Intervista a Simon Mawer

Simon Mawer
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Simon è inglese, ma vive a Roma. Lo scenario dell'intervista ciononostante sembra tipicamente inglese: un elegante tavolino con sopra libri e giornali, qualche appunto qua e là e l’ultimo (immancabile) frutto del suo lavoro, in carta e ossa. In un giardinetto tranquillo, una bolla di vetro rispetto al caos romano, Simon Mawer ci racconta del suo amore per le donne e per la scrittura. Come dargli torto?




La ragazza che cadde dal cielo ha come protagonista, ancora una volta, una donna. È chiaro il tuo legame con i personaggi femminili, ma stavolta Marion è un po’ diversa, ha dei lati maschili abbastanza evidenti e viene chiamata a svolgere una missione segreta durante la guerra. Perché hai scelto di raccontare la guerra da un punto di vista femminile, dando in modo inconsueto a Marion un ruolo di primo piano?
È vero, i protagonisti dei miei romanzi sono spesso delle donne. In questo caso sì, è inconsueto che abbia deciso di affidare a Marion il ruolo che normalmente dovrebbe essere quello di un uomo, ma è stato per me molto interessante raccontare la guerra in questo modo. E dietro c’è anche un motivo personale: mio padre mi ha raccontato spesso della Seconda Guerra Mondiale, ma lo faceva in modo quasi divertito. Gli uomini la vivevano come un’avventura, allo stesso modo di una partita di football e mi sembrava interessante ribaltare la situazione e fare in modo che a raccontarla sia un punto di vista diverso, per l’appunto quello di una donna.


Il romanzo inizia con Marion ancora vergine, perderà la verginità nel corso del romanzo. Come si è trovato a doversi immedesimare non solo nei panni di una donna, ma per giunta in un passaggio fondamentale della sua vita? Che ruolo gioca questo aspetto nello svolgimento della storia e quanto incide sugli altri fatti che si susseguono?
Considera che siamo negli Anni Quaranta, quindi non era tanto difficile che una donna dell’età di Marian fosse ancora vergine. Certamente questo elemento è molto importante e significativo perché non solo Marian deve affrontare delle situazioni particolari che incidono profondamente nella sua crescita, ma le affianca al suo divenire donna, che come sappiamo è già un passaggio molto importante, ancora di più per Marian e la situazione in cui si trova. Diciamo che la verginità gioca una funzione pratica e aggiunge una componente di paura ulteriore, funzionale ad amplificare lo svolgimento degli eventi.


Posto che i tuoi romanzi contano come personaggi principali quelli femminili. Quanto incide questa scelta nel tipo di lettori dei tuoi romanzi?
I miei lettori sono soprattutto di genere femminile ma sono certo che non dipenda assolutamente dal fatto che parlo di donne! È un dato di fatto che solo il 20% dei lettori oggigiorno è costituito da uomini, il restante 80% sono donne. Questo non ha influenzato il mio modo di scrivere: ritengo che la scrittura sia fondamentalmente un lavoro auto centrico, chiaramente scrivo per dei lettori, ma tutto parte da me, senza tentare di accontentare i potenziali lettori. Però… scrivere di donne è pur sempre un vantaggio e mi piace!


Parliamo un po’ di stile e in particolare degli aspetti legati al passaggio da un codice linguistico a un altro. Quanto può incidere sulla fruizione e sull’interpretazione di un romanzo la tua trasposizione da una lingua a un'altra e quindi da un filtro culturale a un altro? Cosa si perde, se si perde qualcosa, nella traduzione?
Qualcuno diceva che è la poesia che si perde nella traduzione. Ho sempre considerato la scrittura come un lavoro, ovvero un’operazione molto complessa. Il senso e il messaggio che viene percepito dal lettore può cambiare al variare delle posizioni delle parole, della punteggiatura, della composizione della frase. Anche una piccola variazione può determinare un notevole cambiamento di significato. Immagina cosa può succedere con la traduzione: è come se venisse riscritto il romanzo, per cui è inevitabile che possa cambiare più o meno drasticamente qualcosa.


Se uno dei tuoi libri fosse trasposto in sceneggiatura? Saresti disposto a “lasciare fare” o vorresti giocare un ruolo determinante nella stesura della sceneggiatura filmica?
Non credo che me la sentirei di scrivere una sceneggiatura: non ne ho mai scritte, in fondo non è il mio lavoro. C’erano alcuni progetti di trasposizione dei miei romanzi, soprattutto La casa di vetro, ma non so se mai diverranno dei film. In ogni caso sono certo che cederei il passo agli sceneggiatori: scrivo romanzi e basta, quindi nel momento in cui essi dovessero assumere un’altra forma, come quella cinematografica, diverrebbero un’altra forma d’arte e quindi smetterebbero di appartenermi.

I libri di Simon Mawer

 

 

 

 
 
 
 
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