Intervista a Sergio Lambiase

Sergio Lambiase
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Sergio vive e lavora a Napoli, dove alterna l’impegno di scrittore a quello di giornalista e di autore-sceneggiatore per la radio e la televisione. Ma dei cliché sulla città partenopea non sa che farsene: la sua Napoli non profuma di pizza, odora piuttosto di piombo e violenza. Ma senza dimenticare lo sberleffo e l'ironia, ci mancherebbe. Proprio come fa lui in questa intervista.
Come nasce la scelta di scrivere Terroristi brava gente?

Da anni mi interessavo ai NAP (i Nuclei Armati Proletari) che in qualche modo furono la risposta meridionale alle Brigate Rosse. Queste ultime si rivolgevano alla classe operaia, mentre i NAP avevano come loro interlocutori i "declassati" (sottoproletari, braccianti, reclusi eccetera) nella speranza, o meglio nell’illusione di trasformarli in classe rivoluzionaria. I NAP debuttano nel 1973 a Napoli, in un quartiere borghese: il Vomero. Salto nel buio della clandestinità, letture abborracciate (Fanon, i Fratelli Soledad, opuscoli sui Tupamaros, eccetera), rifiuto degli agi borghesi, o piccolo-borghesi, voglia di avventura, ma anche generoso desiderio di giustizia sociale, sognando scorciatoie di lotta in una città sempre oscillante tra vandee e conati rivoluzionari. Questo lo sfondo sul quale ho costruito Terroristi brava gente, lambendo le storie dei NAP (spesso tragiche), ma poi prendendone le distanze per costruire liberamente personaggi (a cominciare dal protagonista: Febo), con una clausola semicomica (e/o semitragica), così come accade negli altri miei libri di narrativa, da CGDCT (Come giustamente diceva il compagno Togliatti) ad Allegri Suicidi.

 

Nell'immaginario collettivo la figura del terrorista ha caratteristiche ben precise: ascetismo, visione profetica, fredda determinazione a realizzare un'Utopia costi quel che costi. Nel tuo libro questa immagine è completamente stravolta: quanta distanza c'è tra il Savrogin dei Demoni di Dostoevskij e questi giovanotti napoletani un po' pasticcioni?

In fondo anche i miei personaggi hanno voglia di ascetismo (e di nichilismo), ma la determinazione a scendere senza rimpianti nell’agone rivoluzionario, è poco più che velleitarismo, da dilettanti allo sbaraglio quali sono! A cominciare da Febo, lui malato di narcolessia e sempre indeciso tra la pretesa di essere un terrorista senza macchia né paura e quella voglia di sonno, di abbandono, che lo afferra ogni volta nel pieno della lotta. Stavrogin è tragico e basta, Febo (e con lui Giovanni, Giosuè, Floriano, Evelina, Catello) sono tragi-comici, laddove vorrebbero essere sublimemente tragici, come si conviene ad ogni rivoluzionario. Il mio libro è la storia di una disfatta e a conclusione avrei potuto mettere tranquillamente la frase con cui inizia Boule de suif di Maupassant: "Per giorni e giorni i resti dell’esercito attraversarono la città. Non erano soldati, ma orde sbandate".

 

Il cambiamento di prospettiva che il tuo libro propone, con la sua umanizzazione della lotta armata, potrebbe in qualche modo essere utile nel quadro dell'annoso dibattito sul superamento della stagione degli anni di piombo?

Il mio libro c’entra poco, credo, col dibattito in corso. So solo che più il tempo passa e più la stagione degli anni di piombo rischia di ridursi a una curiosità storica, a un gioco delle passioni e ad un’ebbrezza dell’ideologia che qualcuno volle accompagnare col fragore delle P38.

 

Quanto è diversa la Napoli di Terroristi brava gente da quella del post-Bassolino?

Napoli è una città che cambia continuamente, nonostante i cliché che la immaginano sempre uguale a se stessa. Oggi la città è più disincantata, più cinica, più "moderna". I "sogni" rivoluzionari sono tramontati da un pezzo. A sparare sono solo i gruppi di fuoco della camorra, ma anche la camorra è destinata a diventare presto o tardi una curiosità storica!

 

Come sarà il tuo prossimo libro?

Una nuova prova narrativa è ancora allo stato larvale. Scrivo parecchio, ma ogni tanto sono preso anch’io da attacchi di narcolessia, come Febo. Comunque ho ultimato un libro sull’immaginario di Capri (scritto a quattro mani con Germana Ayala), mentre sto preparando l’ottavo e ultimo volume della Storia fotografica di Roma.

I libri di Sergio Lambiase

 

 

 

 
 
 
 
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