Intervista a Rupi Kaur

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Rupi Kaur è nata in India ma si è trasferita al seguito dei genitori a Toronto, in Canada, quando aveva solo quattro anni. Poetessa, illustratrice, attivista femminista e performer seguitissima su Instagram, ha suscitato un vespaio di polemiche quando nel 2015 ha pubblicato una serie di sue foto durante il ciclo mestruale. La incontro in un albergo romano: è radiosa e sorridente e mentre la intervisto una troupe cinematografica, che la sta seguendo nel suo tour mondiale per realizzare un documentario, riprende la nostra chiacchierata.




Utilizzi con grande successo Instagram e Twitter per veicolare le tue performance poetiche. Trovi che il messaggio della poesia sia potenziato o annacquato dal mezzo social network?
La questione si può vedere da due punti di vista del tutto diversi. Da una parte i social network potenziano immensamente il messaggio, non credo che ‒ almeno dove vivo io, in Canada ‒ la comunità letteraria sarebbe disposta ad apprezzare un libro come il mio milk and honey, perché non lo sente come proprio. È un libro che non ha nulla di canadese, arriva da una giovane immigrata dalla pelle marrone e quindi passerebbe sotto silenzio se non avesse dalla sua parte la forza dei social network. D’altro canto i social non sono il luogo d’elezione della comunità di chi fa letteratura: si parla di Instapoets infatti, con un tono un po’ dispregiativo. Il mio sforzo quindi sin dall’inizio è stato bilanciare queste due forze: far accettare la mia poesia dalla comunità degli addetti ai lavori e degli scrittori e al tempo stesso diffonderla tra il grande pubblico attraverso i nuovi media.

Ti senti più poetessa o più illustratrice? E come convivono in te queste due figure?
Non credo che la Poesia sia la mia forma d’Arte, ma allo stesso tempo non credo che l’Illustrazione sia la mia forma d’Arte. Sono convinta che la mia forma d’Arte sia l’abilità di esprimermi: è la cosa che ho sempre fatto, molto semplicemente. Disegno e dipingo da quando avevo cinque anni, ma ho anche sempre cucito, per fare un altro esempio: il senso è sempre stato esprimere me stessa non importa come, la Poesia è solo uno degli strumenti e dei mezzi che utilizzo. C’è da dire che quando scrivo è solo in un secondo momento che faccio disegni relativi ai versi, quindi se debbo proprio scegliere tra Poesia e Illustrazione scelgo la prima.

Perché milk and honey?
Scrivere milk and honey per me è stato un viaggio. Un viaggio di guarigione, un viaggio attraverso cui venire a patti con il mio dolore ‒ che è mio ma anche di tante altre donne intorno a me. Il titolo fa riferimento alla mia cultura d’origine, abbiamo una dieta molto particolare e mio padre pratica la medicina ayurvedica: latte e miele sono spesso protagonisti in questa cultura medica, sono fattori di guarigione. E questo accade anche in altre confessioni religiose, si tratat di due sostanze cariche di significato simbolico e di un potere molto antico. Anche la medicina moderna, che si è evoluta tantissimo, incredibilmente non rinuncia al miele e al latte, indicati per tante patologie. Questa costante, in culture e approcci così diversi, mi pare un qualcosa di unificante che andava sottolineato.

Che senso ha questo percorso da ferire ad amare, da spezzare a guarire?
Non ho mai pensato: “Adesso mi siedo e scrivo un libro”. Quando ho iniziato a pensare un libro, era già bello e fatto. Ma non volevo che fosse un mucchio di poesie una dopo l’altra, volevo qualcosa di più. Volevo metterle in sequenza e in connessione come se fossero momenti di un unico movimento lineare, aspetti singoli di una narrazione complessiva. Malgrado in sostanza si tratti di circa 180 diverse poesie, milk and honey è quindi un unico lungo poema su una giovane donna che nel capitolo 1 attraversa l’esperienza della violenza sessuale e della violenza familiare ma crescendo a poco a poco riesce a “riprendersi” il suo corpo. Un processo di grande importanza, perché per i sopravvissuti sapere che quello che ti è stato rubato non è perso per sempre ma sarà sempre tuo è essenziale, ti salva. Così nel capitolo 2 arriva l’amore e nel capitolo 3 anche il dolore che l’amore porta sempre con sé: ma il messaggio che volevo far arrivare ai lettori è come attraversare quel dolore, oltrepassarlo e guarire ma al tempo stesso celebrarlo, assaporarlo appieno. Questo è il viaggio.

So che la scelta di non utilizzare lettere maiuscole nel libro non è solo estetica ma ha un senso più profondo. È così?
Ci sono due ragioni. La prima è eminentemente grafica, ho disegnato io stessa il layout della copertina e siccome ritengo che l’esperienza sensoriale del lettore parta sin da lì, volevo che fosse nella direzione decisa da me. Anche la scrittura deve avere una simmetria, un’estetica, deve apparire bella su una pagina: così ho voluto utilizzare le lettere minuscole perché portano uguaglianza tra le lettere. La seconda ragione è che nella mia lingua d’origine, il Girma, non ci sono lettere maiuscole o minuscole, le parole hanno un’altezza costante e sono molto compatte. L’Inglese è così complesso, pieno di regole, è come se qualcuno si fosse divertito a renderlo difficile!

I LIBRI DI RUPI KAUR



 

 

 

 
 
 
 
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