Intervista a Roland Buti

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Mangialibri non va mai in vacanza, perché la ricerca dei libri belli e dei loro autori non ammette interruzioni. Perciò avendone scovato uno, senza rimorsi, disturbiamo le ferie dello scrittore, professore e ricercatore Roland Buti per porgli alcune domande sul suo romanzo, sulla letteratura elvetica e, più in generale, sulla Svizzera. Roland, molto gentilmente, ci toglie qualche curiosità e chi chiarisce le idee su quella che per molti è la Svizzera degli orologi e del cioccolato.




Roland, prima classica domanda: da dove ti è arrivato lo spunto per questo tuo A metà dell’orizzonte?
Volevo raccontare le trasformazioni di un’agricoltura che, negli anni Settanta, dal modello tradizionale si vede costretta a creare nuove forme industriali di produzione. La storia si svolge durante la siccità del 1976: un dramma, all'epoca, per molte regioni dell'Europa. Per un scrittore, sembrava un’atmosfera interessante e con la possibilità di molti spunti. Ma volevo anche parlare dell'infanzia e dell'adolescenza. L'eroe del libro, Gus, diventa adulto in quest’estate particolare. All’origine della storia, c'è una storia della mia famiglia. La compagna di un mio cugino se ne è andata effettivamente con un'altra donna. Come romanziere, ciò mi interessava: mostrare questo avvenimento inusuale, che fa esplodere il nocciolo familiare, attraverso gli occhi di un figlio.

C’è qualche cosa di “biblico” nel tuo romanzo. Anche se Gus e suo padre in qualche modo considerano la Natura una sorta di divinità pagana offesa dal comportamento della madre, non riesco a non immaginare questa siccità come una punizione simile al diluvio. Non c’è pietà ma tutti i sentimenti sembrano ridotti all’osso. Questa è, più in generale, una tua percezione dell’uomo moderno?
La storia narrata nel libro è una tragedia e la catastrofe viene annunciata sin dal principio; l’incipit lo conferma. Come nella tragedia classica alla francese, vi si trova l’unità di luogo, l’unità di tempo, l’unità di azione col sole che pesa sugli esseri viventi, simbolo di questa fatalità. Le forze della natura partecipano a questa tensione fino al temporale finale che lava via tutto, molto concretamente a causa dell’erosione e simbolicamente perché la pioggia decreterà la scomparsa del mondo dell’infanzia del protagonista. Tutti gli animali presenti nel libro hanno un valore metaforico. Ad esempio, il cavallo rappresenta la sopravvivenza del modello agricolo tradizionale di cui parlavo prima; la colomba adottata da Gus è, invece e come si suol dire, un uccello del malaugurio. È lo spirito della tragedia: degli uomini sottomessi a delle forze che non si possono controllare. Ma avevo anche il desiderio di descrivere la natura, alla quale sono personalmente molto sensibile. La natura, di ogni tempo, è un oggetto culturale. Nelle opere pittoriche del Rinascimento italiano si possono riconoscere i paesaggi della Toscana, ma gli stessi sfondi oggi ci appaiono completamente diversi. Si possono considerare infatti come una costruzione mentale, perché non li si dipingerebbe più così! Oggi, sulla Terra, non rimane più un solo paesaggio che non sia in realtà opera umana. Il temporale descritto alla fine del libro è la risoluzione della tragedia, il «deus ex machina» di un mondo senza Dio. L’umanità sarà forse punita per non avere saputo rispettare il suo giardino…

Ammetto la mia ignoranza per quanto riguarda gli autori svizzeri. A parte Dürrenmatt ed Hesse, sei il terzo autore svizzero che leggo. Puoi darmi una tua opinione del panorama letterario contemporaneo nel tuo Paese?
Esistono una letteratura svizzera tedesca, una letteratura svizzera italiana e una letteratura della svizzera romanda, con ciascuna una tradizione diversa. I contatti esistono, ma sono rari. Pochi libri alémanique vengono, ad esempio, tradotti in francese, a parte alcuni autori di fama internazionale pubblicati da editori parigini. Il mercato del libro romando è minuscolo. Ma questa piccola parte di Paese ha prodotto Benjamin Costante, Rousseau, Blaise Cendrars e molti altri. Nella Svizzera romanda, la tradizione si articola intorno ad alcuni nomi. Nel Ventesimo secolo, è dominante la figura di Charles-Ferdinando Ramuz (1878 -1947), che è anche uno degli ultimi grandi autori francofoni, già considerato tale da Louis-Ferdinand Céline. Posso anche citare, per la seconda metà del secolo, Jacques Chessex (1934 -2009). Due figure talvolta schiaccianti…

