Intervista a Shi Yang Shi

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Il suo memoir è un bellissimo manifesto sulle crepe che la vita lascia nell’animo umano. Nella serata della grande nevicata romana, riesco a contattare Shi Yang Shi al telefono. Anche a Milano, dove si trova, fa molto freddo e pur tra le difficoltà che incontra a parlarmi e portare contemporaneamente il cane a spasso, riesce a rispondere con estrema gentilezza ad ogni mia domanda.




Lo strappo nel Cuore di seta è stato nel tempo ricucito? Oppure non credi ci sia il bisogno di ricucirlo?
L’immagine dello strappo si rifà a quella delle ceramiche Kintsugi ed è quella con cui finisco il mio spettacolo “ArleChino: traduttore e traditore di due padroni”, che ho scritto con Cristina Pezzoli. Per la prima volta sul palco vengo fuori nella mia precaria incertezza di italiano/cinese, nella consapevolezza di chi si ritrova a dover scegliere tra due diverse civiltà, quella cinese e quella italiana, sapendo che viene comunque prima la Cina e poi l’Italia. Come per il Kintsugi occorre riparare la ceramica rotta con l’uso di foglie d’oro che rendono prezioso lo strappo, il dolore. È forte la tentazione di accettare quel dolore separato dalle proprie radici. Ma occorre andare verso il benessere mentale. Non a caso nella lingua cinese cuore e mente si equivalgono.

Il tuo rapporto con le bugie è iniziato in Cina e continuato in Italia? Ad oggi, si è concluso o hai imparato a gestirlo?
Io gioco a fare sul serio, come è scritto sul muro del Teatro La Pergola a Firenze. Le bugie per me sono normali. Anche traducendo si reinventa l’originale. Quelle gravi sono le bugie a sé stessi, quelle che tradiscono i propri sogni, e quelle non le dico più. Le bugie più leggere le accetto e ci gioco. Quelle più profonde non le voglio più.

Qual è la parte del carattere dei cinesi che farebbe bene agli italiani e viceversa?
Per quanto riguarda i cinesi, direi la capacità organizzativa, il rinnovamento economico e la grande capacità nell’essere solidali. Degli italiani, invece, salverei la creatività, il saper riconoscere la propria antichità, mantenendo la propria bellezza. La conservazione della propria cultura e il riconoscimento della propria antica bellezza.

Leggendo delle tue (dis)avventure professionali, dopo il lavoro da dodicenne a Cirò Marina, mi sono domandato come fosse possibile che nessuno – anche tra i personaggi importanti per cui hai fatto da interprete, ad esempio, Pavarotti ‒ avesse nulla da dire riguardo ad un traduttore così giovane?
Non c’era concorrenza. All’epoca non c’erano molti traduttori bravi. E poi io ero alto, sembravo più grande. Ero, certo, sottopagato. Con Pavarotti sono stato raccomandato da Ernesto Panariello con cui ho fatto diverse lezioni di canto lirico. L’esperienza non è andata bene, ma principalmente mi è servita per conoscere il grande Pavarotti.

Senza peccare di presunzione, riusciresti a definirti oggi un “drago”, finalmente? Anche agli occhi dei tuoi genitori?
No, assolutamente no. È già tanto se riesco a volare come un palloncino a forma di cuore. I draghi sono importanti e hanno più responsabilità. Sarebbe bello se un giorno riuscissi a diventare un palloncino a forma di drago.

Oltre a tua madre, c’è un’altra figura femminile molto importante: tua nonna Nainai. Oltre agli amati ravioli, cosa porterai di lei sempre con te?
La non-lamentela. Purtroppo, non ci riesco perché mi piace molto lamentarmi. La sua forza, come per tutte le donne cinesi, è stata quella di accettare la sofferenza, lavorare tanto dietro le quinte senza mai dire nulla. Soprattutto, senza mai pretendere qualcosa indietro.

Ho letto da qualche parte che, secondo te, in Italia è più difficile essere gay che cinese…
In realtà, questa cosa non l’ho mai detta. Anzi, in Italia ho goduto di una situazione in cui essere gay è accettato. In Cina, in realtà, la situazione è migliorata ma non è così nella comunità cinese in Italia. Ancora ricordo, ad esempio, quando lo scorso anno sono stato intervistato dopo uno spettacolo al Teatro Verdi riguardo a Leo, il ragazzo italo cinese di Modena ucciso da quattro ragazzi perché gay. Quella storia dimostra come in Italia quel ragazzo fosse doppiamente diverso. In Cina adesso in TV se ne parla. La presenza sui media di una persona come Li Yin He, grande paladina dei diritti LGBT, fa ben sperare per il futuro.

In cosa si è trasformato quel seme biforcuto di cui parli nel libro?
Credo che quel seme stia cercando di trovare un punto in comune. Dopo l’uscita del libro, mi sono ritrovato in un’Italia che ha bisogno di questo tipo di racconto, abituata com’è alla violenza neofascista o alla violenza in generale. I giovani non conoscono la storia del loro paese e questo porta al disfattismo. Il seme cresce dentro di me e viene fuori dal libro.

Per finire, cosa ti aspetti dall’Anno del Cane 2018?
Spero che il mio cane Yorkshire stia bene e di tornare in Cina per frequentare di più le mie personali radici. Spero anche di continuare il mio lavoro di piccolo artigiano degli aquiloni.

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