Intervista a Salman Rushdie

Il tour promozionale italiano di uno scrittore della levatura internazionale di Salman Rushdie è senza dubbio un’occasione da non perdere. Mondadori ha organizzato per giornalisti e blogger una affollatissima conferenza stampa in un prestigioso hotel milanese: Mangialibri è in prima fila a porre domande ed ascoltare Rushdie, elegante affabulatore, un vero fiume in piena.




Molti critici hanno scritto che con La caduta dei Golden volevi cimentarti nel “grande romanzo americano”, però in realtà leggendolo sembra più il grande romanzo di una città americana. Qual è il tuo rapporto con New York? E quanto dei tuoi sentimenti nei confronti della città è finito nel romanzo?
Penso che sia vero quello che dici, che questo è un libro su una città in modo particolare, sulle città in generale: perché io mi penso sempre come un cittadino, uno scrittore che vive dentro le città. Le città importanti della mia vita sono state tre: Bombay Londra e New York. Va detto che io a New York ci sono andato la prima volta molto tempo fa, nel 1972, praticamente nell’epoca dei dinosauri, quando avevo 25 anni e la città era totalmente diversa da come è adesso che ci vivo. Era una città sporca, direi tra virgolette “povera e pericolosa”, ma soprattutto una città dove tutto costava poco a differenza di oggi e quindi calamitava un sacco di giovani creativi da tutto il mondo. Io, giovane e assolutamente entusiasta, immaginavo di incontrare tutti questi cineasti questi scrittori e mi è venuta voglia di essere anch’io parte integrante di questa città, di andarci a vivere, poi però come molto spesso succede quando ti trasferisci in una città, dopo un certo numero di anni non c’era più nulla di quello che io avevo conosciuto in quel periodo. Non è questo tra l’altro il primo libro in cui io parlo e descrivo la città di New York, è il primo però dove la descrivo con un senso di intimità.

È corretto affermare che questo romanzo è un po’ meno “fiabesco” rispetto ad altri? Dove è finito – se c’è mai stato – il realismo magico di Salman Rushdie?
Quando ho scritto il libro precedente Due anni, otto mesi & ventotto notti, due anni e mezzo fa, la mia scrittura era più improntata ad un atteggiamento favolistico, fantastico: anche quel libro aveva a che fare con New York e l’ho descritta come se si trattasse di uno scenario da favola. Poi ad un certo momento, non so esattamente per quale motivo, è come se io mi fossi detto: adesso basta, voglio spingermi in altri territori. Diciamo che ho sfruttato al meglio tutto quello che potevo dare e ho deciso di usare un modo di scrivere completamente diverso. Allo stesso tempo però è accaduto qualcosa, è stato il mondo che ha cominciato a cambiare e diventare surreale la realtà è diventata surreale e si è creato uno stranissimo meccanismo per cui devi inventare la realtà. Giusto tre settimane fa, per fare un esempio, ero a cena con Ian McEwan e abbiamo anche riso di questa cosa, ci siamo resi conto che se avessimo raccontato anni fa una storia di questo genere ambientata a New York, le nostre case editrici ci avrebbero chiesto qualcosa di più credibile, mentre adesso è assolutamente plausibile. Il punto è che la realtà è incredibile. Adesso ci ritroviamo tutti a chiederci come affrontare le fake news, cosa possiamo fare per contrastare le bugie che ci arrivano da ogni parte, ed è un tema davvero importante, perché riguarda e coinvolge tutta la società. Quando si comincia a confondere il vero con il falso la situazione è potenzialmente pericolosa, ed è esattamente quello che si sta verificando in questo momento. Ovviamente anch’io io ho pensato a cosa potevo fare. Semplice: inventare storie non vere per cercare di parlare della verità. Nei romanzi c’è una cosa positiva, un patto fra scrittore e lettore su come concepire la verità. Il lettore sta a questo patto, riconosce la verità di quel che legge. Adesso paradossalmente pare che la fiction sia deputata a descrivere e a riportare la verità fra i lettori e questo è uno dei motivi per cui io spingerei la gente a leggere i romanzi. In questo momento storico forse è nei romanzi che troviamo la verità.

