Intervista a Selma Dabbagh

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Selma Dabbagh è una scrittrice britannica con un legame familiare ed affettivo molto forte con la Palestina. Nipote di un esiliato, ha difeso la causa palestinese prima nei tribunali come avvocato dei membri della Freedom Flotilla per Gaza, poi dando voce su carta a un popolo le cui istanze sono state spesso imbavagliate dal pregiudizio. La incontro al Pisa Book Festival per una chiacchierata che prendendo le mosse dal suo ultimo libro spazierà verso molti dei temi che le sono cari.




Sei per metà palestinese e per metà britannica. Con quale delle due culture è stato più difficile misurasi mentre crescevi?
Sono cresciuta parlando inglese, avevo otto anni quando ci siamo trasferite in Palestina la prima volta e io e le mie due sorelle abbiamo avuto qualche difficoltà ad adattarci. Penso che la cultura palestinese sia quella che mi ha posto le sfide più dure, in termini di aspettative e impegno. È stato arduo per me imparare la lingua, accettare la cultura più conservatrice.

Elias Sanba una volta ha detto “La Palestina non è solo un popolo, ma anche una terra. È il legame tra un popolo e la sua terra depredata. È il luogo in cui sono incarnati l’assenza e un immenso desiderio di ritorno. Questo luogo è unico, è stato costruito attraverso tutte le espulsioni che il nostro popolo ha subito dal 1948”. La storia della famiglia di tuo padre con le incarcerazioni, le persecuzioni e l’esilio è una testimonianza del significato di queste parole. Qual è l’eredità di memorie che hai ricevuto da lui?
Ci ha raccontato molte storie della sua vita a Jaffa e la mia eredità, non diversamente da quella di altri figli di esiliati è fatta dei racconti di questa sorta di paradiso che era la Palestina prima, una cosa per cui spesso gli esiliati vengono presi in giro. Mi ha raccontato ricordi vividi come istantanee della casa di famiglia che era vicino al mare, della Città Vecchia in cui scorrazzava, delle scuole che ha frequentato. Immagini di una famiglia unita, che faceva tutto insieme. Mi ha anche trasmesso un’eredità fatta di ideali, del senso di ingiustizia per una situazione mai risolta. Questi ideali sono stati molto più importanti per la mia formazione a livello psicologico, di quanto lo sia stata la Palestina come luogo specifico che è stata qualcosa che ho conosciuto molto tardi nella vita.

Nel tuo Fuori da Gaza racconti una storia di disillusioni e tradimenti comune a tutti i Palestinesi che sono rientrati nella loro terra pieni di ideali dopo i trattati di pace, solo per vedersi costretti a fuggirne nuovamente in breve tempo. È per rappresentare questa impossibilità di “tornare a casa” che hai deciso di ambientare il libro in tre luoghi diversi: l’Inghilterra, il Golfo e Gaza?
È una domanda interessante. Ho deciso di ambientarlo in tre luoghi diversi perché volevo raccontare le diverse esperienze che i palestinesi vivono nel mondo cercando allo stesso tempo un filo comune tra le loro storie. Parte delle ragioni per cui non sembrano potersi radicare in un luogo è il fatto che sono un popolo vittima di una diaspora, che per lunghissimo tempo non ha vissuto unito su un unico territorio. Sono mancate loro cose basilari come una Patria, la sicurezza, persino l’uguaglianza, perché hanno vissuto in luoghi molto diversi che li hanno trattati in modi diversi. Ho voluto raccontare le relazioni emozionali della famiglia con la questione palestinese nei diversi luoghi in cui i suoi membri si trovavano a vivere.

I Mujahed sono una famiglia molto particolare con una rete di rapporti molto estesa, che va dalla vicina ficcanaso ai fidanzati stranieri, alle amicizie in patria e fuori. In questo libro c’è quasi una sorta di catalogo di archetipi culturali della cultura araba e di quella ebraica, ma riesci a far sì che ogni singolo personaggio si distacchi dagli stereotipi. Quanto è stato difficile per te immaginare le loro vite che spaziano dall’intifada all’arrosto della domenica nel Kent, passando per i rapporti di vicinato?
Sono molto contenta che tu li trovi non stereotipati perché ho lavorato molto per renderli originali e credibili. È stato difficile per me trovare il coraggio di scrivere di Gaza, dato il legame che ho con il posto. Ho lavorato molto sui personaggi, a partire da impressioni e ricordi che avevo delle persone che ho incontrato lì quando ci ho vissuto e altrove. Ho usato caratteristiche di amici e conoscenti per costruire i personaggi e renderli tipici ma non stereotipati. Ad esempio per Imam, la protagonista femminile, volevo una donna che non rispondesse in maniera passiva agli eventi, volevo per lei romanticismo e passione politica, che sono caratteristiche presenti in quasi tutte le donne che conosco. Alcuni personaggi sono stati più facili di altri da creare, per alcuni, come l’attentatore suicida o la folla di donne alla fine del libro avevo in testa solo stereotipi.

