Intervista a Steve Mosby

Steve Mosby
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Un giovanissimo appassionato inglese di noir e thriller decide di passare dall'altra parte della barricata e sforna alcuni tra i romanzi più spaventosi (in senso buono, s'intende) degli ultimi anni. Non male, e fa specie vedere Steve - timidissimo, gentile, quasi impacciato - nei panni di mago del brivido. Puntuali ed entusiasti, lo contattiamo a ogni sua uscita nelle librerie italiane per scambiare qualche idea con lui. Vedi che essere amico di Facebook dei tuoi scrittori preferiti a qualcosa serve?

Fare dell’amore il centro di gravità permanente di un thriller come hai fatto tu con 50/50 killer non è un po’ un controsenso?

Capisco che può sembrare un problema. Infatti mentre scrivevo il libro il mio editore inglese era preoccupatissimo che io potessi essere identificato dai lettori come uno scrittore di romanzi rosa, magari con qualche venatura ‘gialla’. Ogni buon thriller secondo me ha al centro una situazione nella quale i personaggi tentano di proteggere, di salvare quello a cui tengono di più, per esempio la vita, loro o dei loro cari. E’ quanto succede anche in 50/50 killer: qui a essere difeso è l’amore, che è talmente fondamentale, è tra le cose che ci definiscono come persone, che regolano nel profondo i rapporti che abbiamo con gli altri. Quindi nulla di strano a farne il centro di un libro, e nulla di male che il libro in questione sia un thriller. Non è un controsenso, anzi.

 

Fanno più paura i segreti delle persone normali, i nostri segreti, o un serial killer che ci costringe a svelarli, a confrontarci con essi?

Volevo raccontare la storia di un assassino che infligge dolore fisico ma allo stesso tempo emotivo, il tipo di dolore capace di distruggere un rapporto amoroso. Un serial killer che potremmo considerare la personificazione stessa dei segreti dei quali parli. Probabilmente le due cose ci spaventanocon uguale intensità, però dobbiamo anche considerare che trovarsi di fronte a un assassino simile nel corso della nostra vita reale è un'eventualità decisamente improbabile, mentre invece tutti dobbiamo continuamente fare i conti con i nostri segreti e le nostre bugie. Il killer insomma è altro da noi, quindi tutto sommato forse fanno più paura i nosti segreti. Niente fa più paura di qualcosa che è dentro di noi.

 

Ho letto da qualche parte che l’episodio della tragica nuotata del protagonista di 50/50 Killer e della sua fidanzata è ispirato a un fatto realmente accadutoti proprio qui in Italia: è vero?

Sì, è assolutamente così. Si tratta di un episodio successo una decina d'anni fa a Castiglion della Pescaia: all'imbrunire con la ragazza del tempo ci avventurammo troppo al largo e ci trovammo in difficoltà, ma per fortuna la conclusione della brutta avventura è stata molto più tranquilla di quella raccontata nel libro. Però essendomi trovato in quella situazione mi sono trovato costretto a pensare alla scelta di morire o lasciar morire, e a come questa scelta potrebbe travolgere una coppia.

 

Sei un lettore di thriller oppure come spesso succede ami leggere cose diametralmente opposte a quelle che scrivi?

Leggo molti thriller. Non è mai stata una mia grande passione, ma se in passato preferivo dedicarmi a cose che mi piacciono di più, per esempio la fantascienza e l'horror, oggi cerco di leggere tutto quello che esce del genere, per essere informato professionalmente. Più in generale, mi attraggono tutti i libri che anche lontanamente potrei trovare interessanti, sono un vero lettore compulsivo. Ah, e adoro i libri di Christopher Priest, per la loro capacità di essere storie molto valide dal punto di vista letterario, con trame molto razionali ma che a un certo punto deviano, e prendono rotte non prevedibili...

 

50/50 killer è l’inizio di una saga dedicata a Mark Nelson oppure è un approccio che non ti interessa?

La mia intenzione, dal manoscritto alla pubblicazione di 50/50 killer, è sempre stata quella di fare un libro a sé, anche perché nel finale tutti i personaggi giungono a una conclusione delle loro vicende personali. Ma ora non sono più tanto sicuro, e non è escluso che ci ripensi. In ogni caso non succederà nell'immediato futuro. Nel romanzo che sto scrivendo in questo momento infatti ci sono sì poliziotti protagonisti, ma sono diversi, e se c'è una continuità è nelle atmosfere, nei temi, non in altro.