Non è frustrante raccontare la realtà quando non si hanno tutti i dati a disposizione? Dover ricorrere alla fiction e proporre un mondo ipotetico?
Beh, questo è il compito del romanziere: cercare di usare il materiale che ha, i dati a sua disposizione. Molti degli scrittori che io ho ammirato nella vita, che sono stati i miei maestri, avevano proprio questa capacità: di includere completamente la descrizione di quello che succede dentro la società nella sua più ampia accezione. Dickens ad esempio era un grande maestro da questo punto di vista, descriveva la società partendo dall’apice fino ad arrivare giù giù fino ai ceti più bassi, parlava con la stessa disinvoltura dell’arcivescovo o dell’assassino, la sua prosa includeva tutto questo e secondo me, essere scrittore presuppone anche comportarsi un po’ da giornalista, cioè riuscire a fare un buon reportage di quello che accade, parlare delle cose così come sono. Questo per me come scrittore è molto molto importante. Uscire dal mio piccolo mondo e capire davvero che cosa stia succedendo nella società che mi circonda, saper descrivere tutte le cose anche se non mi riguardano direttamente. In questo libro ho incluso due realtà, due mondi che sono estremamente distanti dal mio, ma riguardano i due figli del personaggio principale: uno è autistico e l’altro ha dei problemi di transizione sessuale. È ovvio che io non sono né autistico né transgender, però diciamo che ho voluto parlare di questi due aspetti che nella società attuale sono molto presenti e molto sentiti; l’ho fatto senza nessuna esitazione, primo perché incuriosiscono anche me, arricchiscono la mia capacità di apprendere cose nuove e io sono particolarmente stimolato dalla curiosità di apprendere cose che non sapevo. Ovviamente ho iniziato parlando con un paio di amici che soffrono di autismo e conosco almeno un paio di persone che in un modo o nell’altro hanno cercato di cambiare sesso, quindi diciamo che sono partito da queste situazioni per poi spingermi ben oltre quella che può essere una descrizione superficiale. Ecco, da lettore io ammiro quegli scrittori che riescono a farmi percepire la fatica, lo sforzo che hanno fatto per conoscere le cose che stanno descrivendo, perché questa conoscenza rende migliore quello che scrivono. Ecco perché do grande importanza al lavoro di documentazione e ricerca quando inizio a scrivere un libro. Cerco di mettermi nei panni di chi poi mi leggerà e capire quello che percepirà.

