Intervista a Sveva Casati Modignani

Questa lunga intervista nasce da due diversi incontri con Sveva Casati Modignani: il primo nel lontano 2010 a Pietrasanta e il secondo a Milano, all’Hotel Sheraton, nell’ottobre 2019. Diversi i luoghi, le circostanze, le occasioni: identiche però la cortesia e l’eleganza della signora Modignani, che risponde alle nostre domande calma, sorridente, disponibile e gentilissima.




Quando si parla di Sveva Casati Modignani non si può che partire dal nome, che di fatto è un nom de plume. Chi è - o chi sono - Sveva Casati Modignani?
Chi è? Sono io, mi chiamo Bice Cairati, e poi c’è questo pseudonimo che è nato quasi 30 anni fa, quando ho scritto il primo romanzo con mio marito e l’editore aveva inventato questa Sveva Casati Modignani che ci ha portato buono e quindi lo pseudonimo va avanti.

Ha avuto dei pregi e dei difetti (se ne ha avuti) scrivere a quattro mani?
Francamente non saprei dirlo, perché in realtà i romanzi li ho scritti tutti io che, essendo donna, faccio; mentre mio marito, essendo uomo, criticava. Quindi finché ha potuto, interveniva sulle mie storie dicendomi: questo va bene, questo non va bene, questo te lo riscrivo io. Era un rapporto critico, ma molto costruttivo. Purtroppo è durato poco, da molti anni a questa parte ho dovuto fare da sola, però è andata bene ugualmente.

Dei tuoi personaggi femminili ce n’è uno che si identifica maggiormente con te e un altro che invece è completamente diverso?
Non ce n’è. Né che mi assomigliano, né che non mi assomigliano. Direi che tutti i personaggi che io racconto, sia maschi che femmine, hanno qualcosa di me, inevitabilmente, perché sono io che li racconto. Quindi probabilmente hanno il mio linguaggio, hanno i miei pensieri, qualche volta hanno anche le mie stesse reazioni, stessi comportamenti, però sono altro. Ci mancherebbe che in tanti romanzi li facessi tutti agire e comportare alla stessa maniera: rifarei sempre la stessa storia.

Le donne italiane di oggi, molte delle quali sono anche tue lettrici, che cosa ritrovano nei tuoi romanzi?
Non lo so. Secondo loro, perché le sento quando le incontro, mi dicono che si riconoscono nelle situazioni familiari. Alcune mi dicono che leggere i miei romanzi le ha aiutate molto in momenti difficili, altre mi dicono: “ma lo sa che avendo letto i suoi romanzi, ho capito tante cose e ho cominciato a riflettere?”. Quindi evidentemente sono degli spunti di riflessione… l’universo femminile è sempre lo stesso.

La trama del tuo Segreti e ipocrisie parte dopo pochi giorni dalla fine del precedente Festa di famiglia e con le stesse protagoniste, credo sia la prima volta che scrivi un sequel, si parla addirittura di una serie. Come mai questo cambiamento?
È nato per caso, io da sempre alterno un “romanzone” a una storia più breve: quando però ho scritto la storia di queste quattro amiche, al momento di chiudere, mi sono accorta che era venuta fuori diciamo la “biografia” solo di una delle quattro, di Andreina. Allora ho cominciato a chiedermi “Vabbè, ma poi cosa farà? Le altre come si porranno?” e inevitabilmente è nato il secondo romanzo. Ce ne saranno anche un terzo e un quarto, uno per ogni protagonista, ma è stato un caso, non è stata un’operazione voluta.

Come fai a raccontare ogni volta donne così diverse? Perché è vero che la natura femminile ha infinite sfaccettature, però è anche vero che ogni autore mette qualcosa di sé, quindi più aumentano i personaggi più aumenta il rischio di ripetersi…
Non lo so... Io sto molto coi giovani perché le carampane della mia età mi immalinconiscono (io son vecchia eh), ascolto le loro storie il loro linguaggio, osservo il loro modo di vivere di confrontarsi coi problemi della vita del lavoro, con le relazioni sentimentali e parentali. Se devo fare un confronto con la mia esperienza, che è quella di una donna cresciuta ancora con degli schemi quasi ottocenteschi, vittoriani, le donne di oggi… Beh, tanta invidia, vivono molto meglio. Quello che voglio fare con questi quattro romanzi è raccontare com’è importante l’amicizia tra donne. Siamo abituati in un tipo di società – o almeno io sono cresciuta così – che desiderava tenere la distanza fra le donne rendendole aggressive tra loro. Nessuna fiducia nelle donne ma solo negli uomini, si andava dal dottore e non dalla dottoressa perché la dottoressa veniva percepita come una che ne sapeva di meno; quando c’era da votare, si votava un uomo. Insomma voglio sottolineare quanto sia importante la solidarietà fra donne. Invece di mettersi le dita negli occhi, le donne dovrebbero imparare a fare squadra come fanno gli uomini, perché se fai squadra diventi più forte. Ecco, questa era l’idea di partenza: poi queste quattro donne, quattro caratteri diversi, son venuti fuori dalle storie che sento dalle mie nipoti, dalle loro amiche. Vedo come vivono, come affrontano la vita. È tutto un mondo nuovo, bellissimo.

