Intervista a Roberto Parodi

Roberto Parodi
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Roberto, fratello di Cristina e Benedetta, nella vita ha fatto prima l’ingegnere meccanico e poi il banker. Basette lunghe da rocker, ad un tratto ha capito che la sua vera passione era la scrittura e si è messo a fare lo scrittore e il giornalista. Ma non solo. Un’altra passione è quella per le moto, l’Harley Davidson in particolare, a bordo della quale nel febbraio 2009 ha compiuto in viaggio attraverso il deserto del Sahara fino alla cima dell’Assekrem. Un’esperienza che è diventata ispirazione per un romanzo.
Scheggia è la storia del viaggio di tre arlisti quarantenni nel deserto del Sahara.  Il protagonista Scheggia ha i basettoni, lavora per una banca, suona la chitarra, ha tre figli e possiede una Road King. Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?
Detta così si farebbe prima a dire cosa "non c'è" di autobiografico, visto che gli elementi citati sono proprio quelle mie caratteristiche personali che ho voluto lasciare anche al protagonista.  Oltre a questi elementi "di colore" ho in comune anche nella realtà due amici unici e insostituibili e l'insofferenza per ciò che la vita urbana ha fatto di noi, dopo vent'anni di banche estere, business e competizione. Scheggia è un po' la mia controfigura coraggiosa: un uomo che, invece di limitarsi a sognarlo, molla tutto per davvero da un giorno all'altro e trova la forza di ritrovarsi insieme ai suoi amici più cari, con la sua moto e l'affascinante atmosfera del deserto. Grazie a ciò riguadagnerà un suo equilibrio personale che aveva perso nel corso della sua vita.  In questa cosa, per fortuna, io sono messo molto meglio di Scheggia: grazie a mia moglie e ai miei figli, riesco a bilanciare l'avventura con una serena vita familiare alla quale non potrei mai rinunciare.  Sono un Dr Jekhill e Mr Hyde, un po' ingordo: sono felice solo se ho entrambe le cose.

 

 
Il romanzo sembra riprendere i temi della letteratura Beat. Quali sono le letture che ti hanno influenzato?
Innanzitutto Il giovane Holden di Salinger, specie nell'uso di alcuni avverbi ed aggettivi che nello stile del grande autore sono utilizzati molto spesso. Il riferimento alla letteratura beat e in particolare al Kerouac di On the road e a Dos Passos, è corretto, ma tra gli autori che sento più vicini ci sono John Fante e Joe Lansdale.  Aggiungo che mi ha dato molto anche un libro di Stephen King: On Writing, nel quale il grande romanziere spiega la genesi dei suoi capolavori.  Mi sembra quasi blasfemo citare questi grandissimi scrittori anche solo come riferimenti al mio piccolo libro, però in fondo è giusto seguire stelle luminose, anche se si è solo un viandante che brancola nel buio. Mi piacerebbe aggiungere che ho ricevuto molta ispirazione anche da opere cinematografiche come "Fandango", "Marrakech Express" e "Into the Wild", di cui ho cercato di ricreare atmosfere e suggestioni.

 
Uno dei protagonisti (non diciamo chi per non rovinare la sorpresa) dice: “A tutti coloro che amano il rock, prima o poi, viene il desiderio di abbandonare tutto. Salire sulla propria moto con la chitarra e scappare nella notte. È l’anima del rock, signori, non c’è da stupirsi”. Cosa rappresenta per te il rock?
Il rock è un'angolo prezioso che conservo in fondo all'anima.  A volte salta fuori e si prende tutto, debordando nella vita di tutti i giorni, e non solo quando suono la mia chitarra e l'armonica a bocca, ma specialmente quando trovo il coraggio di dire ciò che penso davvero ed essere ciò che sono nel mio intimo.  Altre volte se ne sta lì, tranquillo e sotto controllo, ma so che c'è e che potrei chiedere il suo aiuto quando ne sentissi davvero il bisogno. E' un'anima pericolosa come solo la vera libertà sa essere. Nel film "Easy Rider", Jack Nicholson dice a Peter Fonda e Dennis Hopper, "Parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse.  Tutti parlano di libertà ma poi quando vedono qualcuno veramente libero, ne hanno paura"  Questa frase racchiude in sè molto della vera anima del rock.

 
Chi sono i Threepercenters?
I Threepercenters sono i membri del club che abbiamo fondato quasi dieci anni fa insieme a Mario Giugovaz e Roberto De Piano.  Non è un circolo a cui ci si può iscrivere.  Si diventa Threepercenters solo se prima di essere motociclisti cazzuti si è davvero amici.  Il nome fa riferimento agli OnePercenters, bikers USA degli anni cinquanta, che erano orgogliosi di essere considerati "l'uno per cento dei motociclisti americani: quelli con cui i vostri genitori non vorrebbero mai che usciste..."

 
Come fai a conciliare la tua grande passione per i viaggi e la moto con la famiglia, visto che hai moglie e tre figli?
Come ho detto, è un'alchimia di tempo e di impegno familiare. Fare un viaggio di due settimane in moto in africa mi fa ritornare talmente ritemprato che posso essere un grande papà e un eccellente marito per almeno altri sei mesi.. o perlomeno provarci.  Scherzi a parte, è fondamentale avere una grande donna accanto che sa capirti.

 
Scheggia è anche una storia di amicizia. Esistono Accio e Raniero?
Assolutamente no, anche se chi mi conosce si divertirà a cercare di ritrovare nei due amici di Scheggia, alcuni elementi caratteriali di Mario e Roberto, i miei amici con cui ho girato il mondo in Harley. Preciso però che Accio e Raniero sono figure completamente inventate e prive di ogni riferimento reale.

 
A quando il prossimo viaggio a bordo di un’Harley?
Sono appena tornato (domenica scorsa) da un lungo giro in moto in Senegal, Mali, Burkina e Togo, arrivando fino a Timbuctù! Un posto incredibile ma vista la quantità di sabbia e di piste, ho fatto questo giro con la mia vecchia BMW R80 G/S (che rappresenta la mia anima enduro, il contraltare dell'Harley) .  L'Harley non ce l'avrebbe fatta.  Credo però che quest'estate potrei organizzare qualcosa con i Threepercenters, e allora sarebbe con l'Harley certamente.


E il prossimo romanzo?
Già quasi pronto.  E si parlerà di Asia...

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