Intervista a Rob Hart

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Rob Hart è un personaggio molto eclettico e interessante. Un giornalista economico ed esperto di web al servizio della letteratura. Con il suo nuovo romanzo ci mette in guardia dai colossi del digitale che stanno distruggendo il nostro tessuto sociale attuale. Le individualità vengono appiattite in nome del profitto e del controllo totale in ogni ambito della quotidianità. Questo è il resoconto della chiacchierata che abbiamo avuto con lui negli uffici milanesi dell’editore DeA Planeta.




Il tuo romanzo The Warehouse, nonostante abbia un setting futuristico, non è poi così lontano dalla realtà attuale. Credi che ci vorrà ancora molto tempo per arrivare alla realtà che descrivi all’interno del tuo romanzo?
Penso che per certi versi ci siamo già. Il mio istinto durante la scrittura è sempre stato quello di non esagerare con la fantascienza quando mi rendevo conto di essere andato troppo in là con le idee. Volevo solo che tutto risultasse davvero familiare ai più. Ci sono alcuni elementi, come la consegna con i droni che è ancora lontana parecchi anni. Ma per la maggior parte delle situazioni narrate, soprattutto in termini di ambiente di lavoro, penso che ci siamo già, il che non è eccezionale davvero.

Insomma quella che hai aperto con The Warehouse è una sorta di finestra sul mondo che verrà?
Sì, assolutamente. Penso che tutti noi abbiamo deciso collettivamente che il nostro comfort sia più importante del disagio di qualcun altro, quindi siamo disposti a supportare aziende come Apple che sono davvero un buon esempio di ciò. Sappiamo che, anche se non conosciamo i dettagli, che le condizioni di lavoro e le fabbriche in cui vengono fabbricati gli iPhone sono inconcepibili e probabilmente sarebbero illegali negli Stati Uniti o in Italia, non lo tollereremmo. Ma procediamo comunque nell’acquisto di un iPhone perché c’è sempre questo tipo di gap empatico per cui non siamo costretti a guardare negli occhi l’operaio sfruttato che produce lo smartphone. Quindi la cosa che desidero di più è che con questo libro le persone inizino a essere un po’ più consapevoli di ciò. Non pretendo che ci sia una risposta immediata o una soluzione perché la questione è troppo grande, ma forse se possiamo iniziare a pensare un po’ al nostro impatto in modo da poter iniziare a fare piccoli miglioramenti e forse alcuni di questi piccoli miglioramenti risulteranno in grandi cambiamenti.

Riguardo all’acquisto dei diritti del libro per realizzare un film da parte di Ron Howard, avrai una parte fattiva nella scrittura della sceneggiatura?
Mi sono già incontrato con il suo team e ho parlato con lo sceneggiatore. È stata un’ottima conversazione perché devono apportare alcune modifiche alla storia per esigenze cinematografiche. Ogni libro che diventa un film deve essere adattato e tutte quelle proposte sono molto intelligenti e ponderate e nessuna mi ha spaventato. Nessuna obiezione mi ha fatto dubitare del fatto che stessero facendo un buon lavoro. Non voglio neppure intralciare il loro processo creativo perché sono persone intelligenti che realizzano film davvero di qualità. È tutto davvero eccitante anche se ancora nelle prime fasi ma spero che le cose continuino a funzionare così.

Alla luce di tutto questo secondo te si può ancora essere ottimisti sul futuro?
Penso che non solo sia possible, ma che sia necessario. Ho una figlia di 4 anni, quindi mi sto sforzando di essere ottimista perché voglio che il mondo sia migliore per lei e penso sia per questo che è importante raccontare storie come questa nella finzione perché il giornalismo è davvero bravo a far arrabbiare le persone, ma una storia ti stimola in un modo diverso, perché le storie sono empatiche. Quindi penso che ci sia speranza per il futuro. Non sembrerebbe in questo momento, ma penso che stiamo iniziando a muoverci in una direzione più giusta. Penso che le persone stiano diventando più consapevoli di questi problemi. Non credo che questo libro avrebbe venduto così solo tre anni fa. Penso che le persone si stiano finalmente svegliando riguardo alla mancanza di empatia nell’economia che cui sta portando in un baratro senza ritorno.

The Warehouse è una lettura adatta anche a lettori YA, visto che vuoi rivolgerti principalmente alle generazioni future?
Ci sono alcune parolacce, quindi spero che non sia troppo inappropriato. Penso che i ragazzi possano essere in grado di leggerlo, ma per me è difficile giudicare perché dato che mia figlia è così piccola non posso giudicare. È stato importante per me scrivere questo libro nella lingua dei thriller. Volevo che fosse una storia divertente ed eccitante e che solo alla fine ci si renda conto di un messaggio più profondo. Il modo in cui mi piace spiegare questo processo è come quando mia figlia non vuole mangiare i suoi broccoli quindi inserisco le verdure nel mac and cheese e quindi il gioco è fatto. Penso che ci sia qualcosa di molto prezioso nella narrativa perché la finzione è un modo per superare le divisioni. Il giornalismo potrebbe non interessare un bambino di 10 o 12 anni ma forse una storia divertente ed eccitante sì.

