Intervista a Shady Hamadi

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Sono al Pisa Book Festival 2016 per intervistare Shady Hamadi, giovane scrittore e attivista italo-siriano. Mentre lo ascolto duettare col moderatore, un appassionato e preparato ricercatore dell’Università di Pisa, mi guardo intorno e noto che a parte un paio di adolescenti ‒ che si riveleranno in seguito esiliati come lui ‒ il resto del pubblico ha all’incirca la mia età, e a giudicare dalle osservazioni, dal modo di vestire, di parlare posso azzardare l’ipotesi che quando lui era poco più che un infante noi eravamo tutti impegnati nelle nostre lotte per costruire un mondo libero dalla guerra per la sua generazione. Il fatto che siamo oggi ad ascoltare il suo atto d’accusa è la prova lampante del nostro fallimento.




Il tuo libro Esilio dalla Siria è molto denso e, nel timore di tralasciare in questa intervista qualcuno dei concetti chiave che contiene, ho deciso di isolare alcune “parole chiave” che secondo me ben riassumono quello che ho letto e di chiederti di raccontarci cosa esprimono all’interno del libro. Radici: le tue affondano da parte di padre in una antica tribù araba stabilitasi in Siria 3 secoli fa e da parte di madre in Italia ma hai acquisito solo nella tarda adolescenza la consapevolezza e la voglia di indagarle, vero?
Per me la consapevolezza ha significato essenzialmente una ricerca per comporre il quadro delle mie radici. Radici per me è una parola molto vicina alla parola identità, perché è dalle radici che la formiamo. È ciò che ci fa essere individui, singolari, ognuno differente dall’altro. Per me ha avuto importanza provare a costruirla guardando all’indietro il più possibile ma anche domandandomi oggi dove vado, in quale società vivo, soprattutto da italiano di origine siriana e da musulmano che si sente cristiano.

Nel libro, infatti, dai grande risalto alle tue nonne, quella italiana che aveva un nome arabo, Fatima, e quella siriana a cui il libro è dedicato…
Sì, sono due figure molto importanti nella mia vita: la mia nonna italiana era nata a Todi e il prete non voleva neanche battezzarla a causa di quel nome. Poi c’è mia nonna Zakiah a cui il libro è dedicato insieme a mio cugino Moustafa. Ho voluto cercare anche loro perché mi hanno dato qualcosa, Mia nonna italiana mi ha aiutato a sentirmi cristiano per una certa parte della mia vita. L’altra mia nonna ha rappresentato per molto tempo, invece, il punto delle mie radici al quale ero proteso, che volevo a tutti i costi scoprire. Sognavo molto di tornare in Siria e ritrovarla.

La seconda parola è Religione: nessuno dei tuoi genitori ti ha mai imposto la propria ma sei cresciuto osservandole entrambe e sviluppando un tuo concetto personale di Dio, fino al momento in cui ti sei sentito pronto a sceglierne una, ma non hai rinnegato ciò che ti aveva affascinato dell’altra, la misericordia…
In arabo la parola “misericordia” ha la stessa radice della parola “utero”. C’è una correlazione tra le due parole perché il senso è che la donna è portatrice di misericordia perché dona la vita. Cosa c’è di più misericordioso? È una cosa che mi affascina molto, in relazione alla donna come portatrice di vita, sia in relazione alla figura di Gesù, di cui mia nonna mi parlava insieme alle vicende della Seconda guerra mondiale. Io credo che oggi abbiamo molto bisogno di misericordia verso l’altro. Nel libro ho scritto che oggi di fronte agli sconvolgimenti del Medio Oriente vedo poca misericordia, sia da parte dei musulmani che dei cristiani, degli ebrei, di chiunque. In Medio Oriente ciò accade perché dinanzi alla durezza della guerra l’uomo si abbrutisce, si indurisce e l’individualismo che scaturisce dall’abbrutimento non è mai portatore di misericordia.

Oppressione: non solo quella del regime di Assad da cui è fuggito tuo padre: tu stesso ti senti oppresso dalla necessità di fare qualcosa che non riesci a fare, è così?
Mi sento spesso oppresso dallo sguardo dell’altro quando è uno sguardo di incomprensione verso quello che racconto. E poi c’è l’oppressione che viene da un senso di impotenza. Mi chiedo sempre se parlare in occasioni come quella odierna qui a Pisa farà sbocciare dei frutti di consapevolezza in qualcun altro e questo è il più grosso dramma per me.

Ribellione: nel 2012 ho intervistato un altro autore siriano, Nihad Sirees, e il suo giudizio sui moti è stato lapidario Non è una rivoluzione, è cominciata come una serie di manifestazioni del popolo per i propri diritti, si è evoluta in una guerra civile ed ora è una guerra settaria, combattuta da molte opposte fazioni che lottano per il potere. Tu ti spingi più in là nella tua analisi e indaghi le responsabilità del regime nella confessionalizzazione del conflitto. Qual è la tua opinione?
Ammiro molto Sirees ma sono convinto che quella in Siria sia una guerra a più livelli. C’è di sicuro ancora viva, marginalizzata, minoritaria oggi quella parte di giovani che nel 2011 rivendicava certi diritti. Ancora oggi continuano a morire e portare avanti le loro idee. Sulla pelle dei siriani si stanno combattendo, poi, anche una guerra civile e una guerra settaria, una guerra delle potenze regionali ed una internazionale. Per la guerra confessionale ‒ che è poi quella più drammatica perché ha diviso la popolazione siriana ‒ il governo ha responsabilità enormi perché ha spinto verso la confessionalizzazione ripartendo il potere dal 1970 tra delle ristrette minoranze. Questo non è stato fatto solo per operare il “divide et impera” ma soprattutto per creare degli scudieri che puntellassero il potere centrale. La gente che oggi sta morendo convinta di difendere la Siria di ieri dall’avanzare del fondamentalismo, in realtà sta morendo per tenere sulla sedia una persona che è lì da 40 anni. E anche quando si parla di fondamentalismo bisogna chiedersi un giovane musulmano nato nel 1988 in Siria, da cosa è spinto a diventare un fondamentalista? Non lo si diventa dall’oggi al domani, le motivazioni di ciascuno vanno ricercate nella sua storia personale e in quello che il governo ha fatto nel Paese.

Ho lasciato per ultima la parola più importante: Esilio, che tu definisci “una serie di occasioni mancate”. Perché?
Certo, per me significa la negazione al ritorno, a ciò che ho vissuto, ai rapporti con i miei familiari in Siria. La prima volta che sono andato in visita ho trovato degli sconosciuti. Non si possono provare sentimenti per degli sconosciuti. Nel libro dico che ero più affezionato al mio vicino di casa in Italia che alla mia nonna siriana. Questo è per me l’esilio, il vedersi negati anche i sentimenti. Una serie di occasioni perdute perché certamente il tempo non trascorso con loro nel Paese ha sedimentato delle possibilità sfumate che forse non recupererò più.

I LIBRI DI SHADY HAMADI


 

 

 

 
 
 
 
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