Intervista a Salvatore Scibona

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Salvatore Scibona, a dispetto del nome e del cognome, è uno scrittore di Cleveland, Ohio. E lo rivendica con orgoglio. Ma dalle sue radici italiane non scappa, figuriamoci. Anzi, parla un italiano pressoché perfetto e insiste per fare la nostra intervista appunto in italiano. Siamo seduti davanti ad un caffè nella lounge riservata alla stampa di Più Libri Più Liberi 2019 e parliamo di bambini, pesci, soldati ed emigranti.




Ho letto da qualche parte che il seme de Il volontario è stato un piccolo racconto, nato peraltro da qualcosa che hai visto con i tuoi occhi. Come è nato da un seme così piccolo un romanzo così lungo e complesso?
Stavo già lavorando al libro da due anni, ma avevo pezzi sparsi qui e là. Poi un giorno mi trovavo all’aeroporto di Amburgo e ho incontrato questo bambino, era ovvio che si fosse perso. Dopo mezz’ora abbiamo scoperto che era stato abbandonato e io ho provato ad aiutarlo. La cosa che mi ha colpito come scrittore è che nessuno là attorno riuscisse a capire quale lingua stesse parlando. Quel bambino non aveva alcun modo di esprimersi con nessuno e questo mi ha colpito molto. Non so poi come si è risolta la vicenda, quindi il libro è stato il mio tentativo di risposta, la mia ipotesi letteraria su come quel bambino fosse arrivato là e soprattutto come la storia fosse andata a finire. Forse quel bambino è diventato un personaggio di un mio libro perché il mio cuore ha sentito una grande responsabilità nei suoi confronti, per proteggerlo e aiutarlo.

Tu non sei certo uno scrittore da un libro all’anno. Quale è il tuo metodo di lavoro?
Io scrivo per scoprire che cosa sto per scrivere. Provo a sedermi sempre alla scrivania con la mente sgombra. La mente però spesso brulica di idee, di spunti, di immagini in generale. Mi capita anche che quando penso di essere particolarmente produttivo alcune mattine e ci sono tutte le condizioni per scrivere tanto, poi subentrino sensazioni che mi inducono a pensare di star facendo solo sforzi inutili. Mi interessa molto comunque il lato oscuro della mente, così come il lato oscuro dei personaggi. Un personaggio per me comincia a vivere veramente quando lo scrittore mette in luce dei lati oscuri che nemmeno lui conosce. Sono lati che abbiamo tutti. È come se nella nostra mente ci sia una stanza segreta e quando si decide di entrare si ha la responsabilità di ciò che si trova all’interno. Per il protagonista de Il volontario ad esempio i soldi significano amore e quando alla fine gli chiedono se la guerra sia finita e chi abbia vinto, lui risponde che nessuno ha vinto ma almeno ha conservato i soldi. Questa è la parte della sua mente con cui io ho un rapporto, anche se lui non esprime questi concetti in maniera trasparente.

Una cosa che colpisce tanto leggendo il romanzo è che ci si sente come responsabili per la scelta dei nostri padri. La famiglia assume un significato veramente storico. Il nostro vissuto siamo solo noi o ci portiamo dietro anche le scelte di altri prima di noi?
La storia è così lunga che Vollie sente le sue responsabilità anche se è consapevole del peso delle scelte precedenti. Sente che c’è un filo di connessione ma per lui la porta si è chiusa quando aveva due anni e quindi non può entrare. È un grande peso per lui, poveraccio.

Qui in Europa pensiamo che l’americano tipo non conosca il mondo e lo consideri misterioso e strano, all’infuori degli Stati Uniti. Per questo vi prendiamo in giro. In questo libro c’è anche la scoperta del mondo. Tu ti ritrovi in questo ritratto impietoso?
Io non sono un sociologo, ma uno scrittore di romanzi. James Ellroy dice sempre che ha fame del mondo, mentre io quando volevo scappare dall’altra parte del mondo dall’Ohio potevo pensare solo al massimo al Messico. Vollie invece voleva vivere il mondo e quindi entrare nell’esercito è stato il modo più facile per farlo. Il mio primo romanzo La fineparla di migranti anche se non hanno mai visto Argentina, Germania o Australia, ma solamente Cleveland!

Nei tuoi romanzi ti interessa più raccontare la Storia con la S maiuscola o le piccole storie? E c’è una differenza secondo te fra le due cose, o è in fondo un luogo comune questa distinzione, perché siamo un po’ tutti parte della Storia, siamo come pesci in una corrente?
Bellissima domanda, innanzitutto. Io ho la capacità di descrivere il particolare anche se dal particolare penso si possa intuire l’andamento generale del corso storico. Come concentrandosi solamente su un pesce si possano comunque intuire i movimenti della corrente. Il romanzo può quindi descrivere anche la Storia. Gli ultimi capitoli di Guerra e pace sono dedicati al significato della Storia. Si possono comunque scrivere racconti su personaggi totalmente marginali nel processo storico e che quindi non lo influenzino. Io, solo in questo libro, volevo semplicemente seguire una persona nella Storia senza conoscerla. Mi hanno chiesto perché ho posto il protagonista in uno scenario di guerra mentre secondo me ci è semplicemente caduto. Mi interessano più le esperienze intime all’interno della Storia. Io la Storia non la vedo.

I LIBRI DI SALVATORE SCIBONA



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