Intervista a Stefano D'Andrea

Stefano D'Andrea
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Stefano D’Andrea è milanese di nascita, ma oramai cosmopolita per formazione. Professore universitario ma non troppo, scrittore, autore radiofonico ma soprattutto blogger apprezzato e “inventore” di “Profili d’autore”, pagina web che offre servizi di scrittura biografica per persone ed aziende. Visti i suoi lunghi soggiorni a New York, i suoi post in proposito spesso non teneri con l’Italia, e la pubblicazione di un libro l’abbiamo contatto via Facebook per approfondire qualche questione.



New york per decenni è stata la città mito per l'immaginario collettivo italiano. Pensi che possa continuare (o tornare eventualmente) ad esserlo? Possa diventare "educativa"?
Credo di sì. Inoltre la possibilità di volare a prezzi ragionevoli consente a molte persone di vivere un’esperienza più forte e diretta rispetto a quella mediata dai prodotti culturali, e sono convinto che così come sta succedendo con Barcellona, Londra e Berlino, presto saranno più numerosi di quanti già sono, gli italiani che si sposteranno a New York, anche solo per un periodo di formazione, fortuna che prima era riservata solo a una classe sociale molto elitaria.


Di contro personalmente non pensi che alla luce della attuale situazione economica, sociale e politica, non sia il caso di sognare Berlino? o magari addirittura Pechino?
Berlino è certamente un luogo affascinante, e non è un caso che le energie che dimostra di liberare siano principalmente legate a personalità non tedesche di nascita, e che la città sia in fondo un luogo “nuovo”, rinata letteralmente dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e dalla tragica divisione delle Guerra Fredda. È una specie di “frontiera” interna al Vecchio Continente. Una piccola America. Pechino no, è semplicemente un altro mondo, troppo distante per cultura, storia millenaria e lingua. Nessuno è mai riuscito a mescolarsi con i cinesi, e non riesco a capire il perché. Ma non mi attira, se non per un motivo turistico e antropologico.


Ho apprezzato molti paragoni "irriverenti", fra comportamenti italiani e newyorchesi. Ma forse alla fine non credi che perderemmo il confronto con molte altre metropoli anche magari meno trendy?
Ahimè sì. Il mio amore (razionalizzato) che ho cercato di raccontare nel libro, vuole anche essere la rappresentazione delle nostre difficoltà e il sogno di un cambiamento possibile ma non probabile. E per far ciò era necessario utilizzare un confronto estremo. Temo che avremmo perso (parlando di città e della mia, Milano, in particolare) anche contro Lione.


Che ne pensi della recente rielezione di Obama?
Politica interna americana, a noi incomprensibile. Sorprendente che se ne parli così tanto e conoscendo così poco. Il “nero e di sinistra” Obama, in Italia, dimezzerebbe domani il numero di impiegati pubblici, solo per cominciare. Lui va bene per loro. Qui sarebbe un pericoloso rivoluzionario, ma in senso opposto a quello che ci si aspetta. Hanno bisogno di più stato sociale, noi abbiamo bisogno di altro. Il dato più piacevole è stato il concession speech di Romney. Commovente. Il suo “nemico” politico è diventato Presidente e lui lo ha ringraziato chiedendogli di lavorare per il bene di tutti, e si è messo a disposizione per lavorare insieme, per il bene di tutti.


Il progetto sfociato nel libro Lamerikano rimarrà isolato, oppure c'è qualcosa di nuovo all'orizzonte come scrittore?
La tentazione di scrivere un libro sull’Italia vista dall’America, sulla falsa riga di Lamerikano, c’è. Ma anche la necessità di lavorare a un romanzo. Forse proverò a fare le due cose contemporaneamente.

I libri di Stefano D'Andrea

 

 

 
 
 
 
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