Intervista a Sacha Naspini

Sacha Naspini
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Quando c’è di mezzo il mare, gli impegni di lavoro appaiono come semplici passatempi da spiaggia, piccole parentesi di concentrazione nel bel mezzo del relax totale. Sacha Naspini vive e lavora nei pressi di Follonica, ed è proprio qui che avviene il nostro incontro, in un bar vicino alla spiaggia. Ha l’apparenza di un tipo un po' 'oscuro', riservato e riflessivo ma la realtà è ben diversa: accento toscano marcato, spigliatezza nel parlare e sguardo sveglio e sincero. Ma non erano tutti misantropi 'sti scrittori?
Nonostante la tua giovane età ti sei già cimentato in diversi generi e format narrativi. Qual è a questo punto il genere di libro che preferisci scrivere?
Mah, non c’è un “genere” preciso. Anzi, sarei quasi tentato di dire che personalmente non amo i generi stretti, diciamo che mi piace scrivere i libri che vorrei leggere, magari contaminati, questo sì, ma la scrittura di genere – anche se per commissione ho anche avuto modo di farla – non mi interessa. Non mi interessano draghi e ispettori, non mi interessano vampiri o sbudellamenti vari e giornalisti alle prese con. Ma questo non esclude il fatto che si possa scrivere di tutto questo da un’angolazione particolare. Per esempio sul tema Magia, per dirne uno: il Ninna Nanna di Palahniuk. Capolavoro. Nelle interviste e durante le presentazioni dico spesso questa cosa sull’umanità. Nel senso che mi piace – anzi godo da morire – quando un testo gronda umanità e stile. Ovviamente umanità a tutto tondo, non solo nella sua accezione più positiva; e stile che è “intonazione” e viscere, niente roba compiacente.
 
La componente psicologica è sempre molto forte in tutti i tuoi libri. Quanto è importante per te “scavare” nella mente dei personaggi?
Una cosa che mi piace da morire è mettere a nudo le debolezze e l’arroganza umana. Scardinare le “certezze”, però senza stare lì a spiegare. Tra i miei obiettivi c’è un po’ quello di prendere un Rambo della contemporaneità e ridurlo a un bimbo spaesato che piange sul letto mentre si abbraccia alle ginocchia, o qualcosa del genere. Mi piace scavare, sì, fosse anche con un colpetto di scalpello qua e là. E mi piace quando i movimenti interiori di un tale personaggio si sposano con quelli di una storia che funziona. Quello che pretendo da me, quando scrivo, è che il testo lasci un bel po’ di mazzate allo stomaco di chi legge. Insomma, o almeno ci provo.
 
Il tuo romanzo I sassi ha riscosso un successo tale da richiedere una ristampa. Da dove è nata l’idea di questo libro, ormai un vero classico underground?
L’idea principale de I sassi è partita da una mostra di pittura e da un viaggio. La mostra era una personale di un emergente, credo, di cui purtroppo non ricordo il nome. Tutta la sua opera – o almeno quella ripresa per l’esposizione – era incentrata sull’idea di raccontare attraverso le pietre. I sassi come linguaggio universale, eccetera eccetera. Be’, mi piacque un bel po’ quest’idea, e ricordo che scrissi sul foglio questo titolo: I sassi. Non so, lo trovavo potente. Poi partii per un viaggio a Praga. Era un bel pezzo che pensavo di scrivere un testo sul tema della vendetta cieca, quella che tenta di ristabilire un ordine, un senso di appartenenza, e insomma portai dentro tutti questi elementi per un po’. Poi c’era anche questa componente che mi allettava molto: costruire una storia come i tasselli di un mosaico che a mano a mano che si va avanti scoprono un disegno più grande. Il risultato è stato questo romanzo che mi ha dato e continua a darmi un sacco di soddisfazioni, in tutti i sensi.
 
Qualcuno disse che la musica dona estro e rigore ai nostri pensieri. Il fatto che suoni in un gruppo musicale (e sei anche autore di testi) credi che abbia influenza sul tuo modo di scrivere o di 'comporre' le trame dei tuoi libri?
Sì, forse. La musica è stata per molto tempo il mio pallino. In realtà, escludendo la bella geometria dell’anima che c’è nella costruzione di un pezzo, forse per me si riduce tutto a questa cosa qui: solo un altro modo di scrivere. Non saprei dire se dentro, proprio sotto, questo mondo si muove anche quando mi metto davanti alla pagina bianca. Ma la musicalità della parola, quello sì, la cadenza e le chiusure, i sottotesti, le allusioni, forse fanno parte di quel bagaglio. Nella musica la parola si espande, può assumere un monte di significati, mentre nella scrittura si sta proprio all’osso, e se c’è da far parlare un “non detto” si ha esclusivamente l’arma dello stile, di quel richiamo che forse parte dal far vibrare quelle stesse corde che metti in moto quando butti giù una progressione armonica con lo scopo di portare avanti l’ascoltatore, di proiettarlo in quel mondo lì. Proprio come fa una pagina ben scritta che non ti dà modo di staccare gli occhi, a volte indipendentemente dalla trama. Quando la pagina “canta”, insomma. Sono dell’idea che la musica e la scrittura sono due mondi vicinissimi.
 
Quali sono gli scrittori a cui fai riferimento, se hai dei modelli letterari?
Dei modelli veri e propri non li ho. E non leggo di tutto, sono sincero. E sono anche un po’ spietato: se un libro non mi prende lo mollo subito, senza se e senza ma. Per il resto, ho miei miti che guardo sempre da qua in fondo, e qui potrei partire con un’insalatona che va da Calvino a Fante, da Tabucchi a Palahniuk, che citavo prima. E millemila ne potrei dire, che davanti a queste domande di solito mi si affolla un mare sterminato di nomi che poi mi sento anche un po’ in colpa se me ne dimentico qualcuno.
 
Qual è la situazione della piccola editoria italiana vista dal di dentro?
Be’, devo dire che in questo senso sono stato piuttosto fortunato. Voglio dire che se non sei un po’ ammanicato e vuoi provare a inserirti nel mondo editoriale italiano, devi camminare con una mano davanti e una dietro – a parte i colpi di fortuna che uno può avere. È pieno di squaletti di ogni tipo, ma questo non serve certo che lo dica io. Tra l’altro, come grafico, spesso sono “costretto” a collaborare con realtà che insomma non si comportano molto bene. Per me in quel caso è lavoro puro, non posso permettermi di rifiutare commissioni per motivi etici. Ma devo dire che a prescindere da tutto questo, c’è comunque un buon motore che si muove, di case editrici indipendenti e di progetto che risicando il budget continuano a fare il loro lavoro seriamente, mettendosi in gioco. Io provengo proprio da realtà di questo tipo, come le Edizioni Il Foglio di Gordiano Lupi, che sono cresciute tantissimo; o la neonata Voras Edizioni, di Stefano Grugni. Cito anche Historica, del giovanissimo Francesco Giubilei. E molte altre ce ne sono. Questo è un po’ l’ambiente dell’underground italiano in cui un autore può cominciare a farsi le ossa, costruendo passo dopo passo il proprio curriculum letterario. Ma bisogna tenere duro, che a quanto pare solo in Italia vengono stampati al giorno una cosa come 150 titoli, è un mare in cui un autore può sentirsi sperso. Personalmente, da qualche settimana ho firmato con Elliot Edizioni, uscirò a ottobre con un nuovo romanzo. Questo è un passo importantissimo per me, sono seguito da un editor del calibro di Massimiliano Governi, e spero davvero di poter concentrare le mie future pubblicazioni – almeno quelle più importanti – con loro. Sono dell’idea che per un autore è importante avere un unico riferimento, senza dispersioni di vario tipo. Con questo voglio dire che se c’è costanza e talento – non saprei parlando per me – dài e dài da qualche parte si sfonda. In questo caso Elliot mi dà concretamente la possibilità di salire di un bel po’ di metri in quel mare che dicevo prima, e di essere più autore nel senso stretto del termine. Ma se eventualmente dovesse accadere qualcosa di “grosso”, di certo non taglierò i ponti con l’ambiente della piccola e media editoria. Ci sono persone che in passato hanno puntato moltissimo sul mio lavoro, e non vedo l’ora di potermi sdebitare, in qualche modo. Perché l’ambiente editoriale underground – quello vero – non è fatto solo di squali, ma anche di gente preparata che dà l’anima e si fa il mazzo, e con la quale puoi costruire rapporti umani della madonna, prima di tutto.
 
I libri di Sacha Naspini

 

 

 
 
 
 
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