 

Le nostre vite stanno diventano più 'virtuali' ogni giorno che passa, ora quando dici “amicizia” quasi tutti pensano a Facebook, non a una relazione umana. Il tuo romanzo Nessuno verrà è anche un j'accuse su questo argomento?
Come ogni forma di tecnologia, i social network e Internet non sono fenomeni negativi a priori, ma possono diventarlo quando impattano sulle relazioni umane, e lì dipende dall’uso che se ne fa. In generale, direi che i benefici superano gli aspetti negativi: è molto più facile tenersi in contatto con le persone ovunque siano nel mondo,  è possibile condividere cose interessanti in tempo reale e così via. In più sarebbe ipocrita per me condannare il Web 2.0, visto che uso con regolarità Facebook, Twitter e le e-mail per comunicare. Detto questo, so perfettamente di cosa parli quando parli di questi ‘amici’ virtuali. Recentemente ho acquistato uno smartphone, che ha sincronizzato la sua rubrica con il mio profilo di Facebook: improvvisamente mi sono ritrovato più di 400 numeri in rubrica (compreso il tuo eh eh). Stupefacente! Ma quando ho cercato i contatti regolari, che uso tutti i giorni, di gente che conosco davvero, ce ne erano solo 15. Tecnologia a parte quindi, a volte è normale esagerare un po’ quando si stringono ‘amicizie’, specialmente quando devi esporti – ed è qui che l’aspetto sui social media del romanzo viene fuori. Strumenti come Facebook rendono più facile un qualche tipo di contatto con la gente, ma rendono anche più facile che questo contatto sia superficiale: questo ti convince magari che una certa persona sta bene ed è felice e ti fa concentrare sulla tua propria vita. Un approccio non causato dai social network, certo, ma che questi strumenti permettono di alimentare.


Come in 50/50 killer, in Nessuno verrà metti al centro del plot il significato profondo e le contraddizioni delle storie d’amore, il concetto di fedeltà e la crudeltà della disillusione. Cos’è, una specie di ossessione?
Ah Ah, suppongo di sì. Il fatto è che pur essendo un amante dei romanzi horror e crime cerco sempre di ancorare il cuore dei miei libri alle relazioni di tutti i giorni, così che l’elemento thriller rifletta qualcosa di più profondo. Ecco come costruisco le storie: inizio con qualcosa accaduto a me nella vita reale e poi lo esagero in modo selvaggio! In 50/50 Killer è stato il racconto di quella volta che quasi annegavo con la mia ex che è diventato l’incubo di un assassino che mette alla prova cosa sei disposto a fare per la persona che ami, in Nessuno verrà è stato il conflitto tra una relazione sentimentale e l’amicizia con una mia ex che è diventato la storia di un assassino che mette alla prova le priorità delle persone. Tutti temi davvero molto importtanti per me: amore, fedeltà, obblighi e responsabilità, inadeguatezza, fallimento, redenzione…


Sesso sadomasochistico, bondage, potere assoluto sui partner: cosa pensi di questa roba? Ti affascina, ti turba, ti disgusta o cosa?
Difficile a dirsi, non ho alcuna esperienza diretta in questi ambiti quindi non sono certo un esperto. Così a naso distinguerei tra un’ossessione insana per il potere, il bondage e il sesso sadomaso e il tipo di giochi che possono avere luogo tra adulti nell’ambito di una relazione rispettosa, consenziente e consapevole. Ma ovviamente la relazione tra Eddie e Tori nel libro, per dirne una, è qualcosa di completamente differente. E’ basata sul bisogno di potere, sul dominio, e io credo sia una cosa profondamente non sana. Abbiamo tutti probabilmente incontrato persone come Eddie nella vita, gente che vuole gestire molti aspetti della vita delle partner: un segno di grande insicurezza, a parer mio. Una forma di bisogno feroce ed esageratissimo di conferme da parte degli altri: quando non hanno il potere e non guidano il gioco, queste persone si sentono deboli e piccole. Ecco secondo me cosa c’è alla radice di tanta violenza fisica ed emotiva: la sensazione di non avere alcun potere per un individuo che ha bisogno di dominare perché si sente debole nel profondo e vuole imporre se stesso al mondo.


Disturbo bipolare, abusi in famiglia, solitudine, partner sbagliati: perché i tuoi personaggi femminili sono sempre così fragili?
Beh, potrei rispondere a questa domanda in molti modi. Il primo è che non percepisco necessariamente come fragili le donne dei miei romanzi: è vero che vengono spesso ‘danneggiate’ in qualche modo, ma questo accade anche ai miei personaggi maschili e una donna come Tori – che è bipolare – non è definita da questa sua condizione pure importante, anzi per la trama questo è irrilevante, l’ho inserito come avrei potuto fare per un colore di capelli, come una caratteristica. Ho amici che soffrono di disturbo bipolare e sono tra le persone più forti che io conosca, io stesso soffro di depressione clinica: i disturbi mentali sono incredibilmente comuni, si stima che 1 persona su 4 ne soffrirà a un certo punto della sua vita. Quanto alle violenze sui bambini, alle relazioni sentimentali violente… sono tutte cose drammaticamente diffuse. Ma d’altra parte è vero che le donne sono spesso le vittime, nei miei romanzi (e probabilmente non solo nei miei). Probabilmente per quanto mi riguarda, succede perché scrivo di amore e relazioni dal punto di vista di un uomo e questo mi permette di dare un che di personale ai miei eroi. Più in generale, i personaggi femminili sono vittime più credibili e coinvolgenti a livello emotivo nella crime fiction: ci sono molte ragioni per questo – nascoste nelle radici stesse della nostra società – e non mi sento a mio agio a rifletterci su. Sono cose che fanno riflettere e anche un po’ inquietanti, no?

I libri di Steve Mosby

 

 

 
 
 
 
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