Intervista a Sabrina Campolongo

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Avevo incontrato Sabrina Campolongo lo scorso anno, sempre al Pisa Book Festival, in veste di traduttrice di Suzanne Dracius e Christine Hickey. La ritrovo quest’anno in veste di autrice. E non solo: Sabrina è una delle autrici più interessanti e originali del momento e il suo ultimo romanzo è uno degli esperimenti più coraggiosi con cui un autore possa cimentarsi perché affronta due grossi tabù letterari: Emma Bovary e la maternità. E lo fa in maniera accattivante e fuori dagli stereotipi.




Una volta chiuso il tuo Emma B., la prima domanda che mi è saltata alla mente è se hai figli, ma non so se vorrai rispondere…
Si, ho una figlia di 17 anni e un figlio di 15.

Arrivi alla scrittura dalla traduzione ‒ a proposito, complimenti per il lavoro splendido che hai fatto con Tatty! Riesci a tenere separati i due “lavori” o uno finisce inevitabilmente per influenzare o disturbare l’altro? Ti viene mai da riscrivere le storie che traduci o succede mai che autori che hai tradotto influenzino il tuo stile di scrittura?
In realtà arrivo alla traduzione dalla scrittura. Scrivevo da molto prima di mettermi a tradurre. Scrivevo e leggevo libri in lingua originale. Proprio per questo l’editore Walter Pozzi ha pensato che si potessero mettere insieme queste due competenze e che potevo provare a tradurre, che era un’attività con cui mi dilettavo senza immaginare di farla diventare un lavoro. Ho iniziato a tradurre e visto che mi è piaciuto poi ho anche studiato, approfondito. Sull’influenza non so. Chiaramente tutti quelli che scrivono sono influenzati da quello che leggono, all’inizio soprattutto. Capita che rileggendo cose molto vecchie mi renda conto che le avevo scritte più nello stile di qualcun altro che nel mio. Comunque alla fine questa cosa la superi, cerchi la tua voce. Non direi, che le cose che traduco mi influenzino particolarmente, anche perché per fortuna ho sempre trovato autori che erano abbastanza distanti da me come modo di scrivere, per cui il mio tentativo è quello di rispettare il corpo sonoro della loro prosa.

Sia in Ciò che non siamo che in Emma B. hai affrontato in tutte le sue sfaccettature meno ovvie e più dolorose ‒ nel primo attraverso storie brevi, nel secondo con una sorta di “romanzo familiare” ‒ il concetto dell’amore. Emma B. è la tua opera della maturità o ritieni che la tua scrittura evolverà ancora?
Una domanda difficile. In realtà sono molto contenta di aver affrontato una struttura così complessa e così lunga. Credo e spero che la mia scrittura crescerà ancora. Tra l’altro, proprio il giorno in cui è uscito Emma B. ho anche finito di scrivere un altro romanzo che uscirà l’anno prossimo. Un esperimento interessante, una storia con un punto di vista maschile; ho aggiunto questa difficoltà, a riprova del fatto che la mia scrittura è in continua evoluzione.

Sei particolarmente brava a raccontare le donne, soprattutto quelle dalla personalità più complessa e lo fai in maniera spietata, senza tuttavia condannare o assolvere. Lo schiaffo di Emma ad Elisa è una rappresentazione grafica potente, che contiene in sé secoli di conflitti e la reazione a tutti gli stereotipi sulla maternità:da Medea ad Anna Magnani. Cosa hai pensato quando l’hai scritta?
Penso che uscendo dalla retorica della maternità, ogni madre abbia avuto un momento in cui non riesce a gestire le emozioni. In quel momento Emma non riesce a plasmare Elisa a sua immagine e somiglianza, si rende conto della resistenza forte che fa questa ragazza che è sua figlia ma che è anche un’identità che non sempre le piace. Perché è vero che i figli non sempre ci piacciono e che a volte la reazione può essere anche molto violenta. Sicuramente Emma non ha un rapporto con la maternità completo e soddisfacente. Ha sommato nel corso del romanzo una serie di frustrazioni; arriva a quel punto trascinandosi il peso di tutti i “No”, di tutte le delusioni e quello di Elisa è l’ennesimo tradimento. Lo schiaffo è dunque anche a sé stessa per ciò che aveva costruito invano.

