Intervista a Roberto Saviano

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Roberto Saviano è intervenuto a Milano per una presentazione molto ristretta ed esclusiva con alcuni blogger di settore che hanno potuto anche rivolgergli alcune domande. Questo perché la viralità oggi forse ha un maggior peso rispetto ai normali strumenti di comunicazione come la stampa. L’autore ha dato vita per Bompiani a una collana intitolata Munizioni. Libri di autori che hanno rischiato o perso la vita per raccontare le loro storie. Parole come munizioni appunto per resistere, perché spesso le parole sono l’unica arma che si ha disposizione. Mangialibri non poteva mancare, naturalmente.




Munizioni . Di cosa si tratta? Che collana sarà?
Il libro di Daphne Caruana Galizia Di’ la verità anche se la tua voce trema che è uscito come primo volume della collana Munizioni è un libro a cui tengo davvero molto, perché lo ritengo sacro. Per me è sacro tutto ciò che si paga con la vita. Un libro che è una vera propria vendetta e ci tengo a utilizzare questo termine così forte. Una vendetta contro coloro che pensavano di condannare Daphne al silenzio perenne, uccidendola con quattrocento grammi di tritolo. Una donna sola su cui hanno testato ogni tipo di diffamazione possibile. I governi maltesi hanno utilizzato ogni tipo di insulto, anche di connotazione fisica, nei suoi confronti. La storia di questo libro è quindi molto particolare perché è rimasto interrotto a causa della sua morte prematura. Daphne sognava di raccogliere in un volume tutto il corpus del suo lavoro. Un lavoro che rischiava di essere disperso e polverizzato. Ecco l’esigenza di riconciliare l’online proprio con la scrittura di un libro strutturato, dato che il libro è un tempo di continuità. Purtroppo la bomba è arrivata prima. Ecco che però l’idea di raccogliere questo testimone importante è arrivata dai figli. In maniera molto poetica infatti il volume edito da Bompiani è introdotto in ogni sezione da alcuni episodi personali dei figli legati a Daphne. Sono grato a Bompiani quindi di avermi concesso dello spazio da dedicare alla parola perseguitata. Una donna che ha condiviso con i suoi figli la sua scelta di verità e con il loro assenso ha deciso di pagarne il prezzo altissimo. Come donna ha sempre avuto l’intuito di arrivare all’origine delle cose, ignorando gli specchietti delle allodole come i problemi legati all’immigrazione o i conflitti pseudo religiosi. La vera radice dei mali della società moderna è la situazione economica in cui viviamo. A Malta ad esempio oggi una società paga solo il 5% di tasse. Un paese che sta diventando sempre di più l’approdo di capitali sporchi da riciclare praticamente da ogni parte del mondo. L’Europa quindi ha un buco nero in cui vengono sversati tutti i veleni economici mondiali già da diverso tempo. L’Inghilterra ad esempio, per via della Brexit, potrà sempre investire con le sue aziende a Malta per via del rapporto privilegiato con l’isola grazie al Commonwealth e quindi mantenere sempre un piede nell’economia comunitaria. La Brexit quindi influirà solo sui singoli cittadini ma sul mondo delle aziende, proprio grazie a Malta, non avrà un grosso impatto. Non dimentichiamoci anche che a Malta basta pagare per legge un milione di euro per ottenere immediatamente la cittadinanza. Un’isola che è un quarto di Roma sta rivoluzionando il mercato economico globale in negativo senza che nessuno lo sappia o lo racconti. Questo libro, che tra l’altro esce in anteprima mondiale in Italia perché comunque Malta guarda tantissimo all’Italia più di quanto l’Italia faccia con Malta, nella storia personale di Daphne prova proprio a raccontare tutto questo. Spero che venga diffuso, consigliato e regalato perché è una storia veramente complessa di massimi sistemi resi semplici. Il riciclaggio o i meccanismi di evasione fiscale sono spiegati in maniera esemplare e comprensibile a tutti dalla giornalista ed è proprio da questo elemento che deriva la sua pericolosità. Io ho conosciuto il suo lavoro proprio perché toccava temi simili a quelli che tratto io come il riciclaggio ed è stata una delle prime a metterci la faccia dato che di prassi i giornalisti a Malta non firmano mai gli articoli con il proprio nome. Anche il secondo volume della collana, intitolato Farina e firmato da Nacho Carretero, è stato censurato in Spagna per via di un coinvolgimento diretto di alcuni politici galiziani nel traffico di droga ma le librerie lo hanno comunque venduto nascondendolo con le copertine del Don Chisciotte di Cervantes. Lo scopo di Munizioni è proprio quello, di difendere questo tipo di parole.

