Intervista a Susanna Parigi

Susanna Parigi
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Susanna è una canta-autrice più che una musicista e una cantautrice: il suo fare musica è stato definito pop letterario. Senza libri non potrebbe vivere, e lo si capisce subito parlando con lei. Condivide con noi la sua passione, regalandoci consigli e perle per una volta non da ascoltare, ma tutte da leggere.

Ti percepisci più come scrittrice o come musicista?
Nasco come musicista, ma come un musicista che dà uguale valore alla parte musicale e letteraria. Ho iniziato a lavorare prodotta da Vincenzo Micocci, scopritore di molti cantautori dell’area cantautoriale romana. Ero molto giovane quando ci siamo incontrati, lui era un discografico vecchia maniera, con un gran fiuto e una cultura enorme e non solo musicale. La prima cosa che faceva era prendere il testo e poi lo leggeva senza musica. Diceva che il testo doveva stare in piedi da solo, senza musica. È stata una palestra, un inizio molto importante per capire quanto sia il testo che la musica dovessero stare in piedi prima autonomamente e poi insieme. Poi nel mio vagabondare ci sono state altre figure importanti che hanno aiutato la mia scrittura: Pasquale Panella, Luberti, Mogol solo per citarne alcuni.
 

Modelli letterari?
Sono tanti quelli che hanno accompagnato la mia vita e che lo continuano a fare, la lettura per me è la vita, non posso vivere senza. C’è una cosa inedita in Italia che ho letto di Garcia Lorca in un discorso per l’apertura di una biblioteca, parla di libri: "Se avessi fame - dice - e mi trovassi in mezzo ad una strada non chiederei un pane, ma mezzo pane e un libro". Ecco, io farei lo stesso. I libri sono come la musica, ascolto tutto persino l’heavy metal e come diceva Adorno "insieme a tanta cattiva musica classica c’è tanta buona musica leggera". Leggo meno romanzi, ma saggi, poesia, tanta poesia, Montale l’adoro, l’ho sempre sul comodino e poi Neruda, Lorca, Gabriela Mistral- premio Nobel non tradotta in italiano purtroppo, Edna St Vincent Millay, un personaggio particolare, e poi Umberto Galimberti, Pino Arlacchi sono stati illuminanti  per me e credo che debbano essere letti da tutti.
 

"L’insulto delle parole" è il titolo del tuo ultimo lavoro musicale, ma è anche un progetto che vede molti scrittori protagonisti. Ce lo racconti?
Sì è uno spazio aperto visitabile sul sito della Promo Music dove molti scrittori con mia gioia hanno contribuito con interventi, penso a Corrado Augias che parla del pudore come vigilanza, come protezione del sé. La sottrazione dell’intimità crea dei mostri, una sorta di autismo dove le persone parlano solo di se stesse. Lella Costa dice una cosa bellissima ‘sarebbe bello se ciascuno di noi prendesse una parola e la proteggesse’, Marco Travaglio parla di manipolazione del vocabolario, puttane che vengono chiamate escort…
 

Nel disco ci sono anche citazioni importanti...
Ne “La fiorista”  il testo è liberamente tratto dagli scritti di Simone e Rillar Dei Fiori , mentre in “Una basta” il recitativo  è liberamente tratto da “Apostrofe all'uomo” di Edna St Vincent Millay, e “Fa niente” è ispirato a “Il suicidio” sempre della stessa poetessa.
 

Che senso ha per te la parola?
Percorrere la storia di una parola è come scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. La parola ha una potenza smisurata, a volte può fare la differenza tra vivere o morire. La parola può dare la sensazione di appartenere a qualcos’altro, una folla, un esercito, un ideale. Può comandare, contrattare, illudere. La parola è sacra. Le parole ingannano. Qualcuno ha detto “Non credo che alcun sistema filosofico riuscirà mai a sopprimere la schiavitù: tutt’al più ne muterà il nome”. Ecco l’insulto di cui ho sentito esigenza di scrivere oggi, forte, violento, talmente evidente che è un dolore terribile accorgersi che dai più non è visto.

 

 

 

 

 
 
 
 
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