Intervista a Stefano Piedimonte

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Stefano Piedimonte, napoletano, ha lavorato per giornali e TV occupandosi principalmente di cronaca nera. Oggi collabora - tanto come giornalista, quanto come narratore - con testate come il “Corriere della Sera”, “Il Fatto Quotidiano”, “L’Unità”. Il suo carattere riservato fino allo schivo cela a malapena il disincanto e il savoir faire; prima o poi il suo sorrisetto marpione viene fuori, e tu capisci di avere di fronte uno che la sa lunga. E lo sa.




Classe 1980, quattro romanzi di successo all’attivo, hai appena aperto una nuova rubrica fissa su “Donna moderna” e tieni presentazioni in ogni dove d’Italia. Hai una seconda vita?
Scrivo spesso per “Donna moderna”, ma non sono il solo a tenere la rubrica “Nella testa di lui”. Per il resto: il tempo per scrivere mi sembra sempre poco, le idee sono moltissime, vanno scremate, conservo solo quelle che riescono a germogliare nella mia testa, quelle che hanno radici abbastanza forti per crescere. Pirandello sosteneva che un’idea per crescere ‒ proprio come fa una pianta ‒ ha bisogno di trovare terreno fertile. L’idea da sola non basta a creare un romanzo (o un film, o qualsiasi altro prodotto creativo): deve arrivare nel momento giusto, e non deve cozzare con le altre che stai coltivando, o perlomeno deve essere abbastanza tenace da vincere il combattimento che inevitabilmente si scatenerà. Io di solito lavoro per sottrazione, butto via molto materiale.

La tua è una miscela personale di giallo, nero e rosa, con una spruzzata decisa di humour. Quali autori ti hanno segnato? A chi ti ispiri maggiormente?
Da ragazzino leggevo molti romanzi di Stephen King e Stefano Benni, oltre a una manciata di classici. Con gli anni, quando ho avuto l'età giusta per capirne i romanzi, sono rimasto folgorato dalla scrittura di Cesare Pavese. Amo moltissimo Céline, Camus, e fra i contemporanei Michel Houellebecq, Joe Lansdale, Philip Roth, Richard Ford; tutti scrittori molto diversi fra loro, chiaramente. Non mi ispiro a nessuno in particolare.

Nei corridoi “giusti” già si vocifera che i tuoi romanzi stiano per approdare in TV. Che significa per te, e cosa possiamo aspettarci?
Con la RAI, come con altri network, ci sono ottimi rapporti, ma non siamo ancora in una fase tale da poter dire che si chiuderà concretamente qualche progetto. A ogni modo, per la sceneggiatura tv di Nel nome dello Zio, il mio primo romanzo, sto lavorando con due amici molto bravi ed esperti in questo settore. Allo stadio in cui siamo, posso dire che fa molto ridere. Spero che, nel caso in cui dovesse arrivare in tv, ne vengano rispettate le varie componenti, che non sono esclusivamente umoristiche.

I tuoi protagonisti sembrano sempre alle prese con una strana sorta di afasia: l’assassino non riesce a esprimersi, perché non sa scrivere; l’innamoratore non riesce a spiegare che lavoro faccia…
L’innamoratore riesce a spiegare bene che lavoro fa, ma ha qualche problema a dichiararlo ai carabinieri, non pagando tasse sull’onorario percepito. Va pure detto che i suoi interlocutori non brillano troppo in quanto ad acume, e questo gli procura qualche difficoltà in più. Comunque, sì, mi piace creare dei personaggi zoppicanti, con qualche brutta tara, qualcosa che li trascini a terra. Amo creare dei dell’Olimpo a cui faccio lo sgambetto proprio quando vedo che se la tirano troppo: è per riportarli sulla terra, per il loro bene.

Cosa bolle in pentola? Non mi sorprenderei se mi parlassi di musica o di teatro. Quale anteprima puoi dare in esclusiva ai lettori di Mangialibri?
Ho delle idee a cui sto lavorando. Le lascio sedimentare, spesso mi diverto a guardarle deperire: quelle che sopravvivono meritano di essere sviluppate. È crudele, siamo d’accordo, è un processo primitivo ma, se parliamo di creatività, per come la vedo io è l’unico che funziona. Posso dire, però, quello di cui sono certo: spariglierò le carte ancora una volta. Voglio creare sempre qualcosa di molto diverso da ciò che ho fatto prima. Mi assumo qualche rischio, ma non vedo alternative, se voglio rimanere onesto.


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