Le tue parole hanno sempre contenuto verità ma ti hanno portato anche tanto odio da coloro i quali non vedono nessun tipo di eccezionalità nelle cose che fai. Come ti poni in questo senso, come rispondi a queste critiche?
La morte civile è sempre lo scopo principale dei detrattori di questi portatori di verità. Questo lo ho sperimentato anche io sulla mia pelle fin dagli inizi. Bugie, calunnie o false etichette solo per screditarti, setacciando il passato alla ricerca di qualche macchia o qualcosa di strano. C’è sempre il tentativo di costruire qualche storia inventando panzane. In più c’è il perenne odio che attrai quando sei famoso perché si sa che non sei simpatico neanche a tua madre quando sei una celebrità. La competizione poi fra colleghi è altissima, salvo alcune eccezioni. Io però resisto, è questa la mia vendetta personale e combatto come se fosse una guerra. Rispondo a post su post, articolo su articolo, tentando di arrivare a quante più persone possibile. Pretendo da me stesso come impegno che le cose che scrivo arrivino al più alto numero di persone possibile. Come nel caso del libro di Daphne voglio ridare fiato a quelle parole. È pesante comunque convivere con dicerie sul proprio conto, di qualsiasi genere. Quando si diventa nazional popolari la maggior parte delle cose che dicono sul tuo conto molto probabilmente non esiste. Inventano su di me perché semplicemente sono inarrivabile, nel senso che vivo sotto scorta da tredici anni e quindi sono difficile da raggiungere. C’è un sistema subdolo che prevede il negare un’informazione negativa sul tuo conto, solo per darne una rilevanza e una risonanza maggiore. Edward Snowden ce le descrive come false flags, tecnica molto utilizzata dalla CIA ad esempio. È un veleno quotidiano. Io ho passato gli ultimi due anni sotto attacco dal governo, subendo l’invidia magari di chi fa le tue stesse cose ma non con la stessa risonanza e quindi ti accusa di essere un venduto, l’odio di chi mi considera un nemico e l’indifferenza di chi non si schiera. Anche Siani ad esempio è stato ammazzato dalla Camorra ma neppure i suoi colleghi ci potevano credere. Quasi un’invidia per la morte dato che lui era solo un ragazzo e con un solo articolo si è guadagnato il martirio. Le mie parole hanno un impegno di fondo e quindi apprezzo l’intrattenimento e ne riconosco il valore ma semplicemente è una realtà che non mi appartiene. Io un altro obiettivo e questo non significa che io non voglia vendere o che non voglia followers, al contrario, ma li voglio per la mia battaglia. Vendere per vendere e follower per follower è legittimo, non lo critico ma non è sicuramente il mio ambito. Allo stesso modo non è il mio ambito sottrarmi alle battaglie o cercare solo le nicchie dato che voglio raggiungere anche chi non la pensa come me. C’è l’idea di raggiungere gli studenti o magari coloro che non avrebbero mai pensato di leggere un libro che tratta di certi argomenti come quelli trattati da Daphne. Lo stesso vale cambiare l’ottica sulla criminalità organizzata e trattarla in una maniera che dia strumenti per comprendere meglio la realtà. È una battaglia molto pesante certamente perché se si diventa famosi in questo modo si può venire letteralmente massacrati. Se non si è famosi invece non si può venire delegittimati. Il piacere segreto di tutti è vedere qualcuno di famoso cadere così ridiventa, per così dire, normale. Pensate all’esempio di Enzo Tortora, accusato falsamente di essere un camorrista. Chi è per bene deve per forza nascondere qualcosa e quindi se cade ci si sente un po’ meglio e meno sporchi di certi soggetti. Chi prende poi delle posizioni empatiche nei confronti della società deve obbligatoriamente avere una vita ascetica altrimenti si avrà sempre il dito puntato di qualcuno per qualsiasi cosa. Un po’ come nel mio caso con il famigerato attico a Manhattan quando io ho dodici piani sopra di me. L’insulto prevale su ogni tipo di ragionamento. Chi invece ha un atteggiamento cinico nei confronti della realtà è autorizzato a fare e dire qualsiasi cosa.

