Intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani
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Sandra Petrignani, classe 1952, piacentina per caso, scrittrice affermata per vocazione, dalla fine degli anni ’70 ad oggi occupa il panorama letterario del nostro Paese con grande successo e caparbietà. I suoi romanzi sono stati tradotti in Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone. Ma la scrittura l’accompagna anche nella sua attività di giornalista culturale nella redazione del settimanale Panorama. Rubarle 5 minuti per una chiacchierata ogni volta che esce un suo nuovo libro è ormai per Mangialibri una bellissima abitudine.




Non ti chiedo come è nato questo libro perché tu stessa dedichi alla storia di Marguerite e al tuo rapporto con Marguerite Duras un intero capitolo conclusivo. Ti chiedo però, a tal proposito, perché hai sentito l’esigenza di raccontare la genesi di questo romanzo nelle pagine del romanzo stesso?
Perché è un modo per mettere in relazione Marguerite con il precedente La scrittrice abita qui.

La tua scrittura è ricca di riferimenti alla letteratura di viaggio - le Navigazioni di Circe ci parlano di viaggi veri e immaginifici, quando non di viaggi materiali, La scrittrice abita qui è quasi una guida deliziosa - tutti narrati con un amore per i dettagli divertito e appassionante. Cosa ha a che fare il tuo modo di raccontare, tra la cronaca e l’avventura, con la tua componente giornalistica?
Probabilmente parecchio, nel lavoro giornalistico ho portato qualcosa della libertà narrativa e viceversa nella narrativa ho spesso utilizzato strumenti che mi vengono dal giornalismo (parlo ovviamente del giornalismo culturale legato soprattutto all’intervista e al reportage). E’ un modo per “tenere insieme” le mie diverse personalità e professionalità. Credo sia un segreto della vita riuscire a tenere insieme i tanti aspetti diversi di cui siamo composti e da cui siamo attratti. E’ un arricchimento, insomma, rispetto al far tacere alcune voci che ci appartegono per farne venire fuori una sola.

Ti è capitato di ritrovare parti di te in questo incalzante racconto di vita che hai scritto, o in altri? Ci sono libri –quali- che ti hanno suscitato questa sensazione da lettrice?
Penso che i libri che scriviamo siano qualcosa di simile ai sogni che facciamo: anche se vi mettiamo dentro personaggi vari e magari esistenti o artefatti o sconosciuti, comunque parliamo di noi stessi. Anche nella vita, del resto, la visione che abbiamo degli altri dipende dalle nostre personali esperienze. Comunque la mettiamo, non siamo che mediazioni fra l’esterno e l’interno di noi stessi. Mi piace come lavorano, in certi casi come Blonde, Joyce Carol Oates e (sempre) Emmanuel Carrère.

La traccia femminile nei tuoi romanzi è sempre protagonista. Donne dalle esistenze eterogenee, ma tutte simbolo di un’emancipazione travolgente. Cosa significa per te oggi parlare di femminismo?
Un conto sono le mie posizioni nella realtà, un altro quando mi metto seduta a scrivere. Quando scrivo m’interessa solo il mio diretto rapporto con quello che sto cercando di esprimere, un corpo a corpo con la lingua e con il “montaggio” più che altro; ideologie, convinzioni politiche e cose del genere non vi hanno nessuno spazio.

Accanto al tema femminile c’è quello della scrittura. Che esperimento è stato quello di sovrapporre la tua scrittura a quella della Duras e viceversa? Quanto naturale e quanto faticoso è stato, se c’è stato, il tentativo di coniugare le due modalità narrative?
Mi sono dovuta difendere, soprattutto all’inizio, dalla voce di Duras, che è molto contagiosa. Non volevo fare un calco della sua scrittura, me farla vivere come persona autentica, credibile. La mia Marguerite non doveva parlare come la scrittrice Duras, ma come la donna che era, con la voce che aveva – almeno nella mia immaginazione – nella vita di tutti i giorni.

In Marguerite la letteratura va a braccetto con il cinema. Ci sono dei riferimenti cinematografici che qualche volta influenzano in tuo lavoro?
Ci saranno senz’altro perché amo il cinema e vedo molti film, ma non cerco mai di inserirte in quel che scrivo riferimenti precisi col cinema  né citazioni.

