Intervista a Tahar Ben Jelloun

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Firenze Libro Aperto 2017. È qui che Tahar Ben Jelloun mi ha dato appuntamento per la nostra intervista, in coda alla presentazione che lo vede protagonista alla kermesse editoriale toscana. La sala è un girone dantesco, la voce dello scrittore marocchino rompe a stento il muro della cacofonia che lo circonda. Nell’impossibilità di ascoltare le sue parole mi concedo una bellissima chiacchierata con un piccolo gruppo di sue ammiratrici e amiche, come me in prima fila. Mi deliziano condividendo con me commenti del tipo: “Certo è invecchiato, Tahar”, “È un po’ ingrassato o sbaglio?”, “È sempre stato un bell’uomo, però!”, “Sai, siamo amici da sempre: l’ho visto l’ultima volta 16 anni fa a Tangeri” (sic!), “Era un grande amico di mio marito, ma ora lui è morto e sono venuta io a salutarlo”, “È una persona gentilissima ma ha sofferto molto, sua cugina Leila è morta da poco nell’attentato al ristorante italiano di Ouagadougou, in Burkina Faso”. Decisamente meglio di qualsiasi biosketch io possa scrivere, e i loro commenti salaci sulle domande a volte banali del pubblico sono impagabili. E poi, naturalmente, c’è l’intervista.




Sei stato forse il primo autore che tra gli anni ‘80 e ‘90 ha svelato all’Italia la grande cultura islamica, le grandi tradizioni di un mondo che prima forse conoscevano pochi studiosi e il resto di noi si limitava a immaginare attraveso Le mille e una notte. In quegli anni sei stato accolto come una sorta di ambasciatore dell’Islam. Ricordo che la prima edizione italiana di Creatura di sabbia recava una postfazione di Pier Vittorio Tondelli intitolata Islam illuminato. Pensi che oggi qualcuno avrebbe il coraggio intellettuale di scrivere la stessa cosa?
L’Islam in linea di principio è sempre una religione illuminata: sono gli individui che la interpretano in maniera letterale e irrazionale a farla apparire oggigiorno come foriera di violenza, guerra, terrore. Ma ai musulmani va comunque la responsabilità di non aver difeso la propria religione. Avrebbero dovuto reagire immediatamente quando si sono palesate persone che pretendevano di commettere attentati in nome dell’Islam. Chi ha aperto la strada a questo Islam violento è stato l’ayatollah Khomeini, che al suo arrivo a Teheran all’inizio della rivoluzione iraniana dichiarò: “L’Islam o è politica o non esiste”. In seguito Oussama ben Laden e la sua organizzazione Al Qaeda misero in pratica questa idea. Bisogna anche dire che nel 1979 c’è stata anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan che, durante i dieci anni che è durata, ha spinto l’Arabia Saudita e altri Paesi musulmani ad inviare militanti armati in Afghanistan per lottare contro il comunismo e l’ateismo. Nascono così i gruppi Talebani che tanta infelicità hanno portato nella regione.

Il tuo primo libro che ho letto è stato L’albergo dei poveri e mi ha incantato la tua capacità di capire a fondo lo spirito di Napoli, la città che ti ospitava. A distanza di tanti anni cosa pensi del tentativo di quel sindaco che cercava di promuovere il rinascimento culturale di una città martoriata?
Ho sempre considerato Napoli una città particolare, affascinante e violenta, folle e misteriosa, perfetta per un romanziere! Arrivi e trovi la camorra, l’autorità dello Stato è assente. C’è un editore che stampa libri senza pagare i diritti. È un territorio sul quale il diritto in generale è poco presente. È per questo che considero qualsiasi sindaco cerchi di ristabilire lo stato di diritto un coraggioso. Bisogna battersi contro la violenza delle organizzazioni criminali e promuovere sempre più la cultura. È attraverso l’arte e la cultura che si può contrastare efficacemente la violenza. L’ultima volta che sono stato a Napoli ho trascorso tre giorni meravigliosi a tenere conferenze, incontrare studenti e come per caso gli organizzatori... hanno dimenticato di pagarmi. Anche questo fa parte del fascino folle della città.