The Warehouse è un romanzo molto complesso. Quanto sono cambiati e si sono evoluti i protagonist rispetto alla stesura iniziale?
Mi ci è voluto molto tempo per immaginare il libro. Ho avuto l’idea per la prima volta nel 2012 e non ho davvero iniziato a metterla giù sul serio fino al 2016. Quindi stiamo parlando di quattro anni di tentativi per far funzionare questa storia. Sembrava un castello di carte che stavo cercando di costruire. Ed è stato difficile da capire. Quando ho aggiunto Gibson nel mix e ho aggiunto la sua voce questo mi ha davvero aperto alla trama più accativante ma scrivere il libro stesso mi ha richiesto circa otto mesi. Ho avuto bisogno di quei due anni per sistemare tutto e la parte della scrittura in realtà è stata facile dato che tutto il lavoro era praticamente già tutto pronto.

Cosa hai provato, durante una così lunga stesura, osservando la realtà che andava sempre più assomigliando alla trama del tuo libro?
Beh, mi sono davvero spaventato. Era come se qualcuno stesse per scrivere questo libro prima di me se non ci fossi riuscito. Era un libro che avevo paura di scrivere perché pensavo di non essere uno scrittore abbastanza bravo, abbastanza intelligente. Poi ho finalmente capito che qualcuno mi avrebbe rubato l’idea e quindi mi sono dato una mossa. Quindi c’era questo aspetto e poi molto del libro si nutre della mia rabbia e frustrazione per come funziona l’economia e la direzione in cui si sta muovendo. Leggere i quotidiani mi ha sempre dato la sensazione di avere avuto l’idea giusta e che le cose stavano peggiorando progressivamente. Ci sono elementi che ho inventato nel libro e che erano completamente fuori dalla realtà e che ora si stanno avverando. Ad esempio Amazon ora sta aprendo conti correnti per i propri dipendenti, cosa che racconto nel libro. Facebook sta prendendo in considerazione l’idea di realizzare dei campus per i propri dipendenti. Pensavo fossero invenzioni un po’ ridicolo mentre ora apro il giornale e mi rendo conto di quanto sia davvero triste averlo previsto.

Come ti sei sentito alla fine del processo creativo?
Ho pensato che nessuno avrebbe mai pubblicato questo libro. Che nessuno avrebbe voluto un libro critico sul modello di business di Amazon. Poi, quando i diritti sono stati acquistati negli Stati Uniti, pensavo che nessun editore straniero potesse acquistare questa storia perché troppo legata all’economia americana. Ho sbagliato molto in ogni fase del processo. Da un punto di vista personale ho finito il libro e ho pensato che fosse un casino, ma anche perché sono molto critico nei confronti del mio lavoro. Quando l’ho inviato al mio agente gli ho solo chiesto di salvare il salvabile mentre lui era entusiasta. Quasi non ci credevo. Mi sento molto fortunato ad essere seduto in questa stanza a parlare con tutti ma è anche molto surreale.

Qual è la funzione di Gibson nella narrazione?
Dato che la società Cloud è così grande è fondamentalmente un personaggio a tutti gli effetti e quindi aveva bisogno di una voce, aveva bisogno di qualcuno che la introducesse nella storia. Gibson è nella condizione perfetta per mitigare la visione malvagia di Cloud. Bisogna sempre introdurre al lettore anche l’altro lato della medaglia. I migliori cattivi poi, sono quelli che pensano di essere dalla parte del bene. Quelli che pensano che nonostante tutto siano ancora dalla parte giusta perché il fine giustifica i mezzi.

Ti sei mai autocensurato parlando di questi autentici colossi dell’economia mondiale?
Non mi è mai importato. Non mi sono trattenuto in nulla. È importante evidenziare come Amazon sia il sintomo di una malattia più grande e questo libro è critico nei suoi confronti e nel suo modello di business. Gran parte della mia ricerca si è concentrata anche su Walmart. Sono in circolazione fin dagli anni Sessanta, diventando un colosso. Considerate che su Amazon non ci sono tanti dati essendo un’azienda molto riservata. Quindi il mio libro, nella mia testa, è più ispirato a Walmart piuttosto che Amazon.

Qual è stato il dato più sconcertante in cui ti sei imbattuto nelle tue ricerche?
La cosa più triste è il sistema con cui queste aziende schiacciano la concorrenza. Obbligano i fornitori a vendere a prezzi sempre più bassi fino a quando queste aziende falliscono e quindi loro possono prendere il loro posto. È terribile e dovrebbe essere contro la legge ma non lo è. Questo è ciò che chiamiamo capitalismo ed è per questo motive che il capitalismo non è il massimo.

Hai già in mente un sequel?
Non voglio scrivere un sequel di questo libro ma mi piace molto l’idea di scrivere libri come questo. Il libro su cui sto lavorando ora è molto anti-governativo. Non voglio andare troppo nel dettaglio ma sento che questo libro solleva la domanda a cui sto cercando di rispondere nel prossimo libro. Quindi si può davvero definire un “sequel spirituale” di The Warehouse.

Come ti immagini il mondo tra dieci anni?
La mia più grande paura è che il presidente Trump ci faccia esplodere tutti prima che siano trascorsi 10 anni. Spero davvero che non sia così. Penso che politicamente il mondo si trovi in condizioni davvero terribili in questo momento anche se le generazioni più giovani sono più liberali e socialmente più consapevoli e più consapevoli dei cambiamenti climatici e delle questioni che contano davvero. Quindi spero che il pendolo inizi a oscillare dall’altra parte e iniziamo a vedere prevalere idee più intelligenti. Ho una figlia di 4 anni, quindi devo essere ottimista, devo credere che lasceremo qualcosa di buono per le generazioni future.

Qual è la critica che non vorresti mai ricevere per un tuo libro?
Ne sento tantissime ogni giorno, non saprei scegliere la più deludente. La mia recensione critica preferita però è questa da una stella su Goodreads: “Mi sembra troppo realistico per essere fantascienza”.

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