Intervista a Sveva Casati Modignani

Articolo di: 

Il cielo è grigio su Pietrasanta in questa domenica di metà giugno. Arrivo tutta trafelata, con mille cose in mano, nella hall dell’albergo dove è ospite Sveva Casati Modignani. Poso l’ombrello, le chiavi della macchina mi cadono, idem per la penna… sono impacciatissima come sempre, un disastro! Di fronte a me c’è una veranda immersa nel verde ed eccola là, la intravedo da lontano, seduta ad un tavolino. Una vera signora: calma, sorridente, disponibile e gentilissima. Vestita in maniera semplice ma impeccabile. Sono un po’ imbarazzata, anche per l’eleganza che mi circonda, ma quando Sveva Casati Modignani comincia a parlare, spesso di cose profonde e personali, mi incanto davanti a lei e alle sue parole sapienti, scandite, che mi coinvolgono man mano sempre più e aiutano ad addentrarsi tra le pagine dei suoi libri… già va meglio. E c’è tempo anche per un tè.




Quando si parla di Sveva Casati Modignani non si può che partire dal nome, che di fatto è un nom de plume. Chi è - o chi sono - Sveva Casati Modignani?
Chi è? Sono io, mi chiamo Bice Cairati, e poi c’è questo pseudonimo che è nato quasi 30 anni fa, quando ho scritto il primo romanzo con mio marito e l’editore aveva inventato questa Sveva Casati Modignani che ci ha portato buono e quindi lo pseudonimo va avanti.

Ha avuto dei pregi e dei difetti (se ne ha avuti) scrivere sulla stessa opera a quattro mani?
Francamente non saprei dirlo, perché in realtà i romanzi li ho scritti tutti io che, essendo donna, faccio; mentre mio marito, essendo uomo, criticava. Quindi finché ha potuto, interveniva sulle mie storie dicendomi: questo va bene, questo non va bene, questo te lo riscrivo io. Era un rapporto critico, ma molto costruttivo. Purtroppo è durato poco, da molti anni a questa parte ho dovuto fare da sola, però è andata bene ugualmente.

Dei tuoi personaggi femminili ce n’è uno che si identifica maggiormente con te e un altro che invece è completamente diverso?
Non ce n’è. Né che mi assomigliano, né che non mi assomigliano. Direi che tutti i personaggi che io racconto, sia maschi che femmine, hanno qualcosa di me, inevitabilmente, perché sono io che li racconto. Quindi probabilmente hanno il mio linguaggio, hanno i miei pensieri, qualche volta hanno anche le mie stesse reazioni, stessi comportamenti, però sono altro. Ci mancherebbe che in ventun romanzi li facessi tutti agire e comportare alla stessa maniera: rifarei sempre la stessa storia. Adesso, addirittura, nel mio nuovo romanzo mi sono messa a raccontare la storia di un uomo meraviglioso. È  proprio l’uomo che credo ogni donna vorrebbe aver incontrato almeno una volta nella vita. Non accadrà mai perché questo Mister Gregory così affascinante nella realtà non lo trovi. Anche se lui è esistito. Io ho conosciuto questo signore che ho chiamato Mister Gregory, anche se aveva un altro nome, la storia che io racconto è la sua. Dopodiché credo che se fosse qui direbbe: ah, come mi ha fatto bello la Sveva!. Ma io l’ho fatto bello perché così me lo immaginavo.

Le donne di oggi, alcune delle quali sono anche tue lettrici, che cosa ritrovano nei tuoi romanzi?
Non lo so. Secondo loro, perché le sento quando le incontro, mi dicono che si riconoscono nelle situazioni familiari. Alcune mi dicono che leggere i miei romanzi le ha aiutate molto in momenti difficili, altre mi dicono: “ma lo sa che avendo letto i suoi romanzi, ho capito tante cose e ho cominciato a riflettere?”. Quindi evidentemente sono degli spunti di riflessioni… l’universo femminile è sempre lo stesso.