I protagonisti de La caduta dei Golden cercano una nuova identità: ma l’identità si può davvero cambiare? Si può sfuggire al nostro destino?
Diciamo che l’identità è proprio il tema assoluto, il nucleo centrale di questo libro, nel senso che per la famiglia protagonista è fondamentale alterare o nascondere la loro identità, passano da un Paese all’altro cercano di ricominciare, di cancellare o nascondere il proprio passato, quindi mi sono chiesto è davvero possibile? È possibile buttarsi il passato alle spalle, dimenticarlo? Secondo me nella vita reale è possibile, New York è la prova lampante che questo è possibile: le strade della città sono piene di ex migranti, di gente che si è rifatta un’esistenza, che ha cambiato il proprio nome, che lo ha semplificato anglicizzato o comunque occidentalizzato e nonostante i problemi che possono aver incontrato hanno la possibilità di aspirare ad una vita felice. Dal punto di vista del romanziere invece non è un grande espediente, non è che funzioni tantissimo. Cioè io per esempio ho cercato di rendere chiaro da subito al lettore che questa famiglia aveva cambiato residenza non per problemi economici o perché fossero dei profughi ma perché stanno fuggendo tutti da qualcosa di misterioso, da un fatto accaduto nel passato, prima che si mettessero in viaggio, l’ho fatto per creare un alone di mistero dark se vogliamo, purtroppo nei romanzi c’è di brutto che ad un certo punto questa verità la devi dire, il mistero lo devi svelare, non puoi andare avanti all’infinito, questo “passato” ad un certo punto deve diventare presente, questa è la differenza fra la narrazione e la vita vera, nella vita ti puoi reinventare, nel romanzo no. Il trucco che ho usato in questo libro è l’invenzione del museo dell’identità a New York. Pensate che alcuni dei giornalisti che mi hanno intervistato, anche persone che vivono a New York, hanno confessato di aver googlato per cercare se questo museo esisteva davvero. Questo mi ha fatto pensare a quanto spesso ci si chiede se le cose esistano davvero o no, come è facile che una cosa che adesso non esiste poco dopo diventi reale. C’è un’altra cosa da dire di questo museo: questa invenzione mi ha permesso di indagare sul problema dell’identità, che è una cosa davvero molto sentita da tutti ma in maniera diversa nei vari Paesi. Per esempio in India, se si parla di identità si parla sicuramente di identità religiosa, di differenza fra indù e musulmani per esempio; se invece parliamo dell’Inghilterra, nel mezzo della Brexit che non si sa come andrà a finire, si parla di identità nazionale, cioè cosa significa al giorno d’oggi essere inglese e che differenza c’è fra l’essere inglese e il sentirsi europeo. Questa diatriba sta diventando una storia senza fine. Negli USA l’identità ha molte sfaccettature diverse, come dicevo prima, c’è un discorso di identità di genere, poi dal punto di vista razziale e anche da un punto di vista storico, cioè il rapporto che intercorre fra il problema della razza e come sia stato affrontato il razzismo. Immediatamente dopo queste ultime elezioni molti americani si sono chiesti chi siano, cosa significhi essere americano oggi in una situazione che ha completamente diviso il Paese, quindi il problema dell’identità americana c’è ed è estremamente sentito.

I Golden mettono in scena una sorta di presentazione di loro stessi, della loro vita. Ma quando la rappresentazione finisce e si chiude il sipario, siamo più vicini o più lontani dalla verità? La nostra e quella sulla situazione negli USA…
Io spero più vicini. Diciamo che mi piacerebbe tantissimo che quando finisce il mio libro il lettore si rendesse conto di avere acquisito qualcosa che non sapeva, anche a livello di sentimenti, di sensazioni. Certo c’è un rischio, nel senso che scrivere un libro da leggere esattamente nel momento in cui viene scritto, nell’hic et nunc, è estremamente pericoloso. La saggezza popolare insegna che è necessario avere una certa prospettiva sui fatti che racconti, devi avere una certa distanza altrimenti perdi l’oggettività, quindi è assolutamente difficile parlare di qualcosa che è recente anzi contemporaneo, ma dato questo rischio per scontato, mi piaceva l’idea di catturare l’attimo, cioè spero che chi legge riconosca con piacere che sta leggendo qualcosa che corrisponde al mondo fuori dal libro. Se i lettori futuri potranno in un modo o nell’altro riconnettersi o ricollegarsi con questo passato prossimo vorrà dire che ci sono riuscito, ma me lo dovrete dire voi.

