Intervista a Silvia Tesio

Silvia Tesio
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Silvia è una vulcanica torinese con un passato da copywriter in una celebre agenzia pubblicitaria, e tra qualche mese sarà mamma. L'ho incontrata in una calda sala da tè della Capitale: ne è uscita una intervista piacevole, torrenziale e sincera. Grandi occhi azzurri e ricci capelli neri, Silvia è un fiume in piena: tra un  pasticcino e un tramezzino emerge tutto l’entusiasmo di una scrittrice innamorata delle sue “creature”, tanto che parola dopo parola sembra quasi che i suoi personaggi siano seduti lì tra noi due a sorseggiare del tè e a godersi un tranquillo pomeriggio tra amiche.

La protagonista del tuo Te lo dico in un orecchio, Ariel, è una ragazzina che deve lottare parecchio per diventare grande in un mondo dove alcuni “grandi” non ci fanno proprio una bella figura... A chi ti sei ispirata per costruire il personaggio di questa matura e disincantata sedicenne?
Questa è una domanda che mi fanno spesso e ogni volta penso “Cosa devo dire per sembrare più figa?”. La verità è che non sono mai riuscita a rispondere davvero: il fatto è che quando comincio a scrivere tutto diventa solo una questione di fantasia. Inizialmente questo libro non doveva essere proprio così, la storia era diversa: volevo raccontare di una figlia e di un padre che in realtà era un assassino. Diciamo che ho iniziato a scrivere partendo da un episodio che avevo in mente, quello di un funerale - che poi nella versione definitiva del romanzo non c'è più - e poi il personaggio è andato avanti da solo. Quando comincio a scrivere qualcosa man mano che procedo nel racconto mi viene in mente cosa potrebbe essere dopo ma il tutto senza pianificare: diciamo che la storia come il personaggio viene quasi da sé...
 

Ariel è un po' diversa dalle adolescenti che vediamo tutti i giorni...
Non è che io frequenti molto le adolescenti di oggi, non ne conosco tantissime. Non credo invece che ci siano differenze tra una ragazza di 10 e una di 110 su certe cose: l'amore è l'amore, il dolore è il dolore, può essere intenso o meno intenso ma alla fine è lo stesso. Credo che tutti noi abbiamo una gamma di sensazioni dentro che sono come le note musicali: dipende poi da come ognuno le combina per suonare, può venire fuori una bella melodia o una porcheria.
 

Leggendo il tuo libro si capisce che hai lavorato parecchio sulla psicologia dei personaggi: è così?
Si, è vero, ho lavorato tantissimo sui caratteri. Sono stata sei mesi in una casa di cura per anziani dove a un certo punto mi è venuta a mancare la mia “vecchina preferita”. E' stata una esperienza molto forte e traumatica ma in quel contesto ho imparato a sentire quali sono gli odori, le sensazioni, le voci di un vero ospizio. Di solito non mi piace parlare di quello che non conosco e soprattutto quando c’è di mezzo una tematica così pesante come la vecchiaia. Non volevo scrivere un libro furbo, né prendere in giro nessuno e così ho cercato di immergermi in alcune delle situazioni che ho raccontato. E' stato pesante scrivere questa storia, un periodo in cui ho pianto tanto e stavo malissimo, ma credo che alla fine i lettori questo poi lo percepiscano: se il dolore di un personaggio non lo vivi, se non lo conosci e lo comprendi non puoi descriverlo. Ho cercato di vivere le mie sofferenze facendole diventare parte della storia. Non si tratta di toccare le corde giuste del lettore scrivendo un libro “furbo”, la mia intenzione era quella di scrivere qualcosa di autentico e sincero. Per documentarmi ho interpellato anche una bravissima psicologa che mi ha aiutato molto con la costruzione dei caratteri dei personaggi.
 
Come descriveresti allora la tua Ariel? Sembra molto cinica, quasi cattiva in alcune sue reazioni di odio…
Ariel non è cattiva. E' una sorta di antieroina moderna: nel senso che la puoi amare e odiare allo stesso tempo. All'inizio lei può sembrare cinica ma man mano che la storia va avanti finisci col volerle anche bene. Ariel è una bambina borderline e in lei ci sono tutti i tratti che ti fanno arrabbiare e, perché no, anche la meschinità dell’animo umano che a quell’età agisce senza filtri. Dentro Ariel c’è tutta la forza che ognuno di noi ha dentro sé stesso, quella forza che ci consente di riuscire a risollevarci e trovare in noi delle risorse anche inventandole. Ariel riesce a trovare dentro di lei, anche nelle situazioni più disperate, quella forza che riesce a farla sopravvivere.
 

Poi accade che anche Ariel si innamora…
In realtà sembra non innamorarsi veramente, poi invece sì… insomma in questo è molto simile alle adolescenti di oggi anche se non si tratta del tipo di amore à la Moccia, non è affatto un sentimento lineare e romantico ma assolutamente complesso. Ariel ha vissuto sempre nell’assenza, i veri personaggi principali, come dico spesso, sono quelli che non ci sono come la madre che a un certo punto sparisce nel nulla e il padre che, invece, muore all’inizio della vicenda. Innamorarsi diventa un modo per riempire un vuoto. In realtà Ariel è una bulimica d’amore ma in fondo ha il terrore di perdere quello che desidera.
 

Lo stile che usi è fatto di frasi spezzate ed è molto diretto e visivo…
Si, lo stile è molto diretto ma non è stato affatto facile! Il mio è un modo di scrivere frammentario e destrutturato, uno stile che segue l’andamento del pensiero, in apparenza semplice e acerbo. Ho pensato a questo libro come se fosse una sceneggiatura. Per esempio io da lettrice detesto le descrizioni  troppo lunghe… La gente secondo me ha voglia di leggere storie importanti ma raccontate in modo scorrevole senza quell’autocompiacimento di certi autori che in questo periodo vanno per la maggiore. Quando ti trovi a scrivere una vicenda di fantasia quello che conta è che le persone che ti leggono ci entrino dentro proprio come in un film.
 

L’unico personaggio al quale Ariel è davvero legata è la sua sorellastra Greta…
Ariel vive un conflitto, odia la donna che ha rovinato il legame tra i suoi genitori ma non può fare a meno di adorare il frutto di quell’amore, Greta. La sorellina venera Ariel e poi è adorabile… Greta ha un carattere mica da poco, la conosco una bambina così, è coraggiosa e con una tempra più forte, molto diversa da quella di Ariel.
 

Dal tuo romanzo la famiglia allargata non ne esce poi così bene: ti senti legata a una visione più tradizionale?
Non penso che la famiglia allargata sia una cosa poi così bella: dire il contrario magari fa piacere ai genitori. Credo che fondamentalmente si creino all’interno di questi nuclei allargatissimi delle confusioni che poi rendono tutto “sdoganato” e “sdoganabile”. Come per esempio il discorso sulla madre amica: la madre è madre, una che mette le regole. No, io non sono d’accordo sulla positività della famiglia allargata, proprio per niente… La separazione crea comunque dei danni.
 

In cosa ti somiglia Ariel?
Ariel mi somiglia molto. Per esempio c’è il rapporto con la vecchiaia. A me ripugna solo pensiero di invecchiare: soprattutto rifiuto il dolore, e questo sarà al centro del mio prossimo libro, non sopporto di vedere gente che invecchia solo con il corpo ma che mantiene intatti i desideri. Il decadimento dei vecchi lo vedo come una sorta di Purgatorio… Mio nonno, che ha 94 anni, dice una cosa molto saggia: quando moriamo abbiamo tutti la stessa età.
 
Come ti ricordi la tua adolescenza?
Ricordo pochissimo della mia adolescenza diciamo che non è stata una meraviglia ma non perché abbia subito traumi particolari. Sono cresciuta molto da sola, ero un po’ “sfigata”, tutta naso e orecchie e poi non mi vestivo tanto bene. Forse mi ricordo l’estate dei miei 14 anni quando presi la mia prima cotta…
 

La veste grafica del libro è molto curata: l’immagine sulla cover assomiglia alla protagonista?
Assolutamente. Quando ho visto questa immagine ho capito che quella era la mia Ariel. Ariel è davvero una bella bambina.
 

Cosa ti ha lasciato questo libro?
E’ stata dura scrivere Te lo dico in un orecchio e per questo ci sono molto affezionata. E’ stato impegnativo e la storia che racconto la sento molto mia. Voglio molto bene ad Ariel e in lei convivono tante persone che conosco e che amo. 
  

 
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