Intervista a Simonetta Poggiali

Simonetta Poggiali
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L’insegnante che tutti avrebbero voluto avere: pacata, raffinata, profonda, con quella capacità innata di farti appassionare, di interessare. La incontro allo stand di Neri Pozza in occasione della Fiera del Libro di Torino: nonostante il caos ci avvolga riesco a entrare in sintonia con i suoi racconti, le sue riflessioni e mi lascio trasportare da parole sagge e considerazioni concrete sulla realtà che ci circonda. Originaria di Napoli, ma residente a Milano, è al suo primo romanzo dopo un lungo periodo di collaborazioni giornalistiche con importanti testate italiane. Non ci resta che aspettare la sua prossima storia.

Ermes è una storia che si fa amare per la sua brevità. Il tuo stile è asciutto e allo stesso tempo denso, carico di significati. Perché questa scelta?
La storia si incentra sulla figura di Luigi e la scansione temporale, poco più di una giornata anche se sembrerebbe essere trascorso più tempo, segue l’intento di voler narrare una storia piena, ricca ma breve. Luigi nasce da una figura reale, da una visione vera, si trattava di un ragazzo che abitava a Napoli e che mi capitò di incrociare diverse volte, poi non lo rividi per un anno, poi ricomparve per sparire di nuovo e da lì non ebbi più modo di incontrarlo. Quel ragazzo era così come descrivo Luigi – certamente non bello, impacciato – e gli sono affezionata, sono legata a questa figura, il fatto poi che l’uno non sapesse niente dell’altro è qualcosa di ancora più magico e affascinante.
 

Luigi, un bravo ragazzo, è molto distante dall’immagine di Gaetano, la rappresentazione della vita di strada, fatta di espedienti e di malavita. Mi ha colpita la presenza, sopra le esistenze di tutti i personaggi, di una legge universale che li controlla, decidendone le sorti, quasi mai positive…
La legge di cui parlo non è la legge intesa comunemente. Il tema della camorra, in un romanzo così surreale e visionario, mi è servito per spiegare metaforicamente la crudeltà dell’esistenza. Si tratta di una legge che priva della libertà, della vita stessa, non perché ci si pieghi alla camorra in senso letterale, ma perché ci si trova a dover subire una realtà che tende a togliere tutto e a regalare poco. Luigi si inserisce nella storia come un ragazzo tenero, reale, tragico nella sua impossibilità di esprimersi come vorrebbe. Lui ama Ninetta, ma non vuole possederla, non gli interessa assoggettarla, vorrebbe solo poterla abbracciare, carezzare, volerle bene. È il tema della fragilità adolescenziale: gli adolescenti di oggi vogliono apparire forti, ma non lo sono, tutti hanno una sensibilità, il problema è trovare il canale per esprimerla. I giovani di Napoli non sono diversi dagli altri, certo la vita di strada è dura per tutti, lo è da sempre, ma non credo che la condizione di esistenze così drammatiche sia molto diversa da quella comune a tutti, c’è molta poca aspettativa nelle generazione di oggi, si viene poco considerati e la famiglia non è così presente come dovrebbe. Va da sé che l’adolescenza sia un passaggio obbligato, ma molto delicato, questa è una costante impossibile da cambiare.
 

In effetti la rappresentazione della famiglia è praticamente nulla. Non ci sono descrizioni di momenti di vita quotidiana condivisa, né vengono descritti gli ambienti in cui si vive, quasi non esistessero legami di sangue...
Ho descritto una realtà che conosco bene. Le famiglie napoletane, quelle che vivono nel degrado, sopravvivono insieme. La casa è una tana, un rifugio, ma non c’è vero amore. Non ci sono legami di sangue: si condividono odori, sapori, sudori, difficoltà con l’unico scopo di tirare avanti. A dirla tutta io non ho mai riposto grande fiducia, in ogni caso, nel nucleo famigliare, mi sembra che sia una realtà problematica più che risolutrice. L’immagine più bella che possiamo averne è legata all’infanzia, ai sogni, a quello che desideravamo. Ma oltre l’innocenza si cela qualcosa che è tutto tranne che felicità.
 

Nel tuo romanzo la donna viene rappresentata come una sirena, affascinante e tentatrice ma anche ingannevole o – ancora – un luogo di sole donne è accostato all’inferno. Perché?
Certo. La donna è l’anello di congiunzione di tutto il romanzo: è colei che da la vita ed è anche colei che accompagna i morti, ha un volto angelico e un volto demoniaco, è forte e fragile. Mi piace l’immagine della sirena perché è metà donna e metà pesce, ammaliatrice e traditrice. Le donne non tradiscono per natura, lo fanno perché sono mediatrici tra il mondo dei vivi e quello dei morti, devono nutrire e devono accompagnare alla tomba. Le donne di certi ambienti napoletani sono infernali, demoniache, danno e tolgono la vita con il solo istinto di sopravvivenza, se ci pensi – anche nella camorra – quando c’è al comando una donna (raramente, ma accade) è sempre di ferocia e determinazione inaudita.

La presenza del mare è un altro elemento fondamentale. Affascina e intimorisce. Quale funzione narrativa svolge nel tuo romanzo?

Il mare non viene mai descritto come una visione meravigliosa e salvifica, è piuttosto minaccioso, l’acqua si infrange contro gli scogli con violenza, i gabbiani consumano il loro pasto con fare cannibalesco, è una presenza che intriga, ma è l’acqua come elemento primordiale non il mare. D’altronde Napoli è una città con una potenza evocativa infinita, non c’è da stupirsi se così tanti poeti, registi, scrittori ne hanno tratto ispirazione: terra, acqua, vulcano, ci sono tutti gli elementi riuniti – con vigore – in un unico luogo. È l’acqua che purifica, che annega, che lava via il peccato, e la liquidità delle lacrime. La complessità di Napoli è anche la complessità labirintica del romanzo che, per quanto breve, offre molti spunti, molte visioni, si entra da una parte e si esce dall’altra, è difficile riuscire a cogliere tutte le sfumature in una sola lettura.
 

Sarà così anche il prossimo romanzo, Salina?
Salina sarà un romanzo storico ed è tutt’altra cosa. È comunque già finito. Molto diverso da Ermes, anche per ambientazione, Salina è un’isola piccolissima ma molto ricca, produttiva. Ha ispirato perfettamente la storia dei personaggi che la abitano.
 

Come ti poni di fronte alla scrittura?
Il personaggio deve essere letteralmente dentro di me, già formato. La scrittura poi viene da sé, non è che si debba fare un grande lavoro. La parte più difficile è avere consapevolezza dei protagonisti.
 

Dove è Dio in questo romanzo?
Non c’è. C’è la natura, come forza primitiva.
 
E il male che si annida in famiglia? La coltellata che arriva da chi non dovrebbe?
Il tradimento è una delle esperienze più comuni, sin da giovani. Non si può avere mai fiducia.  Nell’amore sì, appare in maniera sciolta, ci riconosciamo nell’altro ma altrove no. Non esiste certezza. Certo l’incanto infantile resta, sempre. Ma la realtà è differente.
 
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