È stato citato il caso di Enzo Tortora – in quel caso si trattava di Pandico o Gianni il Bello, eccetera. Oggi invece sembra che, come nel caso di Daphne, questo tipo di accuse vengano fatte da persone di autorità. Contro corazzate così grosse, quando si hanno i carrarmati davanti, come si può ribaltare questo tipo di accuse senza passare da complottisti o dietrologi?
È difficilissimo, perché il complesso del complotto c’è sempre. Un modo per smontare il complotto è mostrare la razionalità del proprio lavoro, sottoponendolo continuamente all’osservazione e senza averne una visione ideologica. Daphne ad esempio non ha mai avuto una visione ideologica della gestione finanziaria di Malta, di volta in volta cercava di portare prove – lei era un’archeologa di formazione – arrivando a ricostruire attraverso intuizioni la complessità della storia. Cosa possono fare le munizioni? Apparentemente molto poco. Ma sostanzialmente molto, nel momento in cui si dispone di conoscenza. Non serve la risposta un po’ farlocca, retorica. A Hong Kong ne abbiamo la dimostrazione. La storia di Daphne senza il web non sarebbe potuta esistere, i giornali a un certo punto avevano bloccato i suoi articoli. Nel suo caso c’era moltissima sostanza, lei aveva gli occhi puntati sul sistema. La quantità di lettori diventa la sua comunità, la sua difesa. Ancora oggi ogni volta che cercano di tirare su il mausoleo a Valletta, viene distrutto dal governo. Pensate che barbarie. Che problema c’è ad avere un po’ di candele, qualche fiore, delle parole di solidarietà a una giornalista ammazzata? Ogni volta non rispondono. Lo fanno perché quella è una comunità che sta diventando sempre più grande e a loro inizia a pesare tantissimo. E poi perché ucciderla, sapendo bene che ammazzare un giornalista attira un’attenzione immensa? Ci sono dei momenti in cui non lo credi affatto, perché un enorme pezzo di Paese la odiava. Questo è importante. Come nel caso di Falcone. C’erano stati molti giudici ammazzati che non avevano generato una risposta forte. In più, fu detto, Falcone era odiato da tutti. In realtà era amatissimo da migliaia di persone che seguivano la loro battaglia, ma nell’aria lo senti, a un certo punto lo senti che quell’odio può andare a rafforzare il tuo atto violento. Con Daphne ci sono riusciti. Chi ha commesso il reato adesso è in galera, probabilmente come succede sempre più spesso riceve un annuale, milioni di euro l’anno per ogni anno di galera. Probabilmente gli esecutori di quell’omicidio staranno silenziosamente tranquilli in carcere. Nulla è cambiato nei rapporti con Malta, la situazione è drammatica. Forse qualcosa è cambiato nel senso della percezione, ma la sostanza è rimasta identica. La famosa frase “Se vogliono ammazzarti, ti ammazzano” è una cazzata totale, perché dipende sempre dal contesto, da quanto la società civile è con te, da quanto ti stanno proteggendo. C’è molto odio, la forza che a noi rimane è approfondire, fare condivisione, avendo però una certezza: che non è inutile. L’ho visto su di me. Come la potenza di quello che fanno i figli tra aerei, interviste alla radio e ai giornali locali, sapendo che tutto partecipa a un mosaico di conoscenza, ad una resistenza. Ci sarà un momento in cui qualcosa cambierà, e tutto il lavoro fatto, il capitale, verrà speso senza dubbio in questa fase di cambiamento. Ecco perché l’immagine di Tienanmen. Ci sono due persone, un ragazzo e un carrista. Viene dato l’ordine al carrista di metterlo sotto. Il carrista invece evita, evita, evita. Un pezzo del famoso video che non è così diffuso finisce col ragazzo che parla al carrista, perché capisce che lo sta assecondando, che sta iniziando a ragionare. Poi interviene un altro ragazzo che lo porta via. Ma si stanno parlando. È lì la forza. Non solo il ragazzo che si mette davanti al tank, ma il tank che non lo abbatte. Il suo esile corpo fa cambiare idea al carrista. Il carrista sa che forse, anzi certamente, ne risponderà perché non lo sta ammazzando. Quelle due persone sono il simbolo del fatto che la parola può cambiare.