Perché per i nomi dei Golden hai attinto alla tradizione antica greco romana?
Sono sempre stato molto attratto dai classici e nei miei libri continuano un po’ ad emergere, non è la prima volta. La storia di questo libro in particolare possiamo dire che è iniziata cinque o sei anni fa quando sono stato a Roma sono andato a visitare la Domus Aurea di Nerone, un luogo prima di tutto evocativo e che dal punto di vista narrativo può essere molto forte. Il mio Nero, che sarebbe poi il nome inglese (e latino) per Nerone, ha una sua Casa d’Oro, una sua Domus Aurea, ed è un modo per sottolineare che questa famiglia è tutto tranne che modesta. Anche la scelta del nome, Nerone, è indicativa di come si considera il protagonista, è uno che si vede quasi come un re, con una certa maestà. Loro in un modo o nell’altro sono percolati dentro questa storia e anche con i nomi ho voluto dato un risalto a questo loro sentire. Come se rifacendomi alle radici ‒ perché ovviamente in occidente c’è una radice greco romana ‒ avessi la possibilità di essere più suggestivo, perché le origini legate all’antichità in qualche modo significano potere. C’è poi anche un’altra cosa da dire sul modo in cui ho pensato questo romanzo prima di scriverlo: ho cercato per prima cosa di immaginare uno sfondo, ho cercato di delineare il mondo in cui si sarebbero mossi i personaggi nel modo più preciso possibile, e contro questo sfondo assolutamente realistico ho messo dei personaggi dalle dimensioni esagerate. Anche questo è un espediente molto usato da Dickens, cioè ingrandire esageratamente la statura di questi personaggi facendoli diventare ipertrofici su uno sfondo del tutto normale, riuscendo a lasciargli comunque una certa naturalezza. È un po’ quello che succede anche nella lirica, i cantanti con il trucco vengono sempre in ogni caso “esagerati” proprio per renderli più visibili sul palco. Il giovane René, cineasta con grandi ambizioni, vuole fare il film del secolo, dice addirittura che lui girerà un Decalogo più bello di quello di Krzysztof Kieślowski e queste sue affermazioni spiegano in parte il suo stile. Lui stesso si definisce un cineasta che fa del realismo operistico. Ecco: questo è un po’ quello che ho cercato di fare io, ho preso in prestito il suo codice di definizione e ho cercato di tracciare questo parallelo fra libro e opera lirica.

La cultura millenaria dell’India contrapposta alla “giovinezza” degli Stati Uniti: questa giovinezza rappresenta anche una metafora del cambiamento, di una rinascita anche a livello magari personale?
Domanda molto interessante. Io sono sempre stato interessato alla connessione che c’è fra culture molto antiche e quelle molto nuove, per esempio in America un edificio che ha duecento anni è considerato assolutamente vecchio e in Europa tutte le case praticamente hanno duecento anni, poi c’è l’altro paradosso che è quello di una cultura molto antica come quella indiana, talmente antica che è come se tutti avessero perso il senso del tempo. Se tu chiedi ad un indiano quanto tempo fa è stato costruito questo edificio, la risposta sarà “Molto tempo fa”. Sì, ma quanto tempo fa? La risposta resterà “Molto”. Quindi è abbastanza strano che quelle che sono le culture più antiche sono totalmente o quasi refrattarie alla necessità di definire il tempo, mentre le culture più giovani sono portate tendenzialmente a considerare ciò che è successo ieri come se fosse successo 100 anni fa. Ti faccio un esempio: negli USA ormai la memoria è qualcosa che ha lasciato tutti, non c’è più ombra della memoria, si dimentica subito e forse questo dimenticare subito dà adito alla gente di pochi scrupoli non solo di poter arrivare al potere ma anche di continuare indisturbata ad esercitarlo perché quello che è successo l’altroieri non ce lo ricordiamo più. Ciononostante l’America è stata costruita proprio sull’idea della rigenerazione, della rinascita. Entrambe queste idee sono fra i miti fondanti degli USA, anche se spesso queste basi si rivelano non essere neanche vere, però proprio perché l’America sta attraversando un periodo particolarmente buio, io voglio essere ottimista. E lo sono anche per natura, voglio credere nella nuova generazione che è molto interessata alla rinascita dell’America: i giovani, i ragazzi hanno dei principi molto saldi, sono molto interessati alla diatriba su che cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e se solamente noi saremo sufficientemente bravi da conservare per loro il nostro ambiente naturale, a non distruggere questo pianeta, io credo che loro saranno i nuovi progressisti da un punto di vista sociale, perché loro per esempio sono molto attenti alla conservazione dell’ambiente. Anche per questo penso che Donald Trump non sarà il futuro e non è neanche destinato a diventare la nuova normalità, come qualcuno la definisce. Nel senso che forse in questo momento in America c’è l’ultimo bagliore della supremazia bianca, è l’ultimo sguardo che si dà a una politica che fino a questo momento è stata gestita in questo modo dai bianchi e ovviamente questo è molto molto lontano da quello che è il pensiero dei giovani d’oggi in America. Ripeto, se noi conserveremo loro il pianeta, sicuramente loro sapranno fare meglio in termini di rigenerazione. Lo dico anche dando delle motivazioni, c’è bisogno di un cambio generazionale negli USA, Trump ha 72 anni Bernie Sanders ne ha 75, ecco potrebbero per favore farsi da parte. Guardiamo cosa è successo in Canada dove ci sono due leader giovani carismatici, e sono riusciti a far cambiare il dialogo sono riusciti a introdurre delle nuove idee. Credo che per avere un futuro migliore ci sia proprio bisogno di questo.

