Intervista a Roberto Vecchioni

Roberto Vecchioni
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Roberto Vecchioni è una persona disponibile, accetta con un bel sorriso di scambiare quattro chiacchiere con me in una fresca mattina in occasione del Festival Anteprime, occupiamo un gazebo per il 'firma libro', uno dei tanti posizionati sulla piazza del Duomo a Pietrasanta. Non serve rompere il ghiaccio quando basta uno sguardo per capire che siamo sulla stessa lunghezza d'onda.
Leggi come mangi?

Direi di sì, non vado a leggere libri che non c’entrano con il mio stomaco, stomaco e cuore sono uniti da un filo invisibile; mi piacciono naturalmente le cose che emozionano ma anche quelle misteriose, scrittori come Wilbur Smith mi interessano, ma anche qualche giallista classico lo leggo volentieri. Sono più un mangiatore di saggi che di romanzi, mi piacciono quelli di storia e filosofia letteratura antica, ma anche di religione.  


Nei tuoi libri c'è sempre un personaggio nella cui storia si infila forzatamente il destino… e allora non si sa più cosa può succedere. O sì?
Una battaglia… la battaglia con la b maiuscola, il destino si camuffa da tempo e da storia, si camuffa in tutti i modi, è una linea invisibile e preconcetta che però non interferisce con la nostra vita, è come dire che se A è uguale a B, B non è uguale ad A, un assurdo matematico, ma è così perché non sapendo che c’è un filo agiamo col nostro libero arbitrio, in Scacco a Dio questo è evidentissimo perché c'è questo voler essere eccezione a se stessi, non continuare una falsariga che il destino, Dio o chi per lui ha dato alla tua vita. Un personaggio pazzo e fuori da ogni schema come Oscar Wilde vuol diventare normale tanto per andare contro il suo destino, al suo karma, all'obbligo di essere Oscar Wilde: questa battaglia è infinita la possiamo narrare in modi diversissimi, sia riportandoci alla storia che alla cronaca, infatti nel libro che sto scrivendo adesso il destino ha un ruolo fondamentale, il protagonista è uno studioso che sfugge al suo destino andando a fare qualcosa che non dovrebbe fare mai, pianta i figli, la cultura per andare a fare l'agricoltore in un paesino sperduto.
 

Perché ami le figure di vecchi, di saggi, quele oggi sempre più ai margini della società, ignorate? Non è che ti ci riconosci un po’ in questo ruolo?
Pare che non faccia audience essere vecchi, non fa salire le vendite, i personaggi che tirano sono i ragazzini che si amano e si sbaciucchiano, che si lasciano e poi tornano insieme (anche con i ragazzini si può scrivere bene comunque): il vecchio da Tiresia in poi è stato sempre un deus ex machina che risolve le situazioni, è il coro della tragedia greca, quello a cui fai riferimento, tutto viene intorno a questa saggezza. E poi con i vecchi puoi giocare tranquillamente, i vecchi sono comici involontariamente, fanno gesti impacciati dovuti all'età, si possono permettere tutto, possono fare gaffe, pazzie, commettere errori, il mio vecchio lavora a maglia - che è una cosa strana e se la facessero i giovani non sarebbe credibile - può offendere tutta la gente che incontra e senza questo essere tacciato di superbia, semplicemente perché è vecchio e tutto gli è concesso, quindi sì: penso che sarebbe giusto sempre mettere un vecchio in ogni storia, in tutte, davvero.
 

In totale controtendenza nella società degli sms riscopri le epistole…
Ho dovuto fare un passo storico, tornare agli anni settanta, oggi di lettere non se ne scrivono più ma a me piace l'idea di un romanzo epistolare, non credo che dopo Le ultime lettere di Iacopo Ortis qui da noi ce ne siano stati poi tanti, quindi è una cosa veramente nuova. Che poi scrivere lettere è più autentico, io non capisco una cosa dei libri e romanzi in generale: quando si parla si commettono errori anche di forma, a volte ti sbagli, invece nei romanzi tutto è perfetto, non si sbaglia mai, a meno che non lo si faccia con intenzione creando un personaggio che parla in modo volutamente sbagliato. Invece nelle lettere si pensa che tutto debba essere giusto, uno la corregge, è più coerente, fa un tentativo di perfezione di prosa. Mi piace come sfida, scrivendo lettere ognuno ha il suo stile, ogni personaggio ha un modo di particolare di usare i verbi e questa è una cosa che sto costruendo. Ho cinque personaggi che scrivono in modo diverso e te ne accorgi subito dopo tre lettere perché li riconosci, a seconda dei verbi che usano, delle parole.
 

Tiresia, epistole, linguaggio: la cultura ci salverà?
Ci sta salvando già adesso, tutte queste belle manifestazioni sui libri, sulla lettura contribuiscono molto e sono piene di gente di tutti i tipi, ceti, età e noi ci infiltriamo e propagandiamo la notizia che la cultura non sta morendo per niente, la cultura è approcciare la gente, capire l'anima delle persone, non lasciare nulla di intentato perché la bellezza abbia le sue vittorie, la cultura fa bene fa diventare ottimisti nella vita. Leggere è il cinquanta per cento della cultura, vale di più il guardare, il vedere, l'ascoltare, lo so mi faccio dei nemici: leggere è meglio che ascoltare musica e guardare pittura, è una cosa più attiva, gli occhi e le orecchie sono più passivi, la lettura ti costringe ad una ricostruzione mentale dell'ambiente della storia che leggi, è continuamente attiva, la lettura e il teatro sono così.

I libri di Roberto Vecchioni

 

 

 
 
 
 
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