Partendo dall’immagine delle munizioni, molto forte ed emblematica rispetto al tuo percorso, come mai hai scelto di affidare il senso di questa collana a una parola così aspra, così violenta, soprattutto in un momento in cui a dominare è il linguaggio dell’odio. Parlare di vendetta, di “munizione”, può essere un antidoto al linguaggio dell’odio?
È il paradosso in cui io spesso vivo anche come autore. Cercando profondamente di capire le dinamiche criminali, io devo entrare dentro la ferita, sento che è più vero occuparsi dei crimini per capire una città. Per me è un accesso principale. E l’accesso principale alla verità per me nasce dalla contraddizione, dal conflitto, dal sangue, dal potere. La “munizione” è in continuità con me, è la possibilità di parlare di un corpo che ferisce, ammazza, ma che in questo caso dà vita invece di toglierla. Perché sei sotto una tale tempesta di merda e di cazzate che hai bisogno di armarti, ma non offendendo, al contrario, accogliendo. Io dico sempre che la merda concima. Sui miei social ha funzionato sempre così. Guardate anche i numeri che ho. Chi lavora con la propria lingua, parola e anche nel mio caso corpo, non ha questi numeri così grandi. Se li ha, è perché è stato concimato da tanta merda, le radici sono diventate profonde. La metafora della munizione è una metafora forte tipica della mia contraddizione e da un lato c’è il fascino per il conflitto, un conflitto che ti porta al sangue. È affascinante ma cerco di smontarla, cerco di mostrare anche a me stesso che dietro c’è la debolezza, c’è la violenza. Ma per farlo lo devi affrontare fino in fondo. Come quando si parla di droga. Perché la gente si fa? Perché se tu ti fai senti che stai meglio. Negando l’esistenza di quella fase di piacere, non si sta raccontando il perché. Volevo trovare una parola che contenesse la mia contraddizione, il conflitto, l’offesa che diventa difesa. Anche nella scelta grafica: c’è la cartuccia, ma non c’è il bossolo.

È interessante il discorso sul “sacro” che fai. Perché l’accusa da una certa propaganda retorica è quella di essere buonisti, politicamente corretti. Al contrario, lottando contro l’odio, con la munizione della parola, del concetto, il discorso del sacro è fondamentale. Perché visto che a sinistra c’è il fuoco amico, quanto pensi sia importante ritrovare il “fuoco sacro” piuttosto che il fuoco amico?
La sacralità nasce dal sacrificio. È terribile, ma molto comune per chi ha vissuto un percorso di shitstorm. Faccio un esempio. Pasolini viene processato per aver fatto una rapina ad un benzinaio con una pistola d’oro. Viene assolto non con formula piena ma per insufficienza di prove, una terribile assoluzione. Il suo avvocato fu costretto alle dimissioni perché partì una campagna sui giornali che lo indicava come suo amante, perché stava iniziando a difenderlo con molta capacità politica. Pasolini, in un articolo pubblicato nella rubrica “Caos”, diceva qualcosa di simile: “Striscio lungo le pareti quando vedo un’edicola perché ho paura di vedere un mio fatto privato inventato in prima pagina”. Oggi non potrebbe scappare, perché verrebbe inseguito al telefono, dai post, non ti basta stare lontano da un’edicola. Pasolini pagò con la morte. Solo con la morte, finale espiazione, sarebbe riuscito a liberarsi dalla persecuzione. Lo sapeva e lo scriveva. Falcone rispondeva qualcosa di simile, accusato di essersi fatto l’attentato da solo per fare carriera: “La calunnia si spegne da sola, ma tanto Cosa Nostra mi ammazza. E lì i conti saranno pari”. Ad un certo punto chi lo aveva diffamato avrebbe capito che cosa stava alimentando. “Quell’Italia è il paese felice dove sei credibile solo se ti ammazzano”. Questo lo sapeva Pasolini, lo sapeva Falcone. Il rischio della sacralità è che tu la ottenga morendo. Io ho un senso di colpa di essere vivo, da quando ho ventisei anni ogni anno sarei dovuto morire. E ogni anno vivevo tra chi mi diceva che era una messinscena e chi mi diceva di andarmene, che mi avrebbero ammazzato. Ero schiacciato tra queste forze e lo sono ancora. Al processo mi aumentarono il livello di protezione, fui portato su un’isola, ci furono situazioni incredibili di tensione, piano piano iniziai a sentirmi in colpa. Come se avere la protezione fosse un merito. Non lo è per niente. Questo tipo di percorso che sto vivendo io l’hanno già vissuto moltissime altre persone. Come Rushdie, che si liberò dalla persecuzione non scrivendo mai più una riga sui temi che lo avevano portato alla persecuzione. Finisci per diventare la tua persecuzione. A un certo punto sei fisicamente la tua condanna a morte. Quindi quel sacro di cui parli lo capisco bene. È esattamente come diceva Pasolini, il successo è l’altro volto della persecuzione.