Parliamo delle donne de La caduta dei Golden. Sembrano un po’ personaggi secondari ma in realtà muovono i fili di tutto. Dalla madre/moglie che muore e quindi costringe i protagonisti alla fuga all’arrivo della nuova compagna che con il suo comportamento bizzarro smuove la storia. Forse questo schema rappresenta un po’ un cliché, o è solo un’impressione?
In effetti quando mi sono seduto per la prima volta per dare una forma a questo libro mi sono reso conto che c’erano troppi uomini sulla scena. Una situazione classica da patriarcato. Quando ho introdotto perciò questi personaggi secondari femminili mi sono reso conto di come fossero invece proprio loro a guidare la trama. La vita della madre è assolutamente centrale rispetto a tutta la storia del romanzo stesso, per esempio. Successivamente è invece la donna russa che assume il ruolo di motore dell’intera azione, intrappolando René nella sua rete di menzogne. La fidanzata di René è invece il giudice morale presente nel libro. Per risolvere tutta la vicenda è infatti necessario il suo perdono. In altri miei romanzi le donne hanno avuto una figura preponderante, con principesse che alla fine salvano il mondo. Vorrei aggiungere che tutto questo è colpa di Dostoevskij visto che il suo I fratelli Karamazov, con la sua forma di patriarcato e i suoi tre figli disgraziati, funge un po’ da precedente al mio romanzo.

René è un film maker. Nel libro il cinema ha una parte importante. Qual è il tuo rapporto con questo medium?
Sono nato con l’ossessione per il cinema. Ho imparato tutto quello che so frequentando le biblioteche e guardando film. Anche René è ossessionato dal cinema e dagli stessi film che piacciono a me ossia quelli della Nouvelle Vague italiana e francese di Fellini, Godard e Truffaut. Scrivendo I figli della mezzanotte ad esempio mi sono ispirato proprio a Fellini, che è uno dei pochi a essere riuscito a mitizzare l’infanzia di ogni giorno. Le scene del libro infatti sono state costruite proprio come dei set cinematografici. Anche nei dialoghi ho tentato di ricreare quel pastiche che ha reso celebre Jean Luc Godard, in cui la gente sembra parlarsi sopra senza mai costruire un vero dialogo di senso compiuto. La mia musa ispiratrice primaria rimane però sempre Alfred Hitchcock e il suo modo di osservare la scena sempre dallo specchietto retrovisore. Ho anche ambientato alcune scene del mio libro sulla base di un suo vecchio film in Christopher Street al Greenwich Village di New York. A New York ci si guarda molto, ognuno nella finestra dell’altro. È come se si fosse sempre su di un palcoscenico. Ho descritto anche un giardino segreto che poi controllando su Google Earth esiste realmente. Da Hitchcock ho mutuato anche la scrittura basata sul mistero e sul quanto e quando svelare per creare attesa. Nel mio ultimo romanzo le informazioni sono distillate come con un contagocce. Non dimentichiamoci poi, nel mio rapporto con il cinema, che sono stato anche lo sceneggiatore del film tratto da I figli della mezzanotte e di un altro paio di film che però purtroppo non hanno mai visto la luce. A questo proposito vorrei aggiungere qualcosa. Quando René va in giro per chiedere finanziamenti per il suo film, posso dire di essermi trovato spesso nelle sue condizioni. Nel mondo del cinema tutti sembrano supportarti al 100% ma alla fine è solo un mucchio di cazzate. Promesse al vento. Per questo qualsiasi film che esce al cinema, anche fosse Justice League 23, merita rispetto per tutto il lavoro che c’è stato dietro.

I LIBRI DI SALMAN RUSHDIE



 

 

 

 
 
 
 
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