Sempre citando Dürrenmatt, un mio amico nato nella Svizzera tedesca, recentemente, mi diceva che se voglio davvero farmi un’idea di come siano gli svizzeri bisognerebbe leggere La valle del caos. Tu cosa ne pensi? Puoi descrivermi in due parole la tua Svizzera?
La maggior parte degli europei non conosce la Svizzera se non sotto forma di cliché. Uno di questi è che la Svizzera sia un Paese ricco. Questa ricchezza, molto reale, esiste dall’inizio del Ventesimo secolo, successivamente alla Prima Guerra Mondiale. Ci sono molti tratti culturali della Svizzera però che si sono formati durante i secoli precedenti, in tempi di grande povertà. Nel XIX secolo, ad esempio, con la carestia del 1817 il Paese beneficia di un aiuto umanitario internazionale (il Sultano di Costantinopoli, lo Zar della Russia). Il nostro, era un Paese di forte emigrazione. E ci sono dei poveri anche in Svizzera. La ricchezza non è generale. Da noi, alcuni contadini si suicidano nel silenzio e nell’indifferenza, perché sono sull’orlo del fallimento e dovranno vendere la loro terra. I prodotti agricoli svizzeri non sono competitivi sul mercato mondiale! Il libro parla anche di questa realtà sociale. Gus, l’eroe, non è un privilegiato. Negli anni Settanta, i rapporti sociali erano molto rigidi, con delle grandi disuguaglianze sociali. C’è stata una letteratura elvetica, relativa appunto a quel periodo e al decennio successivo, che ha raccontato della “felicità svizzera” e che gravita attorno al libro di Luca Boltanski Le Bonheur suisse: d'après une enquête réalisée par Isac Chiva, Ariane Deluz, Nathalie Stern (1966). Ma alcuni hanno parlato di una felicità inquieta. In realtà, questa letteratura è emersa durante i grandi sconvolgimenti che hanno fatto entrare la Svizzera nell’era della modernità. L’esposizione nazionale svizzera del 1964 è, a questo riguardo, molto significativa. Fu durante tale evento che venne portata avanti una grande ricerca - alla quale si è ispirato il libro di Boltanski - su ciò che significava “essere svizzero”. Le risposte date risultarono molto tradizionali. Ma, all’esposizione, c’erano degli stand sulle tecnologie nuove più avanzate, come il sottomarino di Piccard, ad esempio. Ma è anche vero che la nostra natura di montagna non è facile e che esiste una tradizione letteraria intorno alle catastrofi naturali, cito ad esempio da C. F. Ramuz. Perciò ho voluto che questa siccità del 1976 facesse da eco al problema dei cambiamenti climatici attuali.

Dal 1976 sono passati quarant’anni. Com’è cambiata da allora la Svizzera e come la vedi tra altri quarant’anni?
La Svizzera di oggi ha un carattere estremamente internazionale, cosmopolita, tecnico, molto liberale e molto sociale allo stesso tempo. La nostra agricoltura forse viene più sostenuta e sorvegliata che quella dell’ex URSS! Ed è anche un’utopia vecchia da un punto di vista politico: far vivere in una struttura federativa tre nazionalità. Ma non è affatto un paradiso. I conflitti sociali esistono. Peraltro, i disastri possono essere intimi. E c’è una vecchia tradizione sociologica che mette in relazione il tasso dei suicidi e la condizione di una società: nei Paesi in guerra o in rivoluzione è più basso.


I LIBRI DI ROLAND BUTI


 

 

 

 
 
 
 
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