Imam è una donna molto forte quando si tratta di affrontare la lotta, la violenza, persino la morte dei suoi cari, ma si rivela piuttosto indifesa di fronte all’amore. Hai voluto fare in modo che una qualche forma di innocenza sopravvivesse nel mezzo di una guerra?
A un certo punto mi sono accorta che con lei mi ero lasciata prendere la mano, era troppo dura, refrattaria ai compromessi, ho voluto darle un po’della dolcezza che ho trovato nelle donne di Gaza quando a 22 anni mi sono trasferita lì per un po’. Erano tutte determinate come leonesse quando parlavano della situazione politica, ma avevano una sorta di ingenuità infantile nei rapporti sentimentali.

I fratelli Rashid, Sabri e Imam affrontano ciascuno a suo modo la mostruosità che ha ingoiato vivo un intero popolo privandolo anche dei diritti più basilari ma si confrontano anche con le molte contraddizioni e fratture del popolo palestinese. Pensi che il loro frazionamento sia una delle ragioni che impedisce a questo popolo di sconfiggere le pretese sioniste?
Sicuramente le lotte intestine tra Hamas e OLP intorno al 2007 sono state qualcosa di devastante per le persone che si trovavano a combattere nelle strade per una o l’altra fazione. Ho voluto dare voci a queste contraddizioni perché volevo sottolineare la necessità di superarle, di essere uniti come popolo. È di fatto molto più facile affrontare qualcosa o qualcuno che risponde agli attacchi, che puoi vedere, ma, quello che succede a Gaza è che i muri, il blocco delle frontiere rendono quasi invisibile il vero nemico, lo isolano e le persone sfogano queste frustrazioni le une sulle altre. Volevo sottolineare questo modo di agire nella speranza che le persone realizzassero quanto fosse cruciale non dividersi. Può sembrare un cliché ma ero anche molto preoccupata di trasmettere un’immagine negativa dei palestinesi. Penso che il fatto di aver trattato questo aspetto mi abbia resa poco gradita in alcuni ambienti ma sentivo di non poterlo ignorare. Molti dei conflitti interni sono stati manovrati ad arte dai collaborazionisti, dalle pressioni esercitate sui prigionieri e ho voluto anche rendere merito ai palestinesi per essere riusciti a non farsi manovrare fino alla guerra civile, come è successo per esempio in Siria o in Libano.

Una recente ondata di revisionismo in chiave anti-araba ha investito l’opera di grandi filosofi che come Gilles Deleuze sono stati liquidati come “antisemiti” per la loro sensibilità alla causa palestinese. Non pensi che alcuni popoli sembrano essersi arrogati l’esclusiva sul vittimismo?
Penso che la confusione voluta tra l’antisemitismo e l’antisionismo nell’ultimo decennio è stata portata a livelli di ambiguità senza precedenti. La distinzione tra in due termini è stata resa sempre più blanda da molti sostenitori di Israele, tra cui alcuni gruppi di interesse all’estero, come negli Stati Uniti, ma per fortuna ci sono anche gruppi che combattono questa confusione. La cultura ebraica è molto più ampia e varia del sionismo. Hai assolutamente ragione, penso che alcuni sentano di avere il monopolio della sofferenza a causa dell’Olocausto, ma credo che sia una visione pericolosa.

Sempre Deleuze ha definito i Palestinesi “il popolo scomparso”, paragonandoli agli indiani d’America. Pensi che siano davvero destinati a scomparire inghiottiti dalla colonizzazione?
Deleuze non è stato l’unico a fare questo paragone, anche Mahmud Darwish ha paragonato questi due popoli che hanno in comune il fatto di essere stati vittime di un colonialismo basato sull’idea che si possa affermare il diritto ad insediarsi in un Paese, semplicemente cacciando quelli che lo abitavano prima. L’unica differenza sta nel fatto che gli Israeliani proclamano una sorta di legame con quella terra, anche se si tratta di uno molto tenue, quasi esclusivamente sentimentale. Quello che tento di mostrare nel libro è la lunga storia di resistenza che hanno i palestinesi. Penso che mai ci siano stati dei legami forti come in questo momento tra i palestinesi che vivono a Gaza e tutti gli altri nel mondo e questo sta facendo sì che escano dall’invisibilità in molti ambiti, e anche se questo mi dà speranza rimane il fatto che abbiamo perso la leadership. Nonostante le mie molte paure io rimango però fiduciosa.

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