Intervista a Roberto Mistretta

Roberto Mistretta
Articolo di: 

La presentazione del suo ultimo libro è appena terminata, e Roberto Mistretta ripone la penna nel taschino dopo aver autografato un discreto numero di copie. Eppure, nonostante la larga partecipazione, ha l’aria sofferta di chi ha dovuto cercare successo all’estero prima di ottenere visibilità in patria, di chi teme di essere più lodato e vezzeggiato che non capito. Non appena mi avvicino si apre in un sorriso d’accoglienza e sguaina la mano destra con sincera cordialità. Usciamo dalla libreria e ci infiliamo in un caffè adiacente, dove dopo i convenevoli di rito inizio a rivolgergli le prime domande…

La tua scrittura parte da vicende di cronaca nera o è solo il frutto di finzione?

Le mie storie nascono dalla realtà ma si nutrono di finzione perché come sosteneva Leonardo Sciascia, il vero romanzo sta nella quotidianità. Oggi siamo bombardati da storie di ogni tipo ma abbiamo fatto l’abitudine a violenze di ogni tipo, stupri di massa, decapitazioni di innocenti, massacri di guerra. Con le mie storie cerco di raccontare le zone d’ombra che non vengono sviscerate: la sofferenza fisica e psicologica dei soggetti coinvolti, la solitudine, la paura. E lo faccio calando in un contesto realistico storie nate dalla cronaca ed elaborate ai fini narrativi e quindi impastate con altre storie e con personaggi inventati di sana pianta.

 

Il tuo noir Il canto dell'upupa tocca temi forti e necessari come la pedofilia e lo sfruttamento della prostituzione. Perché proprio il richiamo a queste due piaghe sociali ?

Viviamo in un mondo troppo perso a glorificare se stesso e facciamo finta di non notare o proprio non ci interessa vedere quello che ci accade sotto il naso. Le nostre città sono piene di creature che ogni notte si vendono ma chi ci governa, destra o sinistra poco importa, usa cortine fumogene e parla di tutt’altro, di questi argomenti sociali se ne occupa, tiepidamente, solo in casi eccezionali. Per quale motivo? Siamo noi coi nostri figli a convivere ogni giorno con queste realtà. Non ho nulla contro chi decide di guadagnarsi da vivere vendendo la propria carne, ma qua siamo di fronte ad una moderna schiavitù gestita da bande di spietati aguzzini che sfruttano ragazze poco più che bambine, provenienti da paesi poverissimi, dai quali sovente vengono rapite o fatte arrivare in Italia con l’inganno. E qui, nel nostro Bel Paese, sono picchiate, violentate, trattate come bestie, fatte vivere in tuguri e notte dopo notte portate al macello. L’ipocrisia trionfa, anche la nostra che assistiamo a queste angherie perché non ci toccano da vicino per non dire della connivenza di coloro che si sollazzano con una baby-prostituta: sanno bene cosa celano quelle gonne corte e quelle labbra pittate, ma chissenefrega. Riguardo alla pedofilia, dilaga ovunque, addirittura è stata proclamata la Giornata dell’orgoglio pedofilo ma i nostri media sono occupati dagli appetiti sessuali di questo o quel politico, dai nuovi amori di veline e 'tronisti', dall’ultima sparata del ministro di turno. In questo romanzo che fa parte delle serie del maresciallo Bonanno ho voluto confrontarmi con queste forti tematiche e lo stesso farò con gli altri libri. Nel prossimo il richiamo sarà alla guerra in Kosovo e a tutte le nefandezze che ha prodotto.

 

Credi che uno scrittore al giorno d'oggi debba assolutamente parlare dei problemi sociali e confrontarsi con la realtà circostante?

Credo che ognuno debba essere libero di esprimere quello che ha dentro con gli strumenti e con le storie che sente più congeniali. Detto questo, per quanto mi riguarda sono molto attratto dallo scrittore impegnato che nel raccontare le sue storie non dimentica le problematiche che travagliano il proprio tempo e cerca di dare il suo contributo di speranza ma anche di sferzare questa nostra epicurea società impegnata a consumare schede telefoniche e droghe. Mi hanno insegnato che piuttosto che gridare contro il buio che avanza è meglio accendere una candela. Ecco: un libro, al pari di un film di una canzone di pièce teatrale, è una luce nella notte. Un libro è capace di scuotere le coscienze. E’ accaduto in passato ed accade tutt’ora: Gomorra, ad esempio, ha squarciato il velo sugli intrecci politico-camorristico-affaristico snocciolando nomi, date, cifre. Un libro coraggioso perché specchio fedele di una realtà sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vedeva o faceva finta di non vedere, come continua ad accadere con la prostituzione e la pedofilia e tante altre problematiche che riguardano tutti noi. Ma potrei citare anche La casta o I complici e molti altri libri ancora.

 

Scrivere è sempre un atto di comunicazione, con cui l'autore finisce con il fare i conti con i lettori. Quale pensiero ritieni di essere riuscito a trasmettere?