La storia della borsa è il simbolo, forse, di tutti questi tradimenti…
Certo. Si tratta dell’oggetto del desiderio, qualcosa che ha voluto fermamente, che ha rincorso, per cui ha mentito e ingannato e poi si rivelerà anche un falso. Questa borsa di Chanel in teoria pregiatissima e in realtà invece dozzinale è il simbolo di tutto ciò che lei ha costruito e immaginato nella sua testa come un qualcosa di meraviglioso e che si rivela come un percorso all’insegna della mediocrità. Perché Emma è un personaggio mediocre. La sua è una mediocrità morale innanzitutto; non riesce a costituire un modello valido per Elisa, che viene buttata allo sbaraglio in qualcosa che neanche Emma conosce in realtà.

Per definire Elisa mi vien in mente il titolo di un romanzo che ho letto da poco: una ragazza lasciata a metà. L’hai costruita come una persona in divenire, un mondo che nessuno di quelli che la circondano conosce davvero e che non ha le parole per raccontarsi. Posso chiederti come mai nel finale l’hai lasciata anche tu “in sospeso”?
Ho pensato moltissimo al finale, che chiaramente non svelo e alla fine ha prevalso l’idea che dovesse essere coerente con le identità di Elisa e di Emma che è anche lei una donna lasciata a metà. Una persona che si muove seguendo delle costruzioni, va verso un mondo che lei immagina in una certa maniera. Si tratta comunque di una donna che sovrappone la propria immaginazione alla realtà, che non è in grado di vederla la realtà. Lei “se la racconta” e si racconta anche Elisa, che, come tutti gli adolescenti per i propri genitori, è un mondo sconosciuto. A un certo punto Emma si chiede come Elisa abbia potuto fare determinate scelte, ma in realtà dovrebbe chiedersi quali altre scelte avrebbe potuto fare, visto il modello di identità femminile che lei era stata. Emma alla fine ha un’identità piuttosto debole e plasmabile, è piuttosto camaleontica nella sua evoluzione. Lei per prima non dà un esempio forte ma si stupisce che la figlia sia allo sbando.

Emma Bovary è una sottotraccia nel romanzo, è il libro che Elisa sta leggendo ed è probabilmente anche di ispirazione per lei, ma, allo stesso tempo ha qualcosa in comune con la tua Emma. Quando hai dato questo nome al tuo personaggio, quale immaginavi fosse il ponte ideale tra le due?
Il romanzo nasce dalla mia riflessione su Madame Bovary. Chiaramente non penso di arrivare a riscrivere un romanzo così complesso ma quella Emma è il personaggio che mi interessa, una donna che compie una serie di atti autolesionistici che la portano a un destino tragico, mossa da un desiderio indotto. Il suo essere infarcita di romanzetti la porta a immaginare l’amore come qualcosa di simile alla rappresentazione dozzinale di esso. Una donna che cerca costantemente di calare gli uomini che incontra, da Charles ai suoi amanti che sono personaggi mediocri come lei, in questa immagine romantica dell’amore ricavata dalla narrazione dei suoi romanzetti. Mi ero posta il problema di cosa desidererebbe una Emma Bovary oggi e ciò che per la Bovary era il bel mondo parigino, per la mia Emma corrisponde alla nostra dello spettacolo per cui siamo spettatori ma anche attori. Il fatto che i personaggi che lei vede nei talent siano persone normalissime, non abbiano niente di più ai suoi occhi della sua Elisa, contribuisce ad alimentare le sue illusioni. Elisa è nata dal fatto che quel mondo per una donna dell’età di Emma è già precluso, per cui la sua speranza di accedervi doveva risiedere in una ragazza più giovane. La scalata che lei prova attraverso la figlia è molto simile a quella tentata da Emma Bovary ed ha risultati altrettanto frustranti e, almeno nelle intenzioni, non ha nulla di malvagio; è solo la forte volontà di una madre riscattare sé stessa e salvare sua figlia dal destino che sa aspettarla vivendo nella provincia brianzola.

Pensi che scriveresti mai un seguito per queste due donne?
No. Ogni volta che scrivo è come se nella mia testa ci fosse un discorso ininterrotto: da Ciò che non siamo che era centrato sui rapporti d’amore, sulle relazioni a due, sono passata a questo, che invece si misura con la maternità e le relazioni familiari, nel prossimo ho creato un personaggio maschile che è bloccato anche lui, un figlio che cerca di superare una figura paterna ingombrante, ma per lui ho immaginato una possibilità di riscatto. Alla fine c’è un seguito ideale dal punto di vista tematico, ma, dal punto di vista delle trame e dei personaggi quello che avevo da dire su questi l’ho già detto.

I LIBRI DI SABRINA CAMPOLONGO



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