Intervista a T. M. Logan

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Il britannico T.M. Logan è giornalista ed esperto di comunicazione in ambito scolastico, oltre che scrittore di thriller, oltre che pezzo d’uomo da quasi 2 metri con corporatura atletica e sguardo seducente. In occasione del Salone del libro di Torino 2019, durante il quale presenta il suo secondo romanzo, pubblicato in Italia come il primo da La Corte, ci ha concesso un po’ del suo tempo per rispondere a qualche curiosità. Per ottimizzare i tempi lo abbiamo intervistato insieme a Cristina Aicardi di “MilanoNera”, seduti su un marciapiede all’esterno del Lingotto per riuscire a registrare le voci un po’ più chiaramente. Un’intervista estrema: e se mi permettete, anche molto divertente.




Un’amica a cui abbiamo detto che ti avremmo intervistato ha esclamato entusiasta di avere appena finito Bugie e iniziato subito 29 secondi. Ti ha definito ingegnoso e diabolico. Ti piace l’idea di essere considerato così?
Cerco sempre di creare trame che sorprendano i lettori e siano allo stesso tempo imprevedibili e credibili, quindi sì, credo che ingegnoso sia la parola giusta per descrivere quello che cerco di fare con ogni libro.

Sei al secondo romanzo, come ti rapporti con recensioni, classifiche e dati di vendita? Ti mettono ansia?
Beh un po’ sì, è inevitabile che ci siano recensioni non del tutto positive o addirittura negative. Succede a tutti ed è normale, si può però evitare di leggerle, ma sarebbe bene leggere con cautela anche quelle troppo entusiastiche. Il rischio in entrambi i casi è di distrarsi e farsi condizionare in quello che si sta scrivendo.

Ti è successo di ricevere recensioni di lettori – per esempio su Amazon – che palesemente arrivavano da profili falsi?
Francamente non lo so, mi è capitato di avere recensioni da una o due stelline nelle quali però parlavano di personaggi che non erano nel mio libro, quindi suppongo non fossero in effetti riferite al mio. A volte su Amazon capita che alcuni diano un punteggio basso per ragioni che non dipendono dal libro. Per esempio consegne in ritardo. Proprio la settimana scorsa si discuteva se sia giusto o meno taggare l’autore nelle recensioni negative. Un po’ come se prima di internet si fosse andati a casa dell’autore per lasciargli una recensione nella cassetta delle lettere!

Sarah, la protagonista di 29 secondi, si trova per una serie di circostanze ad avere in mano qualcosa di simile ad una bacchetta magica (e dio sa se ne ha bisogno). Credi che sia un’opportunità che tutti dovrebbero avere almeno una volta nella vita?
L’idea mi sembrava interessante, chi non vorrebbe avere questa possibilità? L’ho sognato spesso anch’io. Certo non ho idea di cosa succederebbe se accadesse, sarebbe probabilmente abbastanza spaventoso. La storia di 29 secondi mi è venuta in mente in un periodo in cui vivevo una situazione lavorativa piuttosto problematica. Mi sono ritrovato a desiderare la sparizione del tizio che mi creava problemi e l’ho portata nel libro, ma cosa accadrebbe se qualcuno ci offrisse di farlo per noi? Tutti abbiamo qualcuno che vorremmo far sparire, ma in concreto come reagiremmo a questa offerta? Quali circostanze potrebbero spingerci ad accettare l’offerta?

La vendetta è solo un’opzione letteraria?
La vendetta è uno dei temi principali di tutta la storia del genere crime. È un concetto da esplorare e di cui piace leggere. Credo che sia perché se nella vita reale, se ti vendichi, i risultati possono essere terribili. Meglio leggerne, pensarla pianificarla e poi attuarla sulla carta, direi.

Durante la lettura ho trovato alcune cose oggettivamente difficili da credere: hai verificato tutto o ti sei preso delle licenze, specialmente per quanto riguarda la tecnologia?
Devo essere onesto. No, non ho controllato tutto e mi sono preso delle libertà partendo dal concetto che con la tecnologia moderna è praticamente impossibile cancellare qualcosa. Di quello che facciamo in qualche modo rimangono tracce recuperabili.

Nel romanzo hai descritto molte tipologie di donne, secondo te ne esiste una vincente o tutte le donne sono un mix in cui una caratteristica è più forte delle altre?
Credo che in fondo non sia una cosa importante. Se il lettore riesce a riconoscersi in un personaggio, a mettersi nei suoi panni, a provare empatia, ecco allora quello è un personaggio vincente, perché risulta credibile, vero. Questo è quello che cerco di creare coi miei personaggi.