Dell’alfabeto resistente colpisce il fatto che manchi la parola “Lotta”. Al posto della L c’è “Libro”. Libro e lotta possono essere sinonimi?
La mia risposta potrebbe far inorridire la maggior parte dei critici, che hanno un fastidio nel sentire la letteratura piegata a un obiettivo. Esiste una letteratura di immensa qualità, che io tra l’altro saccheggio e leggo continuamente, che non lotta. Ci sono scrittori eccellenti che disdegnano l’attività militante della parola vedendola come una specie di scorciatoia, un modo per limitare la letteratura. Per quanto mi riguarda invece è il contrario. Non che la militanza renda il libro di qualità, assolutamente. Il principio estetico non è sottovalutato. Daphne è una scrittrice, magari non voleva neanche esserlo, però il suo lavoro mi è piaciuto anche per la sua qualità estetica. Non che un libro diventi bello perché è importante, posto che a me piacciono anche tanti libri non belli. La pagina che intrattiene soltanto è assolutamente legittima e io stesso la cerco spesso come lettore. Non è quello che cerco come scrittore. Quindi per me sì, il libro è lotta e ho sempre ragionato in questo senso. La scrittura di questi autori è un atto di lotta.

Se potessi scegliere una voce dal passato e inserirla nella collana Munizioni, chi sceglieresti?
Penserei magari a qualche autore che è stato dimenticato negli anni. C’è un autore incredibile, Corrado Alvaro, che ha raccontato il Sud, un autore cui sicuramente sarei andato a chiedere una Munizione. Avrei cercato di pubblicare quegli autori russi che avevano subito la persecuzione del regime comunista. O anche Reinaldo Arenas, lo scrittore omosessuale cubano, che scrisse il suo libro sulla carta igienica. È immenso il prezzo, fisico e civile, pagato da questi autori. Come nel caso di Camus, che alla domanda di uno studente se stesse con la causa algerina o meno, rispose: “ad Algeri stanno lanciando bombe contro i tram, mia madre potrebbe morirne; se questa è giustizia, tra la giustizia e mia madre scelgo mia madre”. Questa frase causò il boicottaggio istantaneo dei libri di Camus, traditore della causa algerina. Mi piacciono gli autori che fanno scelte toste. Oggi siamo arrivati al delirio. Adesso hanno tutti paura, iniziano a intervenire fisicamente nella tua vita, cosa che non succedeva prima. Io andrei sempre su quegli scrittori che hanno preso una posizione, non per forza “scorretta”. Alvaro fu un autore che cercava sempre di essere leggibile, corretto, ma in grado di prendere delle posizioni fortissime su un pezzo di Paese che non voleva essere raccontato così come lo raccontava lui. Mi sarebbe piaciuto moltissimo.

I libri di questa collana saranno storie già esistenti, magari poco note, o alcune potrebbero essere commissionate?
Ho cercato opere in fieri, come nel caso di Daphne, o già pubblicate all’estero con problematiche. Però ci sto pensando. Sono tutte valutazioni da fare. Farina ha già avuto una risposta internazionale molto forte. Occorre capire come comunicare, capire il feedback della comunità dei lettori. Ed è bello, perché il percorso di una collana di libri nasce anche dalla trasformazione della percezione, dei lettori, dei librai, dei social. Daphne è indicare la direzione che vorrei, un racconto della realtà in grado di essere dritto, frontale, senza mediazioni.

I LIBRI DI ROBERTO SAVIANO



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