Intervista a Shin Dong-Hyuk

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Shin Dong-Hyuk (che si chiamava Shin In Geun ma ha cambiato nome perché si percepisce come rinato, come persona del tutto diversa da quella che era, come diversa è oggi la sua vita) è una persona unica al mondo. Nato e cresciuto in un lager nordcoreano, solo a 23 anni – e dopo sofferenze fisiche e psicologiche mostruose – è riuscito a fuggirne, scoprendo un mondo, il nostro, che da dietro il filo spinato nemmeno sognava esistesse. Da qualche anno gira il mondo come ambasciatore di alcune organizzazioni umanitarie per denunciare gli orrori del regime di Kim Yong Un. Una sua visita a Roma è stata l’occasione per incontrarlo.




Sei un martire e un simbolo oppure un impostore, come sostengono alcuni?
Le autorità nordcoreane spendono moltissimi soldi in propaganda e per far girare informazioni false su di me, hanno recentemente addirittura prodotto un video in cui mio padre stesso mi accusa di aver mentito sull’esistenza dei campi. Quindi ho deciso di fermare questa guerra di parole e ho fatto una richiesta ufficiale: c’è solo un modo per risolvere una volta per tutte la questione dell’esistenza dei campi di lavoro, ed è che io possa tornare nel luogo in cui sono nato. Ho chiesto ufficialmente alle autorità di PyongYang di tornare a visitare il Campo 14 e voglio portare con me del personale ONU affinché le organizzazioni umanitarie internazionali vedano con i loro occhi se i campi di lavoro nordcoreani esistono o no.
Io so benissimo dove sono nato, so benissimo dove sono stato torturato, so benissimo dove ho lavorato, conosco perfettamente quell’area perché l’ho percorsa a piedi per più di vent’anni e se invece il mondo non lo sa io sono pronto a mostrare a tutti dove siano questi campi e come si vive lì dentro. Alla mia richiesta ufficiale nessuno ha risposto. In compenso il governo nordcoreano ha avuto l’audacia di mettere mio padre davanti a una telecamera, mio padre in quel video mi maledice, mi accusa di cose orrende, dice che non sono affatto nato in un campo di prigionia e che mi sono inventato tutto e alla fine del video mi chiede di tornare a casa, di smetterla. Io voglio tornare a casa, voglio tornare lì, voglio incontrare mio padre e che mi spieghi – se lo sa – perché sono nato prigioniero e perché tutta la mia famiglia era internata.

Cosa sognavi di trovare al di là dei recinti del Campo 14? Cosa ti ha dato la forza di rischiare la vita per fuggire?
Non avevo né un piano, né tantomeno una meta. Il motivo della fuga risiedeva soprattutto in una cosa, che nel Campo aveva importanza più di tutto il resto, una cosa che per noi prigionieri era una vera ossessione continua, un pensiero fisso: avere qualcosa da mangiare. Nei campi infatti non è concesso mangiare niente oltre quello che le guardie ti consegnano, persino se c’è qualcosa che cade da un albero si deve chiedere il permesso di mangiarlo, pena gravissime conseguenze. A volte le guardie negano quel permesso per un capriccio e tu sai che se lo mangerai lo stesso farai una brutta fine, perché il minimo che ti può capitare è di essere picchiato a sangue. Eppure molti di noi mangiavano lo stesso quei frutti davanti alle guardie, la fame era troppo forte, troppo spaventosa. Anche per me quando sono fuggito, quando sono corso verso quella recinzione che non sapevo essere elettrificata l’unico pensiero che avevo in mente era che forse nel “mondo di fuori” c’era del cibo e che avrei potuto mangiare. Mentre correvo pensavo che sarei morto perché mi avrebbero sparato, catturato ma tutto questo non mi importava perché speravo con tutte le mie forze di trovare qualcosa da mangiare. Non avevo pensato, non pensavo a niente più di questo. La persona che mi aveva raccontato dell’esistenza del mondo esterno era un prigioniero come me, che negli ultimi anni della prigionia mi parlava spesso. Siamo scappati insieme, ma lui non ce l’ha fatta, è rimasto attaccato alla recinzione elettrificata: credo sia morto, ho sempre pensato che non sia sopravvissuto, a volte mi viene il dubbio che sia ancora vivo. Ma non credo.

L’episodio più terribile tra quelli che hai raccontato al giornalista Blaine Harden in Fuga dal Campo 14 è senza dubbio l’esecuzione di tua madre e tuo fratello, giustiziati in base a una tua testimonianza quando avevi 13 anni…
Per me è molto difficile parlare di questa cosa, nel libro non ho raccontato tutto, ci sono cose che per me è troppo doloroso raccontare. Una di queste è la morte di mia madre. Nel Campo 14 in realtà io avevo una famiglia, perché avevo un padre, una madre e un fratello: ma finché non sono fuggito non ho mai saputo cosa volesse dire davvero avere una famiglia, avere delle relazioni umane normali, avere dei sentimenti. Non è colpa di nessuno. Ora capisco che non c’era nulla che i miei genitori potessero fare per me in quella situazione, e del resto anche io non potevo fare nulla per loro. L’unica cosa che mi era chiara erano le regole de Campo, che avevo studiato a fondo come tutti. Per cui sapevo che se fossi venuto a conoscenza di qualcosa avrei dovuto raccontarla alle guardie, qualsiasi cosa fosse. È difficile spiegarlo, ma questo per me non era frutto di una scelta cosciente, era proprio una legge ineluttabile, impressa a fuoco nel mio cervello. La delazione era una legge di natura. E così quando ho sentito che mia madre e mio fratello parlavano a bassa voce tra loro forse pianificando un tentativo di fuga, ho pensato che fosse mio dovere raccontare quello che avevo sentito alle guardie del campo. Le guardie hanno deciso di giustiziarli, ma secondo me in fondo il loro presunto tentativo di fuga è stato solo una scusa perché c’è un diffuso sadismo tra le guardie, amano fare del male ai prigionieri. Nel libro non ho raccontato tutto su questa dolorosa vicenda, avevo paura che i lettori mi avrebbero giudicato e mi avrebbero odiato.

Cosa ne pensi di esponenti politici italiani come Matteo Salvini o soprattutto Antonio Razzi che hanno visitato la Corea del Nord in amicizia e, nel caso di Razzi, molto spesso elogiano in pubblico il regime di Kim Jong Hun descrivendo un Paese felice ed efficiente?
Prima di rispondere a questa domanda vorrei fare una premessa che è anche un appello. Vorrei qualcosa da chi legge Fuga dal campo 14: che tutti tengano a mente che uno degli aspetti fondanti dell’essere umano è l’avidità. Solo settant’anni fa, prima della Seconda Guerra Mondiale, in Europa erano attivi i campi di concentramento nazisti eppure non è stato fatto nulla per individuarli e smantellarli, anzi i governanti stringevano le mani dei nazisti. Solo quarant’anni fa in Cambogia nei campi di concentramento sono morte tantissime persone, eppure sembra non gliene importi nulla a nessuno. Solo dieci anni fa la stessa storia in Sudan: anche lì tanti morti, anche lì attenzione troppo bassa. E anche in Kosovo mentre la gente veniva uccisa cosa faceva il resto del mondo? Questo è quello che sta succedendo in Corea del Nord adesso, in questi anni. Quello che chiedo ai lettori è: per favore, non dimentichiamo il passato e dopo aver letto questo libro abbandonate per un momento il vostro egoismo e l’avidità che ci guida tutti. E ora veniamo alla risposta. Al mondo ci sono tantissime brave persone. Chi è andato in Corea del Nord a stringere la mano a Kim Jong Un e tornando in patria ha raccontato di aver visto un Paese bellissimo e libero non è sicuramente una brava persona. Sono sicuro che prima o poi il regime nordcoreano cadrà. Può succedere a breve oppure più in là, ma succederà. E in quel momento chi è stato amico del dittatore, chi è andato a porgergli i suoi omaggi si dovrà vergognare.



 

 

 
 
 
 
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