Pensi che esista davvero una grande anima mediterranea che accomuna i popoli del nostro sud a quelli nordafricani?
Ah, la grande anima mediterranea! Esiste, ma si è spesso macchiata di sangue. Le guerre civili, la violenza sia al nord che sud del Mediterraneo, hanno fatto sì che non si possa più chiamarlo “lago di pace”, come si faceva negli anni Sessanta. Ma non bisogna abbandonare l’idea del Mediterraneo come progetto permanente per una visione del mondo ottimista e felice. Bisogna continuare a crederci anche se la realtà ci contraddice. La Spagna, la Grecia, l’ex Jugoslavia, il Libano e oggi la Siria hanno tutti conosciuto la guerra civile. L’anima soffre. Bisogna purificare le nostre orecchie e i nostri occhi per capire e vedere questo dolore.

Hai scritto La rivoluzione dei Gelsomini: il riveglio nel 2011 e definivi quello che era appena successo in Libia, Tunisia ed Egitto, un evento di portata storica in uno scenario che fino a quel momento era stato “una fiction maledetta”. Alla luce delle evoluzioni successive, come giudichi oggi la portata di quelle rivoluzioni?
È successa la stessa cosa che per la cosiddetta Primavera araba: un buon inizio e una fine tragica. La Siria è una delle più grandi tragedie nella storia del mondo arabo. Sogniamo di veddere Bashar al-Assad e Putin, i due grandi massacratori del popolo siriano, comparire davanti a un tribunale internazionale. Purtroppo, però, ciò non accadrà mai perchè prima di loro dovrebbe comparire il grande criminale di guerra George W. Bush. Dunque il mondo arabo rimane diviso e vive sotto la minaccia del terrorismo nel nome dell’Islam.

Ne Il terrorismo spiegato ai nostri figli affronti questioni spinose sin dalla prima riga, quando dici che “(...) Va detta la verità, hanno bisogno di parole scelte con cura” e nel testo ritorni più volte sulla scelta delle parole. Ritieni pericoloso il ricorso a una terminologia che privilegia il sensazionalismo a discapito dell’informazione rigorosa?
Bisogna senz’altro parlare ma anche saper scegliere le parole e il momento. C’è la resistenza e c’è il terrorismo. Nel libro spiego la differenza tra le due cose. Gli israeliani, però, trattano i resistenti palestinesi come terroristi, dimenticando che nel 1947 essi stessi fecero ricorso ad azioni terroristiche contro l’Impero Britannico che occupava la Palestina.

Nel libro affronti anche questioni spinose come quella del “terrorismo buono” e del “terrorismo cattivo” scrivendo che spiegare non vuol dire assolutamente giustificare. Ma si sono visti nella storia dei casi-limite in cui il ricorso al terrorismo è stato un male necessario. La resistenza pacifica, la non violenza, sebbene siano nobili, non sono sempre efficaci o sufficienti...
La resistenza ha una sua nobiltà e legittimità. Il terrorismo è un mezzo odioso e barbaro senza alcuna possibile giustificazione.

Perché credi che l’Italia sia stata risparmiata finora dagli attentati di matrice islamica?
Credo che la ragione fondamentale sia la forza sul territorio della mafia, anche se non ho le prove di quanto affermo. Credo che la mafia - che ha aggiunto ai suoi interessi il controllo del traffico di esseri umani che interessa la penisola - non abbia alcun interesse a veder disturbati i suoi affari dall’intensificarsi dei controlli di polizia o dallo stato di emergenza che si instaurerebbe a seguito di un attentato. E credo che per questa tranquillità potrebbero anche essere stati disposti a pagare cifre importanti.

In tempi di giudizi sommari in cui alle persone bastano due righe lette in fretta su un sito web che non cita nemmeno le sue fonti per ergersi a giudici implacabili, pensi che la ricostruzione storica e il relativismo culturale abbiano ancora spazio?
I social network sono un mezzo a disposizione di tutti, i migliori e i peggiori, ma sfortunatamente sono i peggiori quelli che saltano all’occhio. I razzisti vigliacchi, i nostalgici del fascismo, le persone governate dalla propria ignoranza e paura si sfogano attraverso internet. Servono regole e un’autorità che metta ordine in questa cosa che talvolta assomiglia ad una pattumiera.

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