Intervista a Simonetta Agnello Hornby

Articolo di: 

Siamo in pochi, davanti a un piatto di “pane e panelle”, arancini e prelibatezze siciliane. Una decina in tutto, tra appassionati di lettura, blogger e addetti ai lavori. “Un esperimento della casa editrice”, mi dicono. Un pubblico eterogeneo e variegato allo stesso tempo, che si riunisce con l’intenzione di conoscere meglio Simonetta Agnello Hornby, nel clima informale e rilassato di una delle più antiche focaccerie milanesi. Palermitana d’origine ma inglese di adozione, Simonetta ha iniziato la sua carriera tra i banchi dei tribunali inglesi e si è scoperta scrittrice solo da qualche anno. Dopo una vita intensa che l’ha portata in giro per il mondo, ha trovato il suo equilibrio tra le strade londinesi e la natura incontaminata siciliana, tra modernità e tradizione. Ed è proprio questo equilibrio che traspare da una donna sicura di sé ma gioviale, con una leggera cadenza siciliana inframmezzata da parole inglesi. Tra una panella e l’altra.




Perché hai scelto la Sicilia per ambientare la maggior parte dei tuoi libri?
La Sicilia è un territorio estremamente affascinante, ma allo stesso tempo anche ricco di contrasti. A livello geografico si avvicendano montagne e mare, zone ricche di vegetazione e terre più aride, grandi città e piccole frazioni. Anche gli abitanti sembrano essere influenzati da questa caratteristica e alternano estrema giovialità e disponibilità ad atteggiamenti chiusi ed ostili. Questo, però, fa parte del fascino che trasmettono e che colpisce insieme alla perseveranza di portare avanti tradizioni e cultura della loro terra.

La famiglia ha sempre una grande importanza nei tuoi romanzi. Da cosa prendi spunto?
Nella maggior parte dei miei libri la famiglia è quella italiana: grande, allargata e spesso affollata. Ne sono esempi lampanti La mennulara e Il veleno dell’oleandro. Allo stesso tempo, però, questa famiglia è passionale, problematica, vive intensamente e talvolta anche ferocemente le relazioni. Quello che non manca mai è il senso di appartenenza a un grande gruppo che, nelle difficoltà della vita quotidiana, può supportare come isolare, aiutare o abbandonare. Ho voluto però provare a parlare anche di un altro tipo di famiglia, prendendo spunto da quella inglese, più ristretta, pacata, composta, dove i toni sono quasi sempre smorzati dall’aplomb ma dove si vivono altrettanto intensamente emozioni e contrasti, come in Vento scomposto.


Ne Il veleno dell'oleandro si parla di diversità sessuale, anche in modo non convenzionale. Perché questa scelta?
In Inghilterra li chiamano “omosessuali nascosti”, per la convinzione che essere bisessuale sia una condizione ancora peggiore dell’omosessualità. Nessuno vuole dare loro una voce e ho pensato di farlo io. Ne Il veleno dell’oleandro ho deciso che il protagonista principale sarebbe stato la voce dei bisessuali. Sono partita dalla terza persona, come faccio sempre, ma mi sono presto accorta che il discorso non filava… Volevo che Bede raccontasse e si raccontasse in prima persona, quindi diventando una delle due voci narranti. Lasciare però la sua come unica voce sarebbe stato un errore, quindi ho pensato di inserire un contrappunto con il personaggio di Mara. E’ stata una novità per me e anche se non è stato facile bilanciare le due voci narranti, sono soddisfatta del risultato.


Il cibo è sempre presente nei tuoi libri, sia in quelli dedicati alla cucina, Un filo d’olio e La cucina del buon gusto, sia nei romanzi. Quasi sempre però è la cucina italiana che viene raccontata...
Sì. Vivendo all’estero sono sempre più convinta che sia la migliore alimentazione in assoluto. Ultimamente gli inglesi hanno riscontrato moltissimi problemi alimentari e volevo in qualche modo raccontare al mondo come il cibo non sia solo questione di alimenti, ma sia anche una modalità di relazione. I miei ricordi di unità e di famiglia comprendono moltissime scene a tavola o in cucina a preparare. Un’abitudine meravigliosa che per la frenesia quotidiana si sta perdendo. Chi mangia prima, chi mangia dopo, chi mangia qualcosa di diverso, chi è a dieta, chi non mangia proprio.