Cosa pensi che possa dare un personaggio come Marguerite Duras ai lettori di oggi?
L’esempio di una grande libertà esistenziale e artistica. Il coraggio di idee che implicano anche un prezzo, che non si risolvono cioè in facili dichiarazioni sbandierate ai quattro venti o firme sotto una petizione.
 

Dolorose considerazioni del cuore è una sorta di “parto” del cuore, che ricuce i brandelli di una storia d’amicizia e d’amore, di gioventù e vecchiaia, di cose perdute e ritrovate. Raccontaci la sua genesi, vuoi?
Dopo tre anni di lontananza e “indifferenza” ritrovo un’amica per caso. Il libro è una lunga lettera a lei in cui, per capire cosa sia successo, faccio un bilancio della vita, dalla giovinezza scapigliata all’assistenza attuale a due vecchi genitori.
 

Ad un certo punto del libro, Tina, la protagonista scrittrice, si domanda se quando si scrive un libro si pensa agli altri o a se stessi. A chi hai pensato tu mentre ponevi mano alle tue Dolorose considerazioni del cuore e quanto di te c’è nelle pagine che ci hai regalato?
Io pensavo alla destinataria, Vittoria, incarnazione dei miei lettori. Quanto di me? Tutto, niente. Io e la mia vita siamo un modello del libro, ma non è un autoritratto. La vera autobiografia deve essere fedele alla realtà, almeno porsi la fedeltà come obiettivo. In un romanzo questo non è necessario, anzi: sono i personaggi a farla da padroni imponendo deragliamenti e “tradimenti” dell’originale (il modello, appunto) imprevisti anche per l’autore. 


Le parole. Quelle dette e soprattutto quelle non dette, rappresentano il “soggetto” di questo, ma anche di altri tuoi lavori. Penso per esempio a Come fratello e sorella, struggente dialogo a “posteriori” tra due innamorati “dannati”… Quale peso hanno le parole per Sandra Petrignani, quelle scritte e filtrate nei diari e nelle lettere che abitano le tue storie?
Le parole sono tutto. I mattoni con cui lavoro. Non sono una scrittrice di trame, mi piace costruire belle architetture, ma aperte, di vetro. Trasparenti direi. Perché così le singole parole e le loro relazioni possono meglio risplendere. 
 

Oggi si parla più che mai, spesso a sproposito, di “letteratura al femminile”, relegando questa categoria a una sorta di genere letterario minore, nel quale le donne si accingono alla scrittura sviscerando temi “propriamente” femminili, come l’amore, i figli, l’aborto, l’abbandono… Certamente questo è uno spunto di discussione piuttosto complesso, ma in breve, esponici il tuo punto di vista circa questa “martoriata” letteratura, sempre che tu ritenga appropriata la definizione.
Ci sono sicuramente dei libri molto maschili, che una donna non scriverebbe mai, e viceversa. Il problema è nella ricezione, in quel fare ghetto del femminile di cui parlavi tu. Tutte e due i punti di vista hanno uguale dignità. Io mi stupisco non delle differenze fra maschile e femminile, ma della mancanza di curiosità reciproca. Soprattutto dei maschi per la sensibilità femminile, per quel loro negare autorevoleza alle scrittrici. Ancora oggi, purtroppo. In Italia molto più che altrove. 
 

Le signore della scrittura, tuo fortunatissimo lavoro del 1984, sortito dalle interviste ad alcune prestigiose scrittrici italiane ultrasettantenni voleva essere una testimonianza della qualità della scrittura femminile, e in alcuni casi anche un monito nei confronti di chi la dimentica con superficialità, per esempio nelle antologie e nelle grandi storie della letteratura. Perché questa disattenzione, secondo te? Il tempo di Virginia Woolf e delle “stanze”,  delle donne del focolare o delle Eve sataniche non è ancora superato?
No, perché viviamo in una società lobbistica e le lobbies sono centri di potere e il potere non mi risulta ancora in mani femminili. 
 

In tutto questo dibattere sulla scrittura femminile, tu che puoi vantare una presenza d’onore sul palcoscenico della nostra attuale letteratura, cosa senti di dire, consigliare alle giovani autrici non ancora affermate? C’è posto per loro nel mondo dell’editoria di quest’epoca?
Non è un problema di posto. Quello oggi non si nega a nessuno, mi pare. Si pubblica troppo e senza filtri letterari, ma semmai di marketing. Il che è deleterio, in generale e individualmente. L’editoria non aiuta uno scrittore/scrittrice a cercare la sua voce, a seguire il suo percorso più profondo. Lo butta nella mischia, nell’acqua alta, e sta a guardare come nuota. Se il poveretto ce la fa, va avanti, se no affoga. Ma certe volte è più salutare affondare per rispuntare fuori liberi da qualche altra parte, dove in santa pace lavorare secondo i propri ritmi, le proprie inclinazioni. Ricordo un consiglio che da giovane mi ha dato il poeta Andrea Zanzotto, perché mi lamentavo di non avere ispirazione. “Resta in ascolto. Non fare altro”.  Oggi non si permette a nessuno di restare in ascolto, di avere tempi morti. In letteratura, in tutte le arti, i tempi morti (accanto alla tecnica da tenere in allenamento e migliorare) sono indispensabili. 
 

Cosa legge oggi Sandra Petrignani? Quali sono invece stati i romanzi o gli incontri che l’hanno formata come scrittrice? E, infine, se dovessi scrivere adesso un nuovo Le signore, anzi, le “ragazze” della scrittura, a quali delle nuove leve volgeresti il tuo sguardo?
Non leggo l’universomondo e anzi, invecchiando, uno ha bisogno di tornare ai classici. Succede come una stanchezza per il chiasso, la baraonda della contemporaneità. E poi, se mi guardo indietro, ricordo di aver conosciuto dei veri giganti che oggi mi mancano molto. Non mi piace andare a cena con scrittori contemporanei e sentirli parlare solo del posto in classifica o di quante traduzioni hanno avuto. Ricordo cene deliziose con Natalia Ginzburg, Giulio Einaudi, Giorgio Manganelli, Alberto Moravia, Lalla Romano. Si parlava della vita e di arte, letteratura, ma con la naturalezza con cui si prepara una focaccia. Mai di copie vendute. Non passava per la testa di nessuno credere che la genialità di un autore passasse per il successo di vendita. Il successo era un magnifico corollario da festeggiare come la vincita della lotteria. Quanto alle “ragazze” adoro Ornela Vorpsi. Forse non è proprio una ragazza ma è una bella voce nuova comunque. C’è una giovanissima che bisogna tener d’occhio perché ha esordito con un libro originalissimo e intelligente: Caterina Venturini. Poi ci sono altre “ragazze” già affermate, Valeria Parrella, Caterina Bonvicini, Evelina Santangelo, Michela Murgia… Ma rischio di omettere, per ignoranza, qualche nome che meriterebbe di essere ricordato. 
 

Da Navigazioni di Circe a Dolorose considerazioni del cuore, ne è passato di tempo. Confidaci un tuo primo “resoconto” del percorso che hai affrontato fino a oggi. Esiste, tra i tuoi libri, uno a cui sei particolarmente affezionata e perché?
Mi considero fortunata per aver seminato alcuni libri di lunga vitalità, di cui la gente si ricorda anche se non si trovano più in libreria. Vecchi, Il catalogo dei giocattoli sono fra questi. Il libro che mi ha dato più soddisfazioni è La scrittrice abita qui, l’ho scritto con un amore immenso per queste “signore”. Forse il più vicino al mio cuore è Ultima India. Poi, si sa, il più coccolato è sempre l’ultimo, Dolorose considerazioni del cuore è un punto-cardine del mio percorso. Mi è servito a sbloccare qualcosa. 


Per concludere, cara Sandra, con le tue parole, che certamente contano più di tutte quelle delle recensioni che hai ricevuto, spiega ai nostri “mangiatori di libri” per quale motivo dovrebbero acquistare e leggere Dolorose considerazioni del cuore.
Perché è un libro estremamente sincero e libero, che parla al dolore chiuso in ognuno e che affonda nel disagio dell’infanzia. In definitiva, è un libro sull’amicizia, e sulla possibilità di cambiare e crescere attraverso il perdono. [foto pasquale comegna]

I libri di Sandra Petrignani

 

 

 
 
 
 
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