Intervista a Sergio Barletta

Sergio Barletta
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Calabrese di origini ma trapiantato felicemente nella nordica Busto Arsizio, Sergio Barletta si districa da funambolo tra la passione per il teatro, quella politica, i passi di tango e ora anche la scrittura. Classe 1955, impegnato socialmente e promotore di iniziative culturali, aggiunge al suo arco anche la freccia letteraria, esordendo con un romanzo che rievoca le sue radici e rilegge un fatto storico dimenticato. Incontro Barletta nel suo studio, circondata da quadri astratti e pile di fogli ammonticchiati sulla scrivania, l’aria è quella da intellettuale sornione e non vedo l’ora di fargli qualche domanda.




Il teatro, la musica e la passione per la pittura, quando hai sentito il bisogno di impegnarti direttamente nella scrittura?
Per la verità, il romanzo l' ho scritto quando avevo poco più di vent'anni e solo tre  anni orsono l' ho tolto dal cassetto, sottoponendolo a una rivisitazione. Perciò, la voglia di scrivere l' ho avuta fin dall' adolescenza.

Raccontaci la tua esperienza della scrittura...
Mio padre mi ripeteva continuamente che la lettura ingentilisce l' anima, che avrebbe rappresentato un bagaglio importante per meglio affrontare la vita. Aveva ragione mio padre, il quale sosteneva pure, che un libro è sempre un seme che si getta nel terreno ove si formano le radici umane. Dopo gli approfondimenti del romanticismo europeo, della letteratura americana e di quella italiana del  '900, ho avvertito la necessità di scrivere io stesso, dedicandomi per un primo periodo alla saggistica e successivamente alla narrativa, fino all’elaborazione del mio primo romanzo.

Nel tuo romanzo d’esordio Diario di una maȋtresse, Ester offre il suo corpo per garantire la sopravvivenza dei figli, e poi per espiare il suo senso di colpa. Nella nostra cultura la mercificazione del corpo ha assunto varie forme, tu che ne pensi?
Credo ti voglia riferire nella fattispecie alla mercificazione del corpo delle donne. Oramai, purtroppo, la comunicazione di massa e quindi le televisioni generaliste e parte consistente della stampa, fanno passare il concetto secondo il quale il corpo delle donne è un oggetto di cui si puo’ fare ciò che si vuole. Il corpo come oggetto del desiderio sessuale, segue un modello di riferimento designato dall'era contemporanea, diffuso spesso attraverso la pubblicità e innegabilmente dal berlusconismo.


Da dove nasce l’idea di raccontare la realtà di Ferramonti attraverso la storia di Ester?
In tutte le scuole di ordine e grado non si è mai parlato del Campo di Concentramento nazi-fascista di Ferramonti di Tarsia; la storiografia ufficiale, le istituzioni nazionali e locali, le autorità, il mondo accademico persino la  chiesa hanno tenuto il massimo riserbo, fino a quando a metà degli anni '60 il Campo fu cancellato quasi totalmente dalle ruspe delle SA-RC. In questi ultimi anni grazie alla sensibilità di pochi storici l'opinione pubblica ha cominciato a conoscere non soltanto l'esistenza del Campo, ma pure le vicende che hanno caratterizzato la vita dei prigionieri dal 1940 al 1943 - Ester, così come tutti gli altri 2.700 detenuti - è stata portatrice di una vicenda umana drammatica, ha incarnato il dolore che l' ha costretta alle soglie della pazzia. Il dolore irreversibile che mette nella testa di un adolescente (Tonino), affinché egli, con la sua giovane età, renda più lungo e duraturo possibile  il tempo del ricordo di un pezzo straordinariamente tragico della storia dell'umanità. Ester diventa immagine prosaica in un contesto negativo appunto, che si traduce in REALISMO VISIONARIO.


Qual è oggi il ruolo dello scrittore e in particolare di quello impegnato a divulgare o addirittura riscrivere la Storia?
Il ruolo dello scrittore saggista è quello di rappresentare e descrivere il mondo e ciò che lo circonda attraverso la realtà dei fatti, pur concedendosi giudizi critici su ciò che racconta. Il narratore o romanziere si insinua nelle vicende umane rivestendole di fantasia e creando situazioni che lasciano riflettere, un po’ come l’arte concettuale e l’astrattismo della pittura contemporanea. Insomma, la riscoperta della storia passa anche attraverso il romanzo, che si costruisce su una struttura più o meno complessa.


Di cosa non scriveresti mai? Esiste un argomento-tabù, un tema che non ti interessa trattare?
Non c’è un tema che non mi interessa trattare, bensì qualche tema che mi piacerebbe non trattare, di cui la letteratura nella sua interezza non può esimersi dall’argomentare.


I tuoi punti di riferimento letterari?
I miei punti di riferimento in ambito letterario sono: Pasolini, Moravia, Philip Roth e per certi versi Hermann Hesse, autori che hanno in comune l’interesse per l’ inconscio, la sensibilità verso i più deboli, la ricostruzione romanzesca di uomini e cose raggelati dall’indifferenza e dall’abbandono. Infine, la poesia con cui descrivono le vicende.


Nel romanzo la Calabria, la tua terra, è anch’essa una protagonista suggestiva. Qual è il legame con le tue radici?
Il rapporto con la mia Calabria, che ho lasciato circa trent’anni orsono, è ibrido: da una parte conservo aspetti di indubbia umanità e il rispetto sacrosanto per la sua storia straordinaria e le testimonianze artistiche, monumentali e culturali, dall’altra mi pongo in maniera critica a proposito delle contraddizioni che caratterizzano una terra contrastata da mille e una criticità, specie di carattere sociale, che vanno senz’altro ricondotte alle classi dirigenti politiche che si sono susseguite negli ultimi decenni, le quali insieme allo Stato italiano, non soltanto non sono state capaci di offrire soluzioni concrete a una regione sempre povera, ma si sono rivelate colluse con la ‘ndrangheta, che rappresenta col suo cancro la prima industria della Calabria e quindi, una piaga mortale specie per le nuove generazioni.



I libri di Sergio Barletta

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