Intervista a Tess Gerritsen

Tess Gerritsen
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Come sostiene Danilo Arona, il medical thriller è un “sottogenere di nicchia ma con un numero di appassionati in crescendo (...) un figlio della modernità e delle paure ataviche a questa collegate”. Due sono le tipologie, sempre secondo Arona:  il medical thriller investigativo in cui il detective è un medico che utilizza gli strumenti della medicina legale, e quello “contaminato con il genere catastrofico/apocalittico, dove l’assassino misterioso cede il posto a complotti su vasta scala e dove regnano virus geneticamente manipolati e medici criminali”. È un genere sicuramente in crescita, come testimonia il vasto successo di pubblico e gli innumerevoli film e le serie televisive che vengono prodotti e che catalizzano un numero crescente di spettatori. Complici anche i fatti di cronaca nera e le spettacolarizzazioni mediatiche che ne fanno i giornalisti, le figure del medico legale e della polizia scientifica stanno conquistando un ruolo sempre più prominente nel nostro immaginario e sembrano rispondere alla nostra necessità di salvarci dai mali più oscuri e di esorcizzare le nostre paure ancestrali, quella dell’ingiustizia,  quella delle malattie  (fisiche e mentali) e, in ultima istanza, quella della morte. Tra i numerosi autori, il genere si fregia ora di una “regina della suspense medica” (così è stata definita da “Publisher Weekly”), la scrittrice americana di origini cinesi Tess Gerritsen. Medico essa stessa, la Gerritsen ha iniziato a scrivere romanzi gialli a sfondo romantico per poi approdare al thriller e al “medical thriller” vero e proprio, producendo una quantità impressionante di libri. Tra i più famosi, quelli della serie “Rizzoli e Isles”, due donne (un detective e un medico legale) che lavorano insieme e che stringono una forte amicizia. I romanzi hanno ispirato l'omonima –  e seguitissima –  serie televisiva americana. Abbiamo intervistato l'autrice sino-americana per voi.




In Europa molti medici guardano con sospetto al genere del “medical thriller” di cui sei autrice, considerandolo troppo sensazionale, fittizio, non mimetico con la loro reale esperienza nel campo della medicina. Succede lo stesso anche negli Stati Uniti? Cosa ne pensi?
No, negli Stati Uniti i medici amano molto questo genere di fiction e anzi vi si riconoscono. Molti autori di “medical thriller” sono medici veri, o infermieri, e dunque sanno di cosa parlano. I loro libri non presentano inaccuratezze dal punto di vista del contenuto. Poi, si sa, è certamente fiction e lo scrittore deve inventarsi qualcosa, deve aggiungere pathos e emozioni alle esperienze narrate.


C'è uno scrittore di medical thriller che ami più di altri, o uno scrittore di thriller in generale?
Mi piacciono molto i thriller che hanno a che fare con la scienza, mi entusiasmano molto. Quelli che trattano la scienza in maniera seria. E amo in particolare Richard Preston.


Le tue opere sono state adattate e hanno ispirato serie televisive. Cosa ne pensi? Non credi che il personaggio della “maschile” agente Rizzoli, ad esempio, sia stato un po' troppo femminilizzato per il grande pubblico?
Sì senza dubbio! E molti miei lettori si sono lamentati per questo. Le mie due eroine sono due donne molto ordinarie, e per la serie televisiva hanno invece scelto due donne bellissime. Questo già creava una differenza incolmabile. Allo stesso tempo  però la serie è riuscita ricreare il profondo legame di amicizia tra le due donne, le loro competenze in ambito lavorativo, la loro determinazione e intraprendenza, e l'immagine di due donne che non sono rivali ma che anzi si sostengono a vicenda.


A questo proposito, considerando il tuo esserti definita una femminista, vorrei chiederti cosa pensi che una donna debba avere per essere una donna vera e realizzata, conscia del suo essere “donna” nel mondo...
Una vera femminista, e una vera donna in genere, deve essere indipendente, competente e abile nel suo lavoro, e sicura di sé.


Provieni da una famiglia di immigrati cinesi. Quanto della cultura cinese è rimasto in te, nella tua scrittura e nel tuo approccio alla vita?
Gli immigrati sono sempre delle persone che lavorano moltissimo senza lamentarsi troppo. Della cultura cinese, e specie dei cinesi che sono emigrati all'estero, mi è sicuramente rimasta questa caratteristica. Sono una donna che lavora moltissimo, scrivo molto e a ritmi serrati. Nei miei libri però, salvo pochi riferimenti, non tratto troppo la cultura cinese.


Nei tuoi romanzi dai voce a personaggi disparati che vanno dai serial killer alle loro vittime, da donne forti e intraprendenti a donne deboli e vittime della società maschilista. Come fai a ricreare psicologie così diverse? Qual è il grado di transfert che esiste tra te e i tuoi personaggi, e come riesci a raggiungerlo?
È una domanda molto interessante, e l'argomento è sicuramente complesso. Credo che tutti gli scrittori attingano alla propria personalità. In quel senso c'è sempre dell'autobiografismo in ciò che scriviamo. Scrivendo cerco di immedesimarmi completamente nei miei personaggi e di dare loro una voce credibile. Un po' come fanno gli attori con i ruoli che vengono loro assegnati. Anche quando seguo il punto di vista di un serial killer, ad esempio, cerco di ragionare con la sua testa. E sicuramente in me c'è una parte oscura, una parte che mi avvicina a lui. Si tratta di scoprire quella parte.


Leggi molte storie vere di serial killer, ti documenti, consulti testi di psicologia criminale o simili?
Sì, senza dubbio. Da poco mi sono interessata molto alla storia di un serial killer e stupratore che attaccava coppie e costringeva il marito a guardare lo stupro prima di uccidere entrambi. Queste letture sono utilissime per il mio lavoro e mi servono per avvicinarmi alla realtà concreta di certi fatti e di certe storie.


Cosa puoi annoverare tra le maggiori influenze extra-letterarie sulla tua scrittura, a parte questi fatti di cronaca?
Sicuramente i film hollywoodiani. I film horror.  Mia madre – una vera patita! - mi portava spesso al cinema a vedere gli horror quando ero una bambina. Ne ho visti moltissimi e di tutti i tipi!


E quali tra questi ha lasciato davvero il segno?
Direi molti di loro. Ma soprattutto “Gli uccelli” di Hitchcock – che è sicuramente un bel film! –  altri film meno belli come “Them”, un horror fantascientifico che parla di insetti giganti. Ma su tutti, il film che più mi ha segnata è “L'invasione degli ultracorpi”, quello originale in bianco e nero degli anni cinquanta. Un film in cui non c'è molta violenza ma che va a toccare le paure più profonde di una bambina, la possibilità che le persone che ami possano diventare tuoi nemici, che non ci si possa fidare nemmeno della propria madre, che non si capisca più cosa è reale e cosa non lo è. Per la psicologia di una bambina è davvero spaventoso.


E ci sono horror attuali che ti piacciono in particolare?
In realtà no. Gli horror di oggi sono tutti incentrati sul sangue e sulla violenza. Mirano a creare forti shock ma c'è pochissima suspense emotiva. Tuttavia mi è piaciuto molto “Cloverfield”, l'ho trovato davvero notevole.


Per concludere, vorrei chiederti invece dei libri classici che più ti hanno influenzata.
Un libro non di genere thriller che ho amato particolarmente è “The Poisonwood Bible” di Barbara Kingsolver, la storia di una famiglia americana che va a vivere in Africa. È uno di quei libri che, leggendo, ti fa davvero desiderare ardentemente di riuscire ad essere brava come chi lo ha scritto. Uno di quei libri scritti talmente bene da spingerti a migliorare più che puoi.

I libri di Tess Gerritsen

 

 

 

 
 
 
 
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