Il tuo Il gioco delle verità parla di femminismo e del rapporto madre–figlia. Dov’è nata l’ispirazione per questa storia?
L’ispirazione parte da altro. Un paio di anni fa avevo sentito un sacerdote in televisione affermare in un programma di largo ascolto che il matrimonio deve essere finalizzato alla procreazione. Senza questo fine marito e moglie che fanno l’amore fanno peccato. E allora questa affermazione, secondo me di una violenza spaventosa, mi ha scioccato e mi sono ricordata di quando ero ragazza e frequentavo un gruppo di giovani cattolici milanesi. Uno dei nostri compagni ci disse che dopo un paio di mesi lui e la sua ragazza si sarebbero sposati, ma poiché non vogliamo avere figli, vivremo il matrimonio in castità. Mamma mia, che roba… 40 anni dopo! C’è stato di mezzo il femminismo, c’è stato tutto e ancora la Chiesa è arroccata su queste cose. E lì è nata la figura di Malvina, la mamma de Il gioco delle verità, femminista che sposa un compagno di studi cattolico integralista che le impone un matrimonio casto dal momento che lei non vuole avere figli. E quindi Malvina è una donna forte e risoluta, si libera velocemente di questo marito e decide anche che non è più il caso di sposarsi, però questo non le impedisce poi di fare una figlia, che è Roberta. Nasce il conflitto madre figlia – che è endemico, fa parte della formazione di ogni donna, una figlia che non entra in conflitto con la propria madre non riesce neanche a crescere, penso. Roberta cova qualche risentimento nei confronti della madre perché Malvina, presa da altre cose, si occupa di lei un po’ di sguincio. Il risentimento la induce a prendere delle decisioni che alla fine si rivelano un po’ disastrose fino al giorno in cui madre e figlia non decidono di confrontarsi, raccontandosi ognuna la propria verità. Da questo gioco delle verità scaturisce poi la serenità che è quella che caratterizza tutti i finali dei miei romanzi, che non sono necessariamente a lieto fine, ma un finale pacificatore lo hanno sempre.

Milano è lo sfondo prediletto dei tuoi romanzi dagli inizi della tua carriera ad oggi. Quanto è cambiata questa città da allora?
Milano è cambiata tanto e male! Abbiamo degli amministratori pubblici che sono assolutamente una frana. Le cose non possono che andare male fintanto che non ci sono iniziative vere, reali e concrete per sanare il degrado. Lo stesso atteggiamento di dare in pasto questa città al mondo della moda lo trovo assolutamente deplorevole perché se tu vai in centro non trovi più il droghiere, il salumiere, la libreria (eccetto i grandi centri commerciali). La vita di quartiere non c’è più. Trovi soltanto negozi di firme, scarpe, borse e gioielli. È tutto un apparire. Ma l’essere?  La sostanza? I contenuti? Dove sono? E questo è anche un modo per svilire una realtà, per privarla della sua storia e della sua fisionomia. Adesso arriverà anche l’Expo, che non si capisce dove vada a parare: io penso che prima di pensare a questo, dovremmo pensare a risanare la città. Questi disperati che arrivano e si piazzano dove vogliono senza nessun controllo. Nessun controllo anche nel senso che, poiché Milano si è sempre data grandi arie di città accogliente, come fai ad accogliere dei disperati costringendoli a vivere in diciotto in una stanza, senza luce, né acqua, né servizi. Perché è questo che succede. Per cui se chi è preposto a regolamentare questi flussi non si preoccupa dell’accoglienza, poi hai voglia di dire che Milano sarà la città della moda… comincia a risanare il posto. Sarebbe come voler fare una mostra d’arte in un edificio in rovina: rischiano di rovinarsi anche le opere d’arte.

L’ultima domanda riguarda i finali dei tuoi libri, con finali piacevoli, volti ad abbellire la realtà, perché così sei stata abituata. C’è un aneddoto che hai raccontato in passato che riguarda tuo fratello quando tornò a casa ed aveva preso uno zero ad un compito e ci fu messo un uno davanti perché così era più bello…
Non è forse vero? È il desiderio di ognuno di noi!

I LIBRI DI SVEVA CASATI MODIGNANI



 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER