Intervista a Rita Pacilio

Rita Pacilio
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Non succede spesso, ma vi assicuro che succede. Un giorno estrai un testo dalla pila dei libri ricevuti, lo apri  quasi per caso  e ne rimani come folgorato, favorevolmente impressionato. E allora decidi di andare a cercare  anche  le sue  altre  produzioni, di recensirle per dare ulteriore visibilità alla sua espressività artistica. Scoprendo, dopo averla conosciuta di persona,  che  Rita Pacilio possiede notevole talento  perfino sul piano musicale.  E che ha una personalità poliedrica e affascinante, delicata e risoluta,  intima e trasognata,  che ti seduce  suo e nostro malgrado.




Chi è Rita Pacilio? Una poetessa, una musicista o una sociologa?
Forse solo negli ultimi anni ho scoperto di avere una intimità molto forte con le profondità dei miei sentimenti, dei miei sogni, delle mie fantasie. Confrontandomi con i parametri di questi spazi interiori ho avuto la possibilità di trovare le identità plurime che mi appartengono come quell’unico regno misterioso che è il mio essere eclusivo e irripetibile. Sono una e indivisibile: autrice, musicista, sociologo insieme e allo stesso tempo suddivisa nelle diverse esperienze che l’ordinamento del mondo mi accorda rispetto al posto che in quel momento ricopro. La mia creatività si dirama partendo da un unico tronco interno: ogni aspetto arricchisce l’altro e se ne nutre. Credo che nessuna parte di me si separi dall’altra.


Che cosa rappresenta per te la poesia?
La poesia è  un atto maturo e responsabile di continua esplorazione del mondo e di verifica delle proprie tensioni verso gli altri. È una disponibilità allo stupore, una continua sperimentazione della bellezza e della condivisione della vita e della morte. Per me la poesia è sempre stato un luogo di esperienza, di elaborazioni e modificazioni che partono da un atto di fede e di speranza.


E la musica jazz?
Il connubio poesia-musica jazz nasce nel 2006 quando incontrai Claudio Fasoli, sassofonista e compositore di musica jazz, che musicò alcuni miei versi. Il vocal jazz e lo sprechstimme, che avevo cominciato a studiare nelle masterclass di Jay Clayton e di altri muscisti del jazz moderno, mi hanno portato all’incisione del mio primo lavoro discografico Infedele, appunto infedele, trasversale ai canoni della tradizione del jazz. Il ritmo, la melodia e l’armonia delle parole hanno trovato il giusto incoraggiamento nei fraseggi musicali fuori dagli schemi convenzionali.


Quando hai iniziato a comporre in versi?
Avevo sei anni, era l’estate tra la prima elementare e la seconda classe: consegnai a settembre, alla mia maestra, quando si riaprirono le scuole, il mio quaderno delle vacanze pieno di versi. Naturalmente erano delle rime baciate semplicissime, degli stornelli e filastrocche molto banali. Quei fogli li ho ancora tutti conservati! La mia maestra mi guardò stupita, si alzò in piedi e disse alla classe: un giorno leggeremo i libri di poesia di Rita Pacilio! Maria Tortono, così si chiamava la mia insegnate, ha seguito molto il mio percorso di scrittura. Ricordo che mi regalò, dopo pochi giorni, una raccolta di poesie di Ada Negri e di Aldo Palazzeschi. Mi disse: ‘Cominciamo da qui!’


Quali sono i tuoi poeti preferiti e quelli che hanno maggiormente influenzato la tua vena artistica?
Amo leggere e rileggere Alfonso Gatto, Dino Campana, Heaney, Rilke, Borges, Pessoa, studio con dedizione Marina Ivanovna Cvetaeva, Giacomo Leopardi, Anne Sexton, Eliot. Credo che Antonin Artaud e Cesare Pavese sono gli autori che rileggo con maggiore frequenza e che preferisco.


Come nascono la tue raccolte poetiche?
Le mie raccolte poetiche nascono da un progetto di lettura del mondo. La mia attenzione intima, mista alla mia percezione cognitiva di base, ricade sulla necessità di intravedere uno stato cosciente e incosciente delle cose con cui mi relaziono. Spesso le variabili in gioco sono molte: l’obiettivo è la verifica e la diagnosi del mondo esterno e oggettivo della stratificazione del reale in correlazione con la valutazione del mio vissuto emozionale con cui inevitabilmente è in stretta sintesi.


Gli Italiani leggono poca poesia perché se ne produce troppa e di bassa qualità, oppure perché è un genere d’élite?
Per entrambi i motivi: per una serie di problematiche economiche molta editoria produce poesia di scarso valore poetico avallando un liberalismo poetico che strattona metrica e contenuto ingabbiando la poesia stessa. Si definiscono ‘poeti’ coloro che usano la scrittura come stile scevro da forme retoriche e che utilizzano l’andare ‘a capo’ e l’assenza di punteggiatura o la sospensione della spaziatura del foglio, come una nuova forma di fare poesia. È pur vero che la Poesia è un genere letterario nobile e per pochi eletti! Spetta alla critica letteraria e soprattutto alla critica militante (Massimo Onofri, La ragione in contumacia) a fare le giuste selezioni staccandosi da pregiudizi e dall’arbitrarietà del senso del bello (Kant) per individuare i veri talenti moderni e per evitare una commercializzazione della poesia stessa.


Quali libri stai leggendo attualmente?
Il Diario di Etti Hillesum. Sto rileggendo, contemporaneamente I Pensieri di Pascal.


Che cosa fai quando non componi poesie?
La mamma. Parlo molto con i miei figli, cerco di trascorrere tutto il tempo che ho con loro. Credo sia tempo speso benissimo.

I libri di Rita Pacilio

 

 

 

 
 
 
 
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