Ho letto in un’intervista che hai sempre desiderato diventare uno scrittore pubblicato, ma per molto tempo hai tenuto il sogno nel cassetto. Perché?
Forse perché sono un po’ codardo, ah ah! In realtà non lo so, ero conscio che gli ostacoli per raggiungere la pubblicazione erano tanti e non volevo ammettere un eventuale fallimento, né trovarmi nella situazione in cui tutti ti chiedono “Allora? Come va il libro?”, che è bello per carità, ma ho preferito aspettare di avere qualcosa di positivo da rispondere.

Prima di riuscire a pubblicare Bugie avevi già provato a proporlo ricevendo dei rifiuti?
Sì, assolutamente, pensa che lo inviai la prima volta nel 2013 ma non suscitò alcun interesse, ho passato anni a fare revisioni e riscritture.

Qual è stato il punto di svolta? Cioè quando hai capito che cosa serviva al tuo romanzo per diventare un libro?
Quando rifiutarono il mio primo manoscritto, mi sedetti e cominciai a scrivere Bugie. Non avevo aspettative, sapevo solo che dovevo fare il meglio che potevo. Non volevo fermarmi o rinunciare, potevano rifiutarmene altri dieci ma non mi sarei fermato. Molti autori si vedono rifiutare manoscritti anche dopo essere stati pubblicati. Io ho solo pensato che dovevo impegnarmi, studiare migliorare e imparare, da ogni fallimento da ogni rifiuto e da ogni cosa che leggevo.

Quando hai saputo che saresti stato tradotto anche all’estero, hai cambiato il tuo modo di scrivere per “adattarlo” ai lettori stranieri?
Cambiato no, ma mi chiedo se tutti riusciranno a coglierne tutti gli aspetti, poi mi dico che la letteratura è molto più universale di quanto crediamo, credo poi che i miei personaggi non siano tipicamente inglesi, potrebbero essere ovunque e di qualsiasi nazionalità. La trama tratta di abuso di potere e purtroppo è un tema universale. Detto questo, per esempio per l’edizione americana ci sono spesso parole da cambiare perché non le capirebbero.

Recentemente sono stati pubblicati molti romanzi che hanno come tema la violenza sessuale e la vendetta. Per te il #MeToo è stato di ispirazione?
Ho iniziato a scrivere 29 secondi nell’autunno 2016 e l’ho finito nell’estate dell’anno dopo, se non sbaglio il #MeToo è successivo. Era il periodo delle elezioni americane, uscivano ogni giorno notizie su cosa avesse detto e fatto Trump. Io pensavo che non avesse alcuna possibilità di venire eletto e invece… Poi sai, sono cose che sono sempre successe, per fortuna adesso le persone non tacciono più, quindi è qualcosa che ha portato consapevolezza e continuerà a crescere.

Tu sei un giornalista, così come ci dovrebbe esserci nel giornalismo c’è anche un’etica della letteratura? Ci sono dei limiti da non superare? C’è un tema che non affronterai mai nei tuoi libri?
Parto dalla seconda domanda. Mi piace credere che non ci siano limiti, ma detto questo ci sono argomenti con i quali non mi sento a mio agio, che evito di trattare soprattutto perché non vorrei leggerne. La pedofilia per esempio, credo sia un argomento difficilissimo da trattare nel modo giusto. Poi l’etica, intendi regole di comportamento? Perché nel romanzo ci sono meno regole che nel giornalismo. I libri hanno vita molto più lunga dei giornali.

Cosa ne pensi della Brexit?
Un disastro, una tragedia. Durante la campagna referendaria sono state raccontate molte bugie, la gente è stata ingannata. Tra errori e dati non considerati, la percentuale di persone che non la volevano scende solo al 25%. Tra cinque dieci o quindici anni torneremo indietro, al posto in cui eravamo e dove dovremmo essere ancora.

Quali sono i tuoi autori di riferimento? Leggi molti stranieri?
Mi piace Harlan Coben, è uno dei miei autori preferiti, amo le sue trame avvincenti, che non ti mollano un attimo. Amo molto anche Michael Connelly, al momento sto leggendo uno svedese, ma in realtà non leggo troppi autori stranieri, anche se forse dovrei per trovare nuovi stimoli.

Hai la possibilità di passare una serata con un personaggio sia vivente che del passato, con chi decidi di andare a cena?
Penso che con Ernest Hemingway passerei una bella serata, amava mangiare, bere e raccontare storie. E storie da raccontare ne aveva molte.

I LIBRI DI T.M. LOGAN



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