Intervista a Roberto Napoletano

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Giornalista economico di grido, già direttore de “Il Messaggero” e de “Il Sole 24 Ore”, Roberto Napoletano ha pubblicato con La Nave di Teseo un “diario della crisi” che racconta, anche attraverso dei gustosi retroscena, la tragica situazione dell’Italia che nel 2011 fu a un passo dall’abisso. Ci ha dedicato un po’ del suo tempo in occasione del Salento Book Festival 2018 per parlare non solo di quel nefasto momento della nostra storia recente, ma anche delle prospettive future del nostro Paese.




Buona parte dei primi capitoli del tuo saggio Il Cigno nero e il Cavaliere bianco è un tentativo di spiegare come nel novembre 2011 non ci sia stato un complotto ai danni di Berlusconi: ma allo stesso tempo affermi che c’erano degli interessi enormi in ballo…
Sì, semplicemente i francesi hanno saputo trarre vantaggio dalla nostra debolezza. Non ci fu un complotto, ma approfittarono della situazione. Mi auguro ci sia di insegnamento per il futuro, perché troppo spesso quando sento Macron parlare di Siria mi sembra di risentire i discorsi di Sarkozy sulla Libia.

Filtra spesso dalle tue pagine anche l’idea che gli interessi nazionali e di parte prevalgano su quelli comuni, e quindi su ogni nobile concetto di Europa. Prospettive grigie per l’Unione Europea?
L’Europa è uscita dalla crisi grazie al coraggio del più stimato banchiere centrale degli ultimi decenni, che con la sua politica monetaria espansiva ha scongiurato il rischio deflazione. Ora dopo anni di sacrifici l’Italia sarebbe nelle condizioni di chiedere investimenti produttivi in settori chiave, soprattutto scuola e università, ma ovviamente ciò non è possibile se si brucia il capitale di credibilità con un certo tipo di armamentario ideologico. Però ricordiamoci che esprimiamo il Presidente della BCE Draghi e il Presidente dell’Europarlamento Tajani. Spero che il nuovo Presidente del Consiglio Conte, anche per la sua storia professionale e per la conoscenza profonda del diritto e delle regole italiane e internazionali, si riveli una piacevole sorpresa. Certo, lui e tutta la compagine di governo dovranno presto sgomberare il campo da quel cumulo di illusioni e finte promesse elettorali che non sarebbero comunque realizzabili per assenza di coperture finanziarie.

Sono passati sette anni, eppure c’è ancora chi parla di “imbroglio dello spread”, di “Europa delle banche”, di “interessi nazionali schiacciati dall’establishment”. Come si esce da questa narrazione qualunquista che semplifica drammaticamente la realtà, che demonizza l’Unione Europea e addossa ai famigerati “burocrati di Bruxelles” la colpa di qualsiasi cosa?
Credo sia l’Europa stessa a dover fare un passo avanti. Se ci fosse ancora alla guida dell’Unione una figura come Helmut Kohl, Carlo Azeglio Ciampi o Romano Prodi sono certo che sarebbe già avvenuto, ma non è stato così, perché ha prevalso il tatticismo della Merkel e di monsieur Sarkozy. Macron a parole sembrerebbe fortemente europeista, ma nei comportamenti lo è meno. Nella fattispecie, con l’Italia si comporta come un gollista e aspirante colonizzatore, e questo atteggiamento non è tollerabile da parte dei nostri “cari alleati”.

Nel 2014 alle Europee si assistette all’ascesa di Renzi e alla formazione di un governo di larghe intese. Oggi ci troviamo con un governo gialloverde e populista, Socialisti e Popolari sono in crisi, Draghi sta per lasciare la guida della BCE e a breve finirà il quantitative easing. Che orizzonti ha questa Europa, a un anno dalle nuove elezioni?
Mi auguro che ci sia un pentimento da parte del governo gialloverde, e spero che ci sorprenda con responsabilità e determinazione politica nelle sedi in cui si prendono le decisioni che contano, e che non si richieda più la revisione dei trattati ma che si applichino – in maniera nuova – quelli vigenti. Auspico che l’Italia sia in grado di far pesare la sua influenza, che sia in prima fila nel processo per realizzare l’unione bancaria e strumenti addizionali per far fronte a nuove crisi. Sarebbe veramente bello se alla prossima difficoltà non si lasciasse da solo un Paese, ma se fosse l’Europa con il suo bilancio e riallocando le sue risorse a far fronte a quell’emergenza nazionale. Questo aiuterebbe i cittadini a vivere l’Europa per quello che è, o per quello che dovrebbe essere, cioè un’amica dei popoli. I giovani con il progetto Erasmus hanno conosciuto appieno le possibilità date dall’integrazione europea, ma non basta: dobbiamo ricordarci che si tratta di una tradizione di welfare e civile fra le più nobili al mondo.

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