Intervista a Sibylle Lewitscharoff

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A PiùLibri Più Liberi, la fiera della piccola e media editoria che ormai è un appuntamento tradizionale del dicembre romano, si fanno ottimi incontri. Per esempio Sibylle Lewitscharoff, una delle voci più colte e originali della scena letteraria tedesca contemporanea. La scrittrice racconta ad un pubblico attento storie di leoni, filosofi e suore. Esatto, proprio così. Volete sapere che rapporto c’è tra queste cose apparentemente così lontane? Proseguite nella lettura, dai.




Perché proprio Blumenberg come protagonista del tuo omonimo romanzo?
Il fascino emanato dalla figura di questo filosofo è il motore primario dietro al romanzo. E anche la voglia di mettere un leone in copertina ha giocato il suo ruolo, certo. Comunque penso che se avessi conosciuto Blumenberg di persona non avrei mai potuto scrivere questo romanzo. Conosco sua figlia ma ho fatto un uso discretissimo di questo rapporto personale per non coinvolgerla troppo né dare la sensazione di sfruttare un’amicizia per scopi professionali.


L’ingrediente religioso gioca un ruolo importante nel romanzo. Quanto ha pesato però la religione nel percorso del vero Blumenberg?
Premetto che non ho mai voluto scrivere una biografia di Blumenberg, quindi il romanzo non va approcciato in quel modo. Tuttavia un aspetto importante è che il filosofo era mezzo ebreo, ed è stato internato in un campo di concentramento. Durante il III Reich non ha potuto studiare malgrado lo volesse intensamente, e gli ha permesso di farlo una scuola cattolica, quindi in lui c’era una sorta di gratitudine peraltro comprensibile. È un agnostico, ma ha una ampia conoscenza della Teologia. Il leone ovviamente non è un simbolo scelto a caso, è da tempo immemorabile un simbolo religioso. Ma un punto fondamentale del pensiero di Blumenberg, non dimentichiamolo, è la perdita di Dio e della religione. E l’uomo senza Dio cosa fa? Fa Filosofia…


I coprotagonisti del libro sono piuttosto bizzarri: quattro studenti dalle esistenze tormentate e una suora molto anziana. Perché questa scelta?
Un dato che colpisce molto analizzando la vita di questo professore di Filosofia è il rapporto che legava Blumenberg ai suoi studenti, soprattutto a fine carriera: un rapporto dominato dalla freddezza e dalla distanza. Nemmeno li riceveva più, era lontano chilometri da loro: e questo li scioccava. Invece la suora che assieme a lui riesce a vedere il leone non subisce questo distacco. Molto più anziana di Blumenberg, esercita su di lui una forza, sa imporsi, anzi di più: è l’unica che ci riesce. Quanto al fato degli studenti, Blumenberg aveva un temperamento malinconico, era fondamentalmente un pensatore pessimista. Far morire tutti i coprotagonisti, gli studenti, è stato un pretesto per inserirli nell’iperuranio platonico. In uno dei suoi ultimi libri Blumenberg esplorava la caverna di Platone, questo mi ha dato il diritto di farci finire i personaggi del romanzo, no?

I libri di Sibylle Lewitscharoff

 

 

 

 
 
 
 
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