Intervista a Sindiwe Magona

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Ovvero come in una donna di mezza età minuta e bassina possa nascondersi una forza della Natura, la grinta pazzesca e la consapevolezza di chi è cresciuto in uno slum sudafricano tra difficoltà che nemmeno riusciamo a immaginare e ha saputo costruirsi una vita da madre, scrittrice, intellettuale impegnata a favore dei diritti del suo popolo e delle donne di tutto il mondo. Onorato di averti incontrato, Sindiwe.

Colpisce nel tuo romanzo Questo è il mio corpo! il passaggio alla narrazione in terza persona, nel senso che si percepisce più la voglia di affrontare un problema collettivo che non di rivisitare un momento del tuo passato… E’ un’impressione corretta?

Sono passata alla terza persona perché in Questo è il mio corpo! c'è una buona quantità di fiction, anche se al tempo stesso non si tratta propriamente di fiction. Il romanzo nasce dalla rabbia, dalla vergogna. Non potevo più tacere, non passa settimana che in Sudafrica non leggiamo di terribili stupri e di morte, e arriva un momento in cui è d'obbligo decidere se puoi continuare a tacere o devi parlare. Se non avessi scritto questo libro – ora posso dirlo – avrei smesso di scrivere. Eppure prima di farlo avevo paura di scriverlo, poi ho avuto pura di averlo scritto. Ma i problemi, per quanto enormi, vanno affrontati. E spero che così la mia gente si senta 'toccata' e cambi i suoi comportamenti, o che almeno nasca un dialogo.

 

In cosa consiste esattamente la campagna d’azione delle giovani protagoniste del tuo libro, la tua battaglia?

L'AIDS si può prevenire. Il diritto umano più sacro è il diritto alla vita. L'amore è grande, il sesso può essere grandioso, ma la vita è la cosa più importante di tutte. Spero che le donne nere inizino a parlare tra loro anche di cose intime, che prendano in mano la loro vita. La diffusione dell’AIDS è una responsabilità individuale. Lo slogan deve essere: Niente test? Niente sesso.

 

Cosa fa intanto il Governo sudafricano per contrastare la tragedia dell’AIDS?

Tutto ciò che so è che in Africa abbiamo un esempio virtuoso di lotta alla diffusione dell'AIDS: l'Uganda. E so anche che l'Uganda è una nazione più povera del mio Sudafrica. Qualunque cosa abbiano fatto o stiano facendo in Sudafrica in questo senso non è abbastanza, punto. Del resto se da noi il numero dei morti è così spaventosamente alto, vorrà pur dire che qualcosa non va nelle strategie del Governo o no? Se l'epidemia ci avesse colpito durante l'apartheid non ci sarebbero state ambiguità, l'assistenza medica sarebbe stata riservata ai bianchi, ma il mondo non avrebbe tollerato questa ambivalenza, l'avrebbe chiamata col suo nome: genocidio. Ora se i cittadini bianchi criticano i politici neri li si taccia di razzismo, se i cittadini neri criticano i politici neri li si taccia di antipatriottismo o autolesionismo.

 

Batti molto sul tasto della responsabilità individuale: non credi che la pandemia di AIDS sia dovuta anche alle scelte delle autorità politiche e delle aziende farmaceutiche, dall’immobilismo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità?

Sì, in questo senso si può certo parlare di responsabilità collettiva. Se il Governo fosse stato più deciso, se la Chiesa fosse intervenuta prima, le cose non sarebbero andate così male. Quanto alle aziende farmaceutiche non le capisco, non riesco a comprendere come possano tenere da parte qualcosa che può salvare vite umane con tanta leggerezza. Se ci fosse stato lo tsunami da noi, il mondo intero - come è successo per la zona dell'Oceano Indiano nel 2004 - avrebbe raccolto i fondi necessari a salvare il Sudafrica, e secondo me da noi è peggio di uno tsunami. Dove c’è una povertà come quella del Sudafrica abbassare il prezzo dei farmaci antiretrovirali non è sufficiente: il test dovrebbe essere gratuito e svolto in segretezza, in certe aree è impossibile garantire il segreto e infatti la gente non fa il test. Quelli che hanno i mezzi e i soldi per farlo si spostano lontano dai luoghi nei quali vivono, molti uomini così fanno terapie antiretrovirali lasciando dietro di loro le donne con le quali hanno avuto rapporti sessuali. Quindi esistono grandi responsabilità, è vero, ma il problema nasce nella casa di ognuno di noi: indipendentemente da ciò che fanno le istituzioni devidecidere tu se vuoi vivere o no. Spesso non è facile, soprattutto per le donne, ma è necessario.

 

Qual è la condizione delle donne nella tua terra?

La violenza contro le donne è un’altra piaga del Sudafrica, anche se si sta facendo molto per contrastarla. Ma la violenza ha vari aspetti: si nasconde a volte dentro l’amore o dentro la famiglia e la genete si rifiuta di vederla. Scelte anche innocenti come il nome dei bambini sono frutto di imposizioni, di arretratezza maschilista. Cose molto gravi accadono e molti le giudicano accettabili: quando ero piccola io, avere un figlio fuori dalla coppia rappresentava un terribile scandalo, adesso la media di figli illegittimi di un sudafricano di 40 anni è tra i 6 e i 7! E’ diventato raro il contrario, è diventato accettabile. Questo vuol dire abusare del corpo delle donne ed è terribile per i bambini. Un padre part-time non serve a niente, un padre serve averlo tutti i giorni. Vogliamo che le donne sappiano, che le donne capiscano: non è una disgrazia non avere un uomo. Non è una vergogna stare da sole. Nella cultura africana una donna senza uomo è vista come mancante di qualcosa, invece non è meno donna delle altre. Meglio vive sole che morte con un uomo. Mostratemi la tomba di una donna uccisa da un vibratore.

I libri di Sindiwe Magona

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