Intervista a Samuel Giorgi

Samuel Giorgi
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Il suo profilo Facebook è pieno di foto di personaggi che mostrano, spaventati e fieri, l’inquietante copertina di un romanzo. Lui è Samuel Giorgi, e quella è la copertina del suo romanzo d’esordio. Nato a Milano nel 1968, Samuel è laureato in Lingue e Letterature Straniere, e vive in un piccolo comune nel Parco del Ticino con la moglie e i due figli. Sul suo sito scrive di lui che “non ha paura del buio, non si addormenta con la luce accesa dopo aver controllato sotto al letto, non fantastica sulla malvagità che può arrivare da altri pianeti o impadronirsi dello spirito selvaggio di animali o strumenti meccanici costruiti dai terrestri”. E continua dicendo che per lui scrivere è diventato un bisogno, una dolce dipendenza, che è arrivata tardi. Cos’ha fatto prima? Ha “letto  vissuto, amato, osservato, fantasticato, spiato, portato a passeggio la cagnetta Joyce (pace all’anima sua) in anonimi cortili di case popolari della periferia sud di Milano”. Lo abbiamo intervistato per voi.




Il Mangiateste è un romanzo che mescola diversi generi: dal thriller all’horror, allo splatter in alcuni punti. Quali sono state le letture o le pellicole che ti hanno influenzato maggiormente?
Per acquisire uno stile di scrittura personale e appropriato, da diversi anni mi sono concentrato nella lettura dei migliori autori capaci di suscitare brividi anche in un omone come il sottoscritto. Solo per fare qualche nome metterei ai primi posti pietre miliari come Poe, Lovecraft, e quindi i classici del genere con tipacci quali King, Matheson, Koonz, Child-Preston, Higgins Clark, Connelly, O'Connol. Più recentemente autori come Lehane, McBride, e tra gli europei Fitzek, Mankell, Grangé, e anche il più distante (almeno per latitudine) Murakami. Tra gli italiani (che confesso di aver scoperto negli ultimi anni) ho letto molto Camilleri, De Giovanni, Biondillo, Carrisi. Ma sto cercando di recuperare terreno. Per quanto riguarda il cinema, è inutile negare che la mia ricerca è sempre per le pellicole (ma anche le serie tv) che non si dovrebbero vedere da soli e in serate tempestose. La lista sarebbe davvero lunga. Diciamo solo che (anche solo per questioni anagrafiche) io sono figlio dei mostri della televisione degli anni ottanta, degli orrori del Carosello, dello schizofrenico cinema americano. Ammetto di essere stato allattato con i film di Dario Argento, e cullato con le tranquillizzanti storie di "Ai confini della realtà" e dei "Racconti della Cripta".


Teatro della vicenda è Grazzeno, un piccolo paese di provincia. Perché ambientare un thriller in un paesino e non in una grande città? Come nasce questa scelta?
Ho scelto la Val d'Ossola come collocazione per il mio misterioso e complicato paesino di montagna, perché cercavo un contesto che si avvicinasse il più possibile alla realtà dalla quale ho tratto maggiore ispirazione, ovvero la cittadina inglese di Bridgend County nel sud del Galles. Qui dal 2007 al 2009 sono avvenuti ben 79 suicidi, in gran parte adolescenti dai 13 i 17 anni. Nella ricerca della mia 'death town' (come Bridgend County è stata tristemente ribattezzata) mi sono imbattuto nelle valli ossolane che ho scoperto ricche di storie misteriose, di leggende di streghe e fantasmi, e non per ultimo caratterizzate proprio da un inquietante alto tasso di suicidi.