Come è stato scelto il titolo? Segreti e ipocrisie in fondo sono temi costanti nei tuoi romanzi, perché lo hai scelto proprio per questo?
In questo romanzo più che mai c’è questa volontà di nascondere delle cose che alla fine sarebbero anzi sono normali, banali. Perché la moglie che tradisce il marito e viceversa non è certo una novità, ma siccome la famiglia in questione ha una “reputazione” da difendere e una rispettabilità da ostentare in qualche modo è ancorata ad un perbenismo imperante. Sia Maria Sole che suo fratello Filippo crescono in questa famiglia piena di ombre di segreti, c’è un episodio dell’infanzia di Maria Sole che ingenuamente chiede alla mamma: “Ma perché quando arrivi tu arriva sempre anche il Comini?”. La reazione della madre è uno schiaffone, la sgrida dicendola: “Non dire mai più queste cose”, è evidente che perbenismo e ipocrisia sono imperanti. Il perbenismo delle due consuocere che impedisce di vedere l’omosessualità del maschio e la madre che arriva addirittura a dare la colpa alla figlia, dicendole che se fosse stata più seduttiva suo marito non sarebbe diventato omosessuale. Per loro sostenere che essere omosessuali è altrettanto normale che essere eterosessuali è un sacrilegio.

Tutte le tue protagoniste o quasi (se non loro le mamme o le nonne) partono da un ceto sociale non sempre altissimo, poi con la tenacia, la testardaggine, la voglia di fare raggiungono dei gran begli obbiettivi. È anche vero però che spesso hanno la fortuna di inciampare nel principe, nell’imprenditore o comunque nell’uomo di successo. È una forma di incoraggiamento, nel senso “Guardate ragazze che se vi date da fare ce la fate e può essere pure che inciampate nel principe azzurro”?
Certo io potrei anche raccontare la storia di un uomo e una donna nati nella bambagia e poi caduti in miseria, però mi intristisco, e siccome io devo vivere per dei mesi in compagnia di questi personaggi, li faccio così per stare su di morale.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere alle giovani lettrici?
Io di messaggi non ne ho mai per nessuno, faccio fatica ad averli per me stessa. Se chi legge le mie storie trova un messaggio va bene, ma non è che io ce l’abbia voluto mettere. Allo stesso modo mi rifiuto di dare consigli, credo che ognuno di noi sia bravissimo a sbagliare in prima persona, senza bisogno della spinta degli altri. Ognuno deve essere libero di fare le proprie scelte e ragionare con la propria testa.

In questo romanzo ad un certo punto una delle protagoniste si mette a leggere e il libro è quello di Rosa Teruzzi, peraltro le protagoniste della Teruzzi si chiamano Cairati (il tuo vero cognome)… immagino che tutto questo sia voluto, vero?
Le voglio bene, siamo amiche, la seguo da quando ha iniziato a scrivere. Diciamo che sono giochi fra amiche.

E più in generale, che cosa legge Bice?
Sono una lettrice onnivora, adesso sto leggendo l’ultimo libro della Bertola, in prevalenza leggo gialli, polizieschi in genere. Camilleri è morto lasciandomi nel dolore, perché so che ci sarà un nuovo libro ma sarà l’ultimo. Come mi è dispiaciuto quando è venuto a mancare Simenon. Insomma quando vai a letto la sera devi avere qualcosa che ti accompagni serenamente verso il sonno. Ecco per me sono i polizieschi. Non è strano, perché si sta dalla parte del commissario, di chi risolve il caso, dalla parte dei buoni.

Negli anni ti è capitato di affezionarti più a un personaggio che ad un altro?
No, io li amo mentre li racconto ma poi quando la storia è finita ci diciamo addio e io parto per un’altra avventura.

Dicevi prima che alcune delle cose che metti nei tuoi romanzi le prendi dai racconti della gente, di chi ti sta vicino: come bilanci la realtà dei fatti e la finzione?
È il filtro della narrazione, chi racconta filtra sempre la realtà e la manipola a seconda dei propri schemi. Quanto manipoli io non lo so, so che quando racconto un personaggio è più vero di quello a cui mi sono “ispirata”. Almeno questo mi dicono quelli che si riconoscono. Poi ci sono altri che pensano di riconoscersi e invece non c’entrano nulla.

C’è una domanda che non ti hanno mai fatto? Qualcosa che non ti hanno mai chiesto e ti sarebbe piaciuto?
No.

Il tuo Il gioco delle verità parla di femminismo e del rapporto madre–figlia. Dov’è nata l’ispirazione per questa storia?
L’ispirazione parte da altro. Un paio di anni fa avevo sentito un sacerdote in televisione affermare in un programma di largo ascolto che il matrimonio deve essere finalizzato alla procreazione. Senza questo fine marito e moglie che fanno l’amore fanno peccato. E allora questa affermazione, secondo me di una violenza spaventosa, mi ha scioccato e mi sono ricordata di quando ero ragazza e frequentavo un gruppo di giovani cattolici milanesi. Uno dei nostri compagni ci disse che dopo un paio di mesi lui e la sua ragazza si sarebbero sposati, ma poiché non vogliamo avere figli, vivremo il matrimonio in castità. Mamma mia, che roba… 40 anni dopo! C’è stato di mezzo il femminismo, c’è stato tutto e ancora la Chiesa è arroccata su queste cose. E lì è nata la figura di Malvina, la mamma de Il gioco delle verità, femminista che sposa un compagno di studi cattolico integralista che le impone un matrimonio casto dal momento che lei non vuole avere figli. E quindi Malvina è una donna forte e risoluta, si libera velocemente di questo marito e decide anche che non è più il caso di sposarsi, però questo non le impedisce poi di fare una figlia, che è Roberta. Nasce il conflitto madre figlia – che è endemico, fa parte della formazione di ogni donna, una figlia che non entra in conflitto con la propria madre non riesce neanche a crescere, penso. Roberta cova qualche risentimento nei confronti della madre perché Malvina, presa da altre cose, si occupa di lei un po’ di sguincio. Il risentimento la induce a prendere delle decisioni che alla fine si rivelano un po’ disastrose fino al giorno in cui madre e figlia non decidono di confrontarsi, raccontandosi ognuna la propria verità. Da questo gioco delle verità scaturisce poi la serenità che è quella che caratterizza tutti i finali dei miei romanzi, che non sono necessariamente a lieto fine, ma un finale pacificatore lo hanno sempre.

Milano è lo sfondo prediletto dei tuoi romanzi dagli inizi della tua carriera ad oggi. Quanto è cambiata questa città da allora?
Milano è cambiata tanto e male! Abbiamo degli amministratori pubblici che sono assolutamente una frana. Le cose non possono che andare male fintanto che non ci sono iniziative vere, reali e concrete per sanare il degrado. Lo stesso atteggiamento di dare in pasto questa città al mondo della moda lo trovo assolutamente deplorevole perché se tu vai in centro non trovi più il droghiere, il salumiere, la libreria (eccetto i grandi centri commerciali). La vita di quartiere non c’è più. Trovi soltanto negozi di firme, scarpe, borse e gioielli. È tutto un apparire. Ma l’essere? La sostanza? I contenuti? Dove sono? E questo è anche un modo per svilire una realtà, per privarla della sua storia e della sua fisionomia. Questi disperati che arrivano e si piazzano dove vogliono senza nessun controllo. Nessun controllo anche nel senso che, poiché Milano si è sempre data grandi arie di città accogliente, come fai ad accogliere dei disperati costringendoli a vivere in diciotto in una stanza, senza luce, né acqua, né servizi. Perché è questo che succede. Per cui se chi è preposto a regolamentare questi flussi non si preoccupa dell’accoglienza, poi hai voglia di dire che Milano sarà la città della moda… comincia a risanare il posto. Sarebbe come voler fare una mostra d’arte in un edificio in rovina: rischiano di rovinarsi anche le opere d’arte.

Sei una delle più prolifiche e famose autrici italiane, ma sei anche famosa per la tua semplicità. Come ci si sente ad essere un personaggio?
Mah, guarda, se per strada mi fermano e mi chiedono se sono la scrittrice, io dico che sono la sorella. Ma non mi succede spesso, per fortuna. Non sono proprio capace di tirarmela, ci ho provato una volta, ma decisamente non fa per me.

L’ultima domanda riguarda i finali dei tuoi libri, con finali piacevoli, volti ad abbellire la realtà, perché così sei stata abituata. C’è un aneddoto che hai raccontato in passato che riguarda tuo fratello quando tornò a casa ed aveva preso uno zero ad un compito e ci fu messo un uno davanti perché così era più bello…
Non è forse vero? È il desiderio di ognuno di noi!

I LIBRI DI SVEVA CASATI MODIGNANI



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER