Intervista a Shandana Minhas

Shandana Minhas
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Shandana è una blogger e giornalista pachistana assai conosciuta in patria per la capacità di stimolare dibattiti sui temi più cari a un paese alle prese con un processo di modernizzazione complesso e niente affatto lineare. Le città che si trasformano in megalopoli, il rapporto conflittuale e per nulla paritario tra uomini e donne, i casi di corruzione all'ordine del giorno. Ma nulla di così lontano dalla nostra quotidianità, attenzione. Cambiate qualche dettaglio del suo romanzo d'esordio, modificate i nomi dei personaggi e vi sembrerà di leggere di voi stessi e del Belpaese. D'altra parte, lo racconta Shandana stessa, di tratti in comune tra italiani e pachistani ce ne sono eccome.




Ho letto il tuo Pakistan Graffiti in pochi giorni, affascinata dalla trama, dalla protagonista e dallo stile di scrittura. Ci puoi raccontare come è nata l'idea del romanzo, come l'hai scritto? Il libro è stato pubblicato nel 2007, rileggendolo oggi cambieresti qualcosa?
Non ho studi di letteratura o corsi di scrittura creativa alle spalle e credo che questo si avverta in Pakistan Graffiti. Rispetto a come è nato il romanzo, non direi tanto che è nato quanto che già esisteva e che  mi ha trovata. A 20 anni, intenta a scrivere un saggio, mi ritrovai un'ora dopo con un racconto su una ragazzina di nome Ayesha che viveva a Karachi e che aveva subito violenza da parte del padre. I tre racconti successivi riguardavano sempre una ragazza di nome Ayesha alle prese con il mantenersi a galla. In ciascun racconto lei cresceva ma il trauma, le ingiustizie subite, rimanevano le stesse. Provavo nomi diversi, storie diverse, ma non funzionavano. Cominciai a pensare che era proprio la storia di Ayesha che dovevo raccontare e a 24 anni cominciai il romanzo. Lo abbandonai subito, non ero pronta a maneggiare la forma lunga del romanzo. Gli anni successivi li passai a insegnare, scrivere articoli, lavorare per la televisione. A 29 anni, disoccupata, con un figlio piccolo e un altro in arrivo, capii che se non scrivevo un romanzo allora, non lo avrei più scritto, fagocitata da una quieta disperazione. Così tornai ad Ayesha. Cominciai a portare sempre con me quadernetto e penna, approfittando di ogni tempo morto. Scrivevo a letto con il mio primo figlio addormentato accanto. Scrivevo in auto in attesa che uscisse da scuola, il quaderno in bilico sul volante. Man mano che terminavo un quaderno, il padre dei miei figli lo batteva a macchina. Nel giro di due mesi avevo un manoscritto. Quando cominciai a scrivere il romanzo, non avevo idea di come concluderlo né avevo già in mente la trama. Sapevo che stavo scrivendo di una donna, sapevo che stavo scrivendo di una città che amavo e che stava cambiando. L'idea di citare versi tratti dal retro dei mezzi pubblici, dai graffiti, dai testi delle canzoni pop, era il tentativo di catturare la voce della città prima che si perdesse nella sempre più crescente cacofonia generale. Le esperienze vissute da Ayesha come donna, come paziente ricoverata in un ospedale pubblico, come figlia coinvolta in un rapporto complicato con la madre, sono state ispirate da conoscenti e da me stessa. A rileggerlo oggi, Pakistan Graffiti oggi è un romanzo profondamente difettoso ma cambierei qualcosa? No. Primo perché sono quel tipo di persona che impara solo dai propri errori. Secondo perché, da scrittrice, il mio lavoro è raccontare quelle storie che sento di dover raccontare.

 


Com'è andata la pubblicazione del libro? È stato facile? Difficile? Il romanzo è stato pubblicato da un editore indiano, non pachistano, come mai? E che impatto ha avuto il romanzo sul pubblico e sulla critica? Forse il fatto che gli uomini emergano come egoisti, deboli, meschini ha creato del dibattito...
Il perché di un editore indiano è una buona domanda che mi è stata posta spesso. Il fatto è che gli editori pachistani non pubblicano romanzi di autori locali in inglese a meno che l'autore non sia parente di qualcuno che conta. Come la maggior parte delle cose qui, il mondo editoriale è nepotistico, privo di fantasia, corrotto. Ho pensato all'India perché ci sono sufficienti somiglianze culturali con il Pakistan e perché l'India conta una fiorente industria editoriale. Ho cercato in google “case editrici indiane”, ho selezionato e contattato le più piccole e inviato il manoscritto fino ad essere abbastanza fortunata da ricevere un sì. Ho un ricordo agrodolce del giorno in cui Pakistan Graffiti è stato presentato a Delhi. Da una parte ero felice di avere un editore, dall'altra triste che non fosse pachistano. Rispetto a come il libro è stato accolto da pubblico e critica, cominciamo dai lettori pachistani. Il romanzo non è ancora molto diffuso in Pakistan, non è stato mai pubblicizzato e promosso ma ho ricevuto delle lettere di donne che lo hanno sentito come se avessi scritto la loro storia e sono stata contattata da alcuni registi interessati a trarne un film. In India il libro è stato candidato al Commonwealth Writer's Prize: Best First Book, adattato al teatro ed è tra i bestseller dell'editore Roli Books. Rispetto alla critica, da sempre condivido il pensiero di Oscar Wilde secondo il quale chiedere cosa prova uno scrittore nei confronti dei critici equivale a chiedere cosa prova un lampione nei confronti dei cani. Per quanto riguarda il fatto che la rappresentazione degli uomini pachistani come egoisti, deboli e meschini potesse suscitare del dibattito, quest'ultimo è facilmente sedato dato che gli uomini pachistani SONO egoisti, deboli e meschini così come lo sono le donne, così come lo è la maggior parte della gente. Ma ho sempre trovato divertente che parlando di Pakistan Graffiti con persone di Karachi, queste si soffermano poco sul perché gli uomini risultano “insipidi” e molto sul perché Ayesha risulta così “piagnucolosa”.


Conosco pochissimo il Pakistan. Puoi darci qualche spunto per iniziare a familiarizzare con la cultura pachistana? Ad esempio, scrittori che potremmo leggere, musica che potremmo ascoltare ecc?
Questa è una domanda infida. Parlare della propria cultura è un fardello da evitare per noi scrittori. Non siamo attivisti o diplomatici o ambasciatori, siamo solo scrittori. Per questa ragione metto da parte il mio essere scrittore e ti rispondo da pachistana. Il Pakistan è una nazione nata in modo traumatico e che ripudia la propria madre. Fino al 1947 eravamo parte dell'India, poi all'improvviso non lo eravamo più. L'uomo che ha guidato la creazione del nostro paese morì poco dopo la nascita del Pakistan (ndt: si tratta di Mohammed Ali Jinnah, morto nel 1948) e la sua assenza, l'assenza della sua visione di uno stato in cui tutti fossero liberi di vivere secondo i propri principi e le proprie convinzioni, ha lasciato un vuoto che nazionalismo e religiosità eccessivi si sono precipitati a riempire. Tutte le grandi tradizioni in fatto di musica, arte, letteratura, danza che una volta sentivamo nostre, ad un tratto non lo erano più e per ogni persona che diceva che invece erano ancora nostre, un altro affermava il contrario, che non lo erano né lo erano mai state. Da allora il Pakistan è bloccato in un feroce dibattito interno sulla propria identità, su cosa costituisca la sua cultura. Le opinioni su cosa sia o non sia cultura pachistana sono diverse non solo in base alla religione ma anche all'etnia. Ad esempio, Karachi è la più grande città del Pakistan e il suo melting pot di etnie ha portato ad una fusione delle migliori qualità di ognuna, visibili nell'arte prodotta così come negli spazi pubblici. Ma a nord, nel Khyber Pakhtunkhwa e nelle aree tribali, le persone sono molto più conservatrici sia nell'espressione di sé che nel vestire. Nel Punjab pure c'è omogeneità di pensiero e stile di vita. E all'interno della provincia di Sindh e Balochistan, si avverte molto l'influenza del Sufismo. Personalmente, a chi mi chiedesse consigli per familiarizzare con la mia cultura, suggerirei di leggere Saadat Hasan Manto, Faiz Ahmed Faiz, Sara Suleri, Mohammed Hanif, Daniyal Mueenudins, i commenti on line sui siti dei nostri quotidiani, i graffiti sui nostri muri, i versi riportati sui retro dei nostri mezzi pubblici, di guardare commedie satiriche come il classico Fifty Fifty o l'attuale 4 man show, di ascoltare Nusrat Fateh Ali Khan, Abida Perveen, Iqbal Bano, Medhi Hasan e Coke Studio, di mangiare la nostra carne arrostita e di bere la nostra birra locale, la Murree Beer.


Correrò il rischio di apparire autocentrata e presuntuosa ma è solo pura curiosità: i pachistani traducono e leggono gli scrittori italiani? Tu li leggi e ne hai di preferiti?
Ci sono pochissime e misere librerie in Pakistan e, in queste, pochissimi libri che non siano in urdu (ndt: l'Urdu è la lingua ufficiale pachistana) o tradotti dall'inglese. Vorrei poter giustificare il fatto di aver letto pochi autori italiani dando la colpa alla dittatura militare o a una miope politica di importazione ma la verità è che, a un certo punto, il proprio impoverimento intellettuale diventa una scelta. Negli ultimi anni, quando mi è capitato di viaggiare all'estero visitando posti ricchi di librerie, ho generalmente preferito acquistare scarpe. Devo ammettere, con grande vergogna, che è dunque solo colpa mia se ho letto pochi romanzi di scrittori italiani. Tra questi ricordo Il pendolo di Foucault di Umberto Eco, Seta di Alessandro Baricco, Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Vita standard di un venditore provvisorio di collant di Aldo Busi. Dei quattro, Seta è quello che ho amato di più. I pachistani tendenzialmente hanno una grande passione per l'Italia. Questo perché quello che filtra dai media è che gli italiani amano il cibo, lo sport  e le proprie madri, sono cresciuti con politici corrotti e vivono all'ombra di una presenza religiosa. Tutte cose che si possono ben associare anche ai pachistani.

I libri di Shandana Minhas

 

 

 

 
 
 
 
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