in un altro; abbandonato ai nostri istinti più bassi delle volte, capace di fare sacrifici immensi altre volte. Davvero, non so se sarei in grado di scrivere di personaggi che non siano così ambivalenti, così sfaccettati. La maggior parte degli eroi reali hanno i piedi d'argilla - pensa a uomini come Che Guevara o Lawrence d'Arabia o persino Gandhi. Il punto è che è proprio questo che li fa umani e non cartoni animati. Ecco cosa trovo più interessante nella fiction, sia quella scritta da me che quella che seguo come lettore: cerco sempre le debolezze umane, le nostre contraddizioni. Perché è lì che si annidano la tragedia e la commedia che ci rendono quello che siamo.

 

I tuoi personaggi sono sempre verosimili, forti e socialmente borderline, decadenti ma leggeri. Chi sono gli eroi oggi?
Difficile da dire: "eroe" è un termine decisamente abusato. Esiste poi una enorme differenza tra il significato che nella cultura occidentale contemporanea si attribuisce alla parola e al concetto "eroe" e il significato classico, antico. Per fare un esempio, guardo in tv il volto di una qualsiasi madre somala che lotta per la sopravivenza del suo bambino contro fame e guerra e vedo una forza e un eroismo che mi travolge, mi porta sull'orlo delle lacrime. Ma questo tipo di eroismo non ha nulla a che vedere con l'idea di eroe che si aveva nell'antichità. Gli eroi classici sono di solito uomini valorosi e pericolosi, spesso esibiscono comportamenti aggressivi e non allineati: pensate ad Achille o Alessandro il Grande. Mi piacerebbe pensare che sia un canone dal quale ci siamo emancipati o ci stiamo emancipando, ma temo che sia presente nelle nostra memoria genetica: tutti noi amiamo gli sfoggi grandiosi e rumorosi di potere e di forza. E allora ditemi: chi è l'eroe, il soldato che con una mano sola riesce a sgominare una postazione di mitragliatrici nemiche da qualche parte in Afghanistan o Iraq, o quella madre somala?

 

In Sopravvissuti descrivi una società corrotta, primitiva e volgare, dilaniata da lotte di potere: cosa ti ha ispirato questa visione? E quali sono i cliché della società moderna che vorresti togliere di mezzo?
Per farla semplice, il mio scopo in Sopravvissuti e in tutta la trilogia è stato portare la sensibilità del noir in una vicenda Fantasy. Con quel tipo di sensibilità è arrivata anche una acida e cinica (ma credo onesta) consapevolezza dei limiti della politica e della società umane. Questo tipo di critica - che era radicale negli scrittori della tradizione noir americana come Chandler e Hammett - è passata poi nel primo movimento cyberpunk con William Gibson ed è più o meno da lì che l’ho presa in prestito per la mia Fantascienza e ora per il mio Fantasy. È un approccio che funziona alla grande in ogni contesto, perché gli ingredienti salienti della natura umana non cambiano. Il potere corrompe, il sesso e l’avidità sono lo sfondo principale dei nostri paesaggi sociali: non esistono buoni e cattivi in senso assoluto, solo mix incasinati di toni di grigio morali dai quali puoi trarre al massimo solo sottili frammenti di giustizia. È così anche nella società di Sopravvissuti, ma è così anche nella nostra società. Ho scritto in fondo di quello che vedo succedere attorno a me nel mondo di oggi per creare la complessità del mondo di Ringil, e questo perché voglio che la mia fiction sia viva e verosimile. Altrimenti per me non è buona fiction.

 

Definiresti cyberpunk la saga di Takeshi Kovacs? O c’è qualcos’altro, qualcosa di diverso?
Non sono sicuro che sia compito di uno scrittore definire il suo lavoro. Certamente i libri di Takeshi Kovacs  sono stati definiti cyberpunk, o più spesso post-cyberpunk, e non mi metterò a contestare questa definizione. William Gibson ha rappresentato l’unica vera influenza letteraria agli esordi della mia carriera, e se qualcuno pensa che io stia nella stessa squadra, beh mi sembra giusto e mi fa anche piacere.  Personalmente però preferirei la definizione “noir del futuro”, credo sia una  descrizione più esatta.  Non so perché esattamente. Forse perché nei miei romanzi manca quella pletora di personaggi giovani che abbondano nei romanzi cyberpunk, i miei protagonisti tendono a essere vecchi e stanchi.  Oppure perché non sono mai stato un tecnofeticista (e per essere sincero nemmeno credo lo sia stato Gibson): credo in sincerità che il movimento cyberpunk abbia perso energia un secondo dopo l’abbandono da parte del suo fondatore, e una parte del problema credo fosse il troppo innamoramento da parte degli scrittori del genere per i particolari tech, qualcosa che ho sempre cercato di evitare.

 

Qual è il tuo super-eroe preferito? Altre graphic novel in programma per il futuro dopo quella dedicata a Vedova Nera che hai sceneggiato per la Marvel?
Io odio i supereroi. Penso che impersonifichino tutto quanto vi è di sbagliato nella nostra percezione dell’ethos eroico. Oddio, non è del tutto vero: Batman nel 1986 mi piaceva, ma solo perché il lavoro che Frank Miller stava facendo sembrava voler spazzare via tutta la vecchia mitologia supereroistica per rimpiazzarla con qualcosa di più vero, di più tetro, qualcosa di più profondamente greco. Certo, dopo di allora Miller è andato completamente fuori dai binari e l’eredità che ha lasciato è solo fatta di noiose ripetizioni (mi rendo conto che non mi farò molti amici dicendo queste cose, eh eh), la base dei fan sta alla grande e sembra crescere a colpi di film batticuore terribili e con la ri-ri-ri-ri-ri-riproposta di franchise sempre più scricchiolanti al crescere dell’età del fan. Che poi forse è il motivo dello scarso appeal che la mia gestione di Vedova Nera ha avuto, immagino. Ho voluto seguire troppo da vicino le orme del Frank Miller degli anni ’80, con l’aggiunta di un certo approccio femminista militante. Eeeeeek! Catastrofe! Ero così fuori moda… Oh, e mi piacciono alcune cose di Judge Dredd, quelle più dark nelle quali viene dipinto come il fascista monomaniaco che è. E con questa mi sto facendo sempre più amici… :)

I libri di Richard K. Morgan

 

 

 
 
 
 
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