Nel romanzo ci s’imbatte nelle pratiche dei Kumaré. In che modo ti sei documentato? Quali sono state le tue fonti?
Tieni presente che i Kumaré e le loro strane usanze sono frutto della mia fantasia. L'unico elemento di aderenza alla realtà è il tema della persecuzione degli albini. Sono numerose le testimonianze di questa silenziosa strage che sta avvenendo in questi anni proprio in Tanzania. "Si tratta di crimini orrendi", ha dichiarato un rappresentante delle Nazioni Unite, "commessi in circostanze orribili e che hanno visto persone smembrate, inclusi bambini, anche mentre erano ancora vivi". Vengono uccisi o mutilati senza pietà, e le loro membra sono utilizzate per riti di stregoneria.


Altro tema importante che affronti è quello delle condizioni di quelli che un tempo venivano chiamati manicomi...
Uno dei luoghi chiave de Il Mangiateste è proprio Villa Luce, un istituto psichiatrico che si presenta come un servizio all'avanguardia, capace dei migliori sistemi di cura per affrontare, come dice la stessa direttrice, depressioni, psicosi, malattie da dipendenza, disturbi alimentari, disturbi nevrotici e forme ansiose, oltre che disturbi di personalità. Tutto bene, quindi? Non proprio. Infatti, quello che si vede, nasconde una realtà molto meno degna di lode, il reparto degli 'speciali', un luogo che non dovrebbe esistere in una struttura del genere. Si tratta di una vera e propria area di reclusione e abbandono, un reparto nel quale famiglie agiate si liberano del 'disturbo' di parenti affetti da disturbi psichici, in cambio di rette da capogiro in grado da sole di sostenere i costi del resto della struttura. Si tratta di scoprire se è da qui che dobbiamo cercare arrivare il male che ha invaso le strade del paese.


Nel romanzo passi dalla narrazione in terza persona al quella in prima quando vesti i panni della protagonista, Luna Fontanasecca, un personaggio a dir poco problematico. In che modo hai costruito tale personaggio e come ci si sente ad immedesimarsi in una donna particolare come Luna?
Confesso che in Luna c'è molto di me. Forse rappresenta il mio lato femminile, tutti ne abbiamo uno. Il mio un giorno è uscito così: strambo, con la testa sempre persa a leggere i pensieri della gente, ma poco incline a dare confidenza agli sconosciuti. Luna ha un dono particolare, è in grado di 'vedere' se le persone con le quali sta parlando raccontano o meno delle falsità. Ho detto vedere e non percepire perché di fatto Luna è un'antenna ricevente delle immagini della realtà vissuta. Lei riesce a ripescarle all'interno dei ricordi della persona che ha di fronte, sottraendole alle parole che tentano di nasconderle sotto il velo della menzogna. E chissà, forse anche queste è un dono che non mi sarebbe dispiaciuto possedere. Luna potrebbe benissimo essere la sublimazione del mio desiderio di sentirmi speciale, differente. Parlare in prima persona come Luna, quindi, è stato piuttosto naturale, soprattutto perché stavo cercando di ottenere un effetto il più possibile di coralità: punti di vista, accenti e approcci differenti.


Nel romanzo tocchi anche il tema del paranormale…
In effetti i protagonisti de Il Mangiateste agiscono in modo non convenzionale rispetto ai normali metodi di indagine. Le fenomenali intuizioni delle quali sono capaci hanno probabilmente qualcosa di magico, e potrebbero oscillare tra quanto consideriamo scienza e quanto invece releghiamo nella nebulosa del paranormale. Grazie a loro verremo a conoscenza delle misteriose ricerche del professor Paolo Alberto Castro, che ci porteranno nel cuore dei territori misteriosi dei Kumaré, nella regione di Shinyanga in Tanzania, e appunto a scoprire la metafisica magica di questo antico popolo, capace di viaggiare attraverso le dimensioni dell'Altro Mondo. Non sappiamo (dobbiamo leggere il libro per scoprirlo) quanto questo sia collegato ai drammatici eventi che accadono a Grazzeno lungo la statale 337 della Val Vigezzo. La faccenda non si chiude qui, infatti, anche altri personaggi de Il Mangiateste utilizzano riferimenti a credenze e miti altrettanto magici per spiegare gli orrori che stanno vivendo.


E poi, l’Albatro. L’Italia è piena di leggende su demoni, folletti e streghe. Cosa ne pensi?
Ti basti sapere che le zone nelle quali ho scelto di ambientare la narrazione sono intrise di immaginario magico e stregonesco. Da quelle parti le fredde sere d'inverno, attorno ai fuochi dei camini, ancora oggi si narrano storie di streghe e dei loro terrificanti sabba ai piedi del monte Gridone, insieme a leggende di nani e di caproni giunti dall'aldilà a prelevare le anime dei vivi. Direi che Il Mangiateste è davvero in buona compagnia.


Da Il Mangiateste a Ogni cosa al suo posto. Dal romanzo alla forma breve del racconto. Quali differenze hai trovato tra queste due forme di scrittura?
Il mio percorso di scrittura è stato un continuo alternare le due forme narrative. Certo, il racconto breve l'ho utilizzato molto all'inizio, come palestra, per individuare e mettere a punto lo stile, sperimentare trovate e intuizioni, prendere gusto e abitudine allo scrivere. Tuttavia, anche quando ho iniziato a dar corpo a storie più lunghe, non ho mai abbandonato la forma breve, un po' per piacere personale, un po' perché sollecitato da amici che sempre più spesso mi invitano a partecipare a progetti di raccolte antologiche. Quali differenze? Sono due modi molto differenti di raccontare. Soprattutto per il genere di storie che scrivo io. Il racconto ti chiede una capacità di sintesi estrema, pur mantenendo alta la tensione, l'efficacia e la freschezza narrativa. Qui, più che nel romanzo, il colpo di scena, il braccio di ferro con il lettore, devono essere più sottili, astuti. Trovare contesti e vicende originali o inediti è sempre più difficile. Tutto è già stato scritto e raccontato. Il lettore è sempre più preparato e disilluso. Nel racconto puoi solo tratteggiare contesti e personaggi, ma ugualmente devi appassionare chi legge, devi essere in grado di tenerlo incollato alla pagina e non lasciargli un attimo di respiro. Fino a quando stacchi la sicura e gli fai esplodere la bomba davanti al muso. Chissà se ci sarò riuscito con le mie ultime cinque storie.


Attraverso i tuoi racconti compi una discesa negli orrori. Orrori che possono essere paranormali ma anche quotidiani, nati dall’estremizzazione delle pulsioni umane. Qual è, dunque, secondo te il ruolo della scrittura all’interno di una società che si nutre di orrori reali?
Bella domanda. Risposta complicata. Mettiamola così: forse occorre discendere fino agli inferi per riuscire a trovare le chiavi del paradiso. In altre parole, per ridare senso e gusto al quotidiano, forse dobbiamo provare cosa significa realmente esserne privati. Una cosa cominciamo ad apprezzarla veramente quando ci viene tolta. Comunque, la lettura è, e sarà sempre, una preziosa opportunità di viaggio, di immersione in un immaginario alternativo e magari distante dal nostro, un esercizio fondamentale per un essere dotato di ragione e intelletto.


Come nascono i personaggi dei tuoi racconti? Come nascono queste cinque storie?
Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, i personaggi e le situazioni che trascrivo sulla carta (o con i pixel, nel caso dei più recenti) sono il frutto di aggregazioni e precipitati spontanei di immagini, suoni e suggestioni stivati negli angoli più remoti della mia coscienza. Il più delle volte si tratta di biografie realistiche o simboliche, i cui tratti più evidenti sono stati rubati alle vite assai più ordinarie come quelle di un vicino di casa, di un collega, o di un parente lontano. Nascono da incontri casuali o anche ripetuti lungo i percorsi quotidiani, ma stravolti e manipolati dalla fantasia perversa di un bambino (il sottoscritto) che guarda il mondo dalle crepe nella porta di un piccolo cimitero di campagna. Spero di essere rimasto in tema. A scuola mi capitava di rado.

I libri di Samuel Giorgi

 

 

 
 
 
 
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