 
Parliamo dei tempi narrativi. Nei tuoi libri sono solitamente corti, ma nel caso de Il veleno dell’oleandro sono decisamente brevi. Perché?
Già ne La mennulara avevo messo in relazione la velocità della storia con la velocità di narrazione. Tutto il racconto è racchiuso in circa un mese. Scrivendo l’ultimo romanzo, mi sono resa conto che sarebbe stato più efficace accorciare ancora i tempi. Ho alternato le diverse voci, le azioni e la velocità in modo da rendere intrigante la trama. Qualche giorno appena e la storia ti lascia con il fiato sospeso fino all’ultimo. Non avrebbe avuto lo stesso effetto in tempi più lunghi.


I tuoi racconti ambientati in Italia contengono diverse frasi in dialetto ed espressioni regionali. Da cosa nasce questa particolare scelta lessicale?
A tradurle in italiano perderebbero totalmente il loro incanto. E perché alcune frasi in dialetto hanno il posto esatto nella storia e servono a rafforzare il carattere dei personaggi. Nelle traduzioni questo, in effetti, ha rappresentato un problema. Io sono sempre stata convinta che l’autore, dopo aver finito il suo lavoro, debba “lasciare il campo” agli esperti. L’autore scrive, il traduttore “riscrive il libro”, creando una versione il più possibile simile all’originale e maggiormente adatta al paese di destinazione. Per esempio, quando hanno tradotto La mennulara in norvegese, il traduttore, molto preciso, mi ha chiesto di confermare infiniti gradi di parentela ai quali non avevo pensato. Quello che per noi è comprensivo nella parola “zii”, in norvegese andava specificato. Erano passati tre anni dalla versione italiana. Non mi ricordavo tutto e inventai. D’altra parte è impossibile per un autore leggere tutte le traduzioni e pensare di comprendere appieno i meccanismi del traduttore, le “regole” di un Paese, terminologie specifiche e lessico.


Inglesi e americani, però, hanno spesso gusti diversi dagli italiani. Che progetti hai per il mercato internazionale?
Qualche tempo fa volevo scrivere una storia per loro, diversa dal solito e con un argomento più vicino alle mie precedenti esperienze lavorative. Ho scritto Vento scomposto prendendo spunto dal lavoro nello studio legale e nei diversi centri di assistenza all’infanzia che frequento. Questo è l’unico libro scritto in inglese e dettato ai traduttori italiani per tre giorni di fila. Una vera impresa!


Scriverai altri libri in inglese?
Non è tanto la lingua ma il genere. Credo di aver acquisito una certa consapevolezza dei generi che hanno avuto maggiore successo. Ho spaziato dal romanzo storico al moderno, dal libro di ricette al giallo. Probabilmente dovrei andar dietro alle indicazioni del mercato, ma alla fine seguirò comunque l’istinto, anche se volesse dire scendere a compromessi. Quello che sicuramente farò sempre, sarà invece inserire i messaggi che intendo trasmettere ai miei lettori. La tolleranza nei confronti del diverso, che possa essere per il colore della pelle o per le inclinazioni sessuali. La volontà di dare voce a chi solitamente non ne ha, che siano bambini o adulti, gay o etero. Il senso della famiglia, che sta perdendo lentamente il suo significato originario.

 
Le copertine dei romanzi sono molto suggestive. Chi le sceglie?
Altro campo in cui non ho mai voluto prendere decisioni! Preferisco lasciare il lavoro agli esperti e attendo sempre con ansia le loro proposte. In linea di massima mi piacciono. In un solo caso mi sono rifiutata categoricamente. Per la copertina de La monaca mi hanno inviato un nudo d’autore. Una sicura provocazione e un’immagine decisamente meravigliosa, ma l’idea di associare la mia monachella con quel nudo mi angosciava. L’unico altro rifiuto è stato per Un filo d’olio, il libro di ricette. Volevano una foto d’epoca, ma solo mia, mentre il libro è stato scritto con mia sorella. Dopo uno sciopero feroce ho ottenuto una foto di noi due insieme.


Come reagisce il pubblico internazionale alle tue storie?
Italiane o meno che siano, in realtà in modo completamente inaspettato. Nel caso de La mennulara abbiamo ottenuto il titolo di bestseller anche in Australia. Un successo incredibile, ma probabilmente deciso in parte dalla fortuna, in parte dalla pubblicità commerciale. A parte il fatto che ognuno può avere il suo personalissimo parere, ho avuto anche un incredibile supporto pubblicitario, un po’ di fortuna e la giusta scelta di uscire in periodi di “magra letteraria”. Ho avuto anche la possibilità di presentare il manoscritto a persone che hanno creduto sia nel mio lavoro sia in me. Una serie di coincidenze fortunate, quindi.

I libri di Simonetta Agnello Hornby

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER