Intervista a Sergio Costanzo

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Lo incontro al Pisa Book Festival, presentato dall’editrice Elena Marchetti. Intorno alla cinquantina, brizzolato, conciso e diretto. I suoi romanzi storici gli hanno guadagnato in brevissimo tempo un pubblico vasto e affezionato e il fatto che abbia interrotto un filone ormai sicuro per darsi a un genere nuovo mi incuriosisce, mi chiedo cosa abbia spinto un uomo della sua giovane età a scrivere un libro di memorie. Decido che sarà la mia prima domanda.




I racconti della mano destra è insieme raccolta di emozioni, ringraziamenti, ma soprattutto memorie. Come mai hai deciso di scrivere un libro di questo tipo a soli cinquant’anni?
Perché è un’età che consente di dire ciò che si pensa senza ma e senza perché, perché volevo lasciare traccia per i miei figli, adolescenti, di un mondo che non c’è più, perché mi divertiva l’idea e mi sono divertito a scriverlo.

Sei uno scienziato (biologo e ricercatore) prestato alla letteratura, ambito in cui le tue pubblicazioni spaziano dalla storia alla memorialistica. Come sei venuto a patti con il tempo che una carriera sottrae all’altra?
Nessun patto con la carriera, non amo la parola carriera. Il mio lavoro mi piace, ma lavoro perché devo e non ho mai fatto il rampicatore sociale. Faccio ciò che voglio esprimendo i molti me che sono in me. Ognuno è molti sé, ed è profondamente sbagliato pensare di avere una sola vita.

Nel tuo libro si avverte un forte senso del passato, ma, non scivoli mai nel sentimentalismo nostalgico, hai ben presente quali erano i pregi e i difetti di quell’epoca, soprattutto a Pisa. Ce li vorresti riassumere?
Non scivolo nel sentimentalismo perché guardo sempre avanti, il mio obiettivo è il sogno. I pregi e i difetti sono figli del tempo che viviamo. Oggi come allora le persone fecero e fanno il bene e il male. Pisa è una città benedetta da Dio, ma i pisani sono sempre propensi a lamentarsi. Questo è il difetto più grande della mia città. I pregi ci sono, ma sono immeritati.

Il quartiere nelle città toscane ha una peculiarità che di solito è tipica delle metropoli: è un microcosmo chiuso, quasi autosufficiente. Anche per te essere de I Passi è fondamentale e per un bel pezzo della tua vita è venuto prima che essere pisano, vero?
Non ho mai disgiunto le cose, ero de I Passi ed ero pisano, ma cittadino di serie B. La mia lotta pacifica e il mio desiderio e obiettivo è stato quello di allinearmi e poi sopravanzare anche quello status. In una stanza del mio lavoro ho fatto un puntino sulla parete, in alto, laddove il muro verticale incontra il soffitto. Così, il mio sguardo è sempre volto verso un punto superiore.

Quando sono arrivata a Pisa ho invidiato la vostra infanzia. Qui i ragazzi che orbitavano attorno alle Case del popolo, ai Circoli dell’amicizia o de “L’Avanti” assorbivano valori quasi per osmosi. Dal libro si intuisce che questi ambienti sono stati insieme alla famiglia e allo sport i capisaldi della tua maturazione…
Non so da dove arrivi, ma era la società strutturata così. Commistione e contaminazione erano valori ordinari. Oggi si paventa e prospetta un mondo di iperspecializzazione. Non va bene. Dobbiamo sporcarci le mani per capire cosa stiamo vivendo.

La nostra generazione è forse stata l’ultima che ha potuto vivere la strada, le piazze, i campi, i boschi come luoghi sicuri, dove tutti tenevano d’occhio i figli di tutti. Pensi che aver vissuto questa libertà il cui unico confine era l’ora di cena ci renda diversi dai nostri figli e, se sì, in cosa?
Siamo diversi, non migliori. Ognuno nei secoli ha reputato la propria infanzia il luogo più sicuro, anche se fatto di bombe o minacce. Però noi, siamo stati privilegiati. Saper pescare un luccio, innestare un pesco, accendere un fuoco. Pensa, se per due o tre giorni soltanto ci togliessero l’energia elettrica. Io saprei sopravvivere, i miei figli, no. E non è un’ipotesi così assurda. Abbiamo avuto l’onore di vivere una vita meno artefatta di quanto non sia ora.

Le pagine più belle del tuo libro sono dedicate alla tua educazione sentimentale ed è qui che l’abisso scavato tra Noi e Loro si fa davvero profondo. Essere adolescenti negli anni ‘70 e ‘80 o nel nuovo millennio è enormemente diverso. Nel passaggio dal catalogo Postal Market a Youporn si è perso qualcosa della capacità di sognare, agognare, fantasticare su minimi lembi di pelle o si sono invece demistificati dei tabù?
Era forse giusto abbattere qualche tabù, ma il mondo è andato oltre. La realtà virtuale, economica, finanziaria o erotica è e resta un surrogato. Più ci si attacca a quegli ologrammi, meno saremo capaci di vivere. La differenza tra vivere e sopravvivere è infinita. Youporn permette di sopravvivere. Una giarrettiera generava un sogno, dava vita. Abissi incolmabili.

I LIBRI DI SERGIO COSTANZO


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