Questo dovremmo chiederlo ai lettori, io sono già contento che nessuno abbia avuto la tentazione di tirarmi calci nei denti a fine lettura né di richiedere indietro i soldi spesi per l’acquisto. Battuta a parte, coi miei libri cerco solo di dare voce ai più deboli ed ho avuto riscontri con lettori e lettrici che mi hanno testimoniato le proprie sofferenze e mi hanno aperto i loro cuori sulle atrocità sepolte nel loro passato, dando voce a quel bambino che erano e che non ha mai smesso di avere paura e gridare. Ecco, per quanto mi riguarda, queste testimonianze sono quanto di più gratificante possa capitare ad uno scrittore, perché significa che è stato toccato il cuore del lettore.

 

Il maresciallo Saverio Bonanno è un uomo che non ha perduto la sua forza ed il suo carattere archetipico, ma che appare nondimeno tormentato e abitato da insicurezze. Quanto c'è di autobiografico in lui?

A chi gli chiedeva chi fosse la sua protagonista, monsieur Flaubert rispondeva: “Madame Bovary c’est moi”, questo a riprova che in ogni personaggio lo scrittore mette qualcosa di suo, anche involontariamente. Fisicamente e anche caratterialmente con Bonanno siamo molto differenti, ci accomuna però la capacità di continuare ad indignarci di fronte alle ingiustizie perpetrate contro i più deboli, e forse quel pizzico di sensibilità che permette ad entrambi di concludere le nostre storie: a me scrivendole ed a lui risolvendole. Bonanno è un uomo come tutti noi, travagliato da dilemmi esistenziali e preso a sberle dalla vita, ma lui da buon siciliano caparbio non molla e tira avanti come può e come sa, confrontandosi giorno dopo giorno con quello che la vita gli apparecchia.

 

La nuova letteratura deve necessariamente giocarsi sul noir?

Assolutamente no. Il noir, così come lo sono stati i romanzi di fantascienza negli anni Cinquanta e i gialli degli anni Venti per non dire dei romanzoni dell’Ottocento, è l’evoluzione fisiologica della letteratura in sintonia con questo diffuso senso di smarrimento che permea la nostra società tanto evoluta ma sempre più incapace di dialogo. Riusciamo a comunicare con uomini che vanno sulla luna ma siamo incapaci di parlare col vicino di pianerottolo. Il noir, è stato detto, è catartico perché rende finto quello che spesso accade nella realtà. Io non so quanto ci sia di vero in quest’affermazione e poco mi importa, so però che oltre ai noir che mi piacciano, scrivo anche delicatissime fiabe e romanzi per bambini, a riprova della mia personalità disturbata, in piena sintonia con questa nostra società del terzo millennio.

 

La contiguità territoriale e letteraria con Camilleri ti ha portato più benefici o più svantaggi?

Il sorprendente quanto meritato successo di Andrea Camilleri mi ha relegato per lunghi anni in quello che con occhio lungo l’amico e scrittore Valerio Varesi ha definito “Il cono d’ombra camilleriano”. Vivo a 40 km da Vigata/Porto Empedocle e gli editori temevano il confronto del mio Bonanno con Montalbano sia per la descrizione dei luoghi che per il linguaggio utilizzato. In me ha creduto per prima un minuscolo editore nisseno ma senza distribuzione nazionale un libro vale poco. Ad un certo punto ho detto basta ed ho inventato un nuovo personaggio, il commissario italo-americano Angelo Duncan e una storia durissima, solo per dimostrare che non copiavo nessuno. Nel frattempo grazie alla mia agente tedesca, Bonanno ha fatto breccia in Germania e la sua prima avventura, pubblicata nel 2006, ha venduto 30.000 copie. Spero che anche il pubblico italiano risponda con lo stesso entusiasmo.

 

Scrivendo hai mai pensato che dalla serie del maresciallo Bonanno potrebbe essere ricavata in futuro una trasposizione televisiva?

Inutile dire che mi piacerebbe vedere in televisione un Bonanno in carne ed ossa aggirarsi lungo valli e pendii della Sicilia, ma questo pensiero nato soltanto di recente, non mi ha mai condizionato durante la scrittura che è molto introspettiva e quindi poco televisiva.

 

Ne Il canto dell'upupa ci sono pagine venate da uno straordinario lirismo. Qual è dunque lo spirito a cui ti sei ispirato?

Ho semplicemente voluto dare voce ai singoli protagonisti in questo mio romanzo che il grande Marcello Fois ha definito un’opera polifonica. Mi sono calato nei panni dei personaggi e non ti nascondo che in alcuni momenti la commozione ha avuto il sopravvento nel descrivere il dolore e la paura dei bambini di fronte all’orrore. Commozione che sono riuscito a mitigare utilizzando un linguaggio lirico per raccontare l’irraccontabile ed evitare al lettore di chiudere il libro e mandarmi al diavolo.

I libri di Roberto Mistretta

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER