Intervista a Susan Dabbous

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La giornalista italo-siriana Susan Dabbous racconta la guerra siriana nei suoi articoli e nei suoi libri. L’ultimo, pubblicato da Castelvecchi, è il motivo per cui ci incontriamo durante la Fiera Più Libri più Liberi 2018. Sotto la struttura della “Nuvola” di Fuksas, sui divanetti del bar, ci ritroviamo a chiacchierare del suo bel romanzo e della situazione nella tormentata terra di Siria.




Il tuo La ragazza di Homs inizia con un atto di vera incoscienza da parte di Gianni, che ammette di avere di fronte a sé non una guerra spettacolare o alla Hemingway, ma una guerra sporca, dagli odori aciduli. Mi domando: abbiamo una concezione più “pulita” del reale della guerra siriana?
No, credo che abbiamo una percezione della guerra un po’ classica. Noi in Europa siamo portati a figurarci la guerra sulla base dei libri di storia o di conflitti più recenti, come quelli dei Balcani o in Crimea. Quelle guerre in cui ci sono due fronti che si combattono, in cui ci sono due schieramenti. Nella guerra siriana, invece, un po’ per il tipo di territorio e un po’ per il tipo di mosaico etnico e religioso del Paese si è creata una situazione diversa. Non da subito, perché c’è stato un anno di vero e puro movimento di ribellione anti regime, ma poi ci ha messo pochissimo questo movimento di opposizione a polarizzarsi. Come ho potuto vedere, a distanza di sei mesi in sei mesi, andando negli stessi posti l’abbandono da parte di chi avrebbe potuto giocare un ruolo politico fondamentale, ad esempio, contro il regime di Assad, ovvero l’Europa, ha fatto sì che queste persone che cercavano giustizia, che volevano liberarsi di un dittatore, si siano rivolte a chi è andato lì e gli ha dato dei soldi per combatterlo. Si sono, quindi, create centinaia di milizie e le milizie non portano a niente di buono in nessuna guerra. Ed è la ragione per cui diventa una guerra sporca, quando gli ideali della prima ora vengono sporcati dagli interessi per il dominio del territorio e per il controllo dell’ingresso dei beni. Già al secondo anno è emersa nella guerra siriana una “talebanizzazione”.

Quindi, forse, non abbiamo ancora capito la guerra siriana?
Oggigiorno è, purtroppo, molto facile da capire. È un gioco di equilibri geopolitici in cui i siriani sono veramente l’ultima voce in capitolo. La partita è tra chi mantiene in vita il regime di Assad, ovvero l’Iran e la Russia, e i rapporti esterni, l’Europa e gli Stati Uniti, che hanno con queste due potenze regionali. Non parliamo di Paesi insignificanti, ma di nazioni con un certo potere energetico.

Tenersi lontani da una guerra del genere è una scelta di comodo da parte dell’Occidente?
Ci sono stati momenti drammatici, come la pubblicazione della foto del bambino annegato. Un momento in cui tutti hanno sentito la scossa umana, profonda, e si sono domandati cosa poter fare. In quel momento sono partite campagne di raccolte fondi, i profughi venivano visti in maniera diversa – parentesi che è durata davvero poco. Gli esseri umani in maniera naturale sono egoisti. È ovvio che quando il migrante non lo vedi tu puoi continuare a condurre la tua vita in modo normale, quando, invece, il migrante viene strumentalizzato dall’opinione politica per distrarre dai problemi reali, è ovvio che a quel punto, tu mi crei una retorica quotidiana in cui il migrante è il problema, io alla fine finisco a crederci. A parte chi, come me, si occupa di questa questione e si rende conto che nel bilancio finale, il migrante non è il problema.

La Siria è stata protagonista di una fase mediatica, appunto, che adesso sembra passata. È forse finito l’interesse?
Io penso che dal punto di vista del racconto mediatico, la Siria sia stato forse uno dei conflitti più raccontati. Anche perché si sono potuti auto organizzare tanti reporter locali per inviare fiumi di contenuti, video, radio, messaggi, whatsapp. C’è stato un momento in cui i media indipendenti non sono più riusciti ad entrare nel territorio siriano perché non c’era più un riconoscimento delle figure neutrali, come sottoscritto da chi credeva alla Convenzione di Ginevra, che non è stata più rispettata. In Siria non sono stati più riconosciuti nella loro neutralità medici, operatori sanitari, giornalisti: un momento tragico della storia rispetto ai conflitti precedenti. Un errore disumano da parte del regime, che di solito tende a mantenere rapporti con l’opinione internazionale, ma anche da parte della ribellione, dei jihadisti, eccetera. Lì c’è stata anche la spettacolarizzazione dell’esecuzione di alcuni giornalisti.

Secondo te, Bilal, Leila, Rashida potranno sperare ad una vita normale dopo la guerra siriana?
Sì. Nel libro c’è questa differenza abissale tra Leila, personaggio positivo di una coerenza che stupisce in un contesto in cui è facile vacillare, e Bilal che forse rappresenta un po’ di più la normalità: insicuro, non ha i mezzi, la forza di spronarsi, si può abbattere facilmente, può ascoltare i richiami di una donna o di un jihadista. Si trova una sera al letto con una donna occidentale e il giorno dopo essere tentato da un amico per fare la jihad. Bilal arriva a Milano e desidera cancellare il Bilal precedente per diventare un pizzaiolo di Cologno Monzese con la fidanzata italiana. Un modo per gettare via tutta la bruttezza delle storie che ha dentro.

Forse però tra i due è più facile per Bilal crearsi una nuova vita, essendo arrivato con un ponte umanitaria, a differenza di Leila, che ha attraversato il mare con la madre, la sorella e le nipoti…
Qui è la chiave: se tu hai il coraggio di attraversare il mare con quelle condizioni con molta probabilità poi avrai il coraggio di affrontare una quotidianità difficile, fatta di burocrazia, di difficilissimo accesso ad un mercato del lavoro legale, di incertezze, di mancanza perpetua di soldi. Sono famiglie che affrontano tutti questi problemi per una nuova vita.

Un’altra differenza tra i due è che lei vive una doppia guerra, quella siriana e quella interna. Bilal ha una guerra in meno, forse per questo lei è più fiaccata. O no?
Lei è un personaggio più profondo, più coerente. Quando si rende conto, lei pasionaria della rivoluzione, che è fallita miseramente, derivando in qualcosa di diverso, per lei è molto più difficile da accettare. Da questi momenti cupi lei si rialza, perché è una ragazza attiva, che dove arriva inizia a lavorare, ad insegnare, a darsi da fare.

Parliamo, invece, del personaggio di Gianni, ventenne incosciente che inizialmente sembra voler dare una mano ma poi fa molti passi indietro. Quando è in Italia lui fa la sua vita e si allontana…
Ho voluto rispecchiare la realtà. Gianni sono io. Io ho incontrato questi ragazzi, è nata un’amicizia fortissima, ma poi io ho continuato a fare la mia vita. Nel senso che il libro è basato su tanti fatti veri, ma rimane un romanzo, e diciamo che molto di Gianni viene da me. Lui è un fotografo, io una giornalista, ma il coinvolgimento è lo stesso. Queste amicizie sono giovani, sono ventenni ed è normale che a quell’età tutto possa cambiare.

Che cosa i siriani non hanno capito di questa guerra?
Non hanno capito che sono stati troppo ingenui all’inizio. Era un’ingenuità che mi irritava. C’erano i gruppi dell’esercito siriano libero, perché poi alla fine mi rivolgevo sempre alle stesse persone, e tu li vedi nell’agosto del 2011 in un modo, nel gennaio del 2012 in un altro, e così via. Quando tu vedi che la tua rivoluzione è finanziata da qualcuno con le barbe e con il Corano, che ti dice che da domani tua moglie deve portare il velo, che da dopo domani non può più uscire di casa, che fra un mese non si può più sentire la musica, allora non ti poni il dubbio e ti domandi: “Va bene, combattiamo lo stesso nemico, ma qual è l’obiettivo? Che tipo di Siria vogliamo?”. Questo è un errore fatta da tutti, dall’intellighenzia, dai notabili. Un’ingenuità che fa paura, perché la storia del Medio Oriente ci dovrebbe aver insegnato qualcosa. Mi trovavo spesso in riunioni a parlare con politici che non sapevano cosa avvenisse nei campi profughi, che non sapevo che la gente si lamentava per le scuole, dove molti insegnanti erano stati scelti sulla base di strane amicizie e che spesso non avevano neanche il diploma. Il distacco con la realtà è enorme. I campi profughi sono “parcheggi emotivi”, dove le persone aspettano che qualcosa accada, ma non accade nulla. Vedi queste persone che si ammalano, si deprimano, che si sentono impotenti di fronte al loro destino. Persone che prima avevano un contesto proprio, una casa, un lavoro.

I LIBRI DI SUSAN DABBOUS



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