Intervista a Tiziano Scarpa

Tiziano Scarpa
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Tiziano Scarpa ce l’ha fatta veramente sospirare, la sua intervista. Gli ho fatto la posta (nel vero senso del termine, con una raffica di mail e telefonate) da prima dell’estate, da quando ha vinto il Premio Strega, per intenderci. Poi, finalmente - forse perché ha deciso di buttarsi anche sulle questioni un po’ più leggere della vita - ce l’ho fatta! E Tiziano mi ha regalato un po’ del suo tempo. Argute le sue risposte, come del resto il suo stile di scrittura, e qualche interessante confidenza.
Sei romanziere, drammaturgo e poeta. Tre generi di scrittura completamente diversi. Come coesistono in te e a quale vanno le tue preferenze?
Nessuna preferenza. L’impulso a scrivere poesie mi viene più di rado, è un’accensione imprevista. Invece con i romanzi ci convivo per anni, prima di cominciare a scriverli (i prossimi li ho in mente da molto tempo). Leggere un romanzo è immaginare sotto dettatura, scriverlo è come fare un dettato all’immaginazione dei lettori, sfruttando le potenzialità di questa proliferazione mentale, creando un impasto di reticenze e descrizioni esplicite. Il teatro lo scrivo quando capisco che una certa visione deve essere mostrata, non basta descriverla: ecco che sta nascendo una scena.

 


Quanto è importante per te la ricerca sul linguaggio?
Forse sbaglio, ma sospetto che all’origine di questa domanda ci sia la mia reputazione di scrittore linguaiolo, o para-sperimentale. In realtà il linguaggio fa tante cose, è anche puro suscitatore di immaginazione: certe parole sono come lastre trasparenti sulla visione mentale, sono capaci di farti immaginare una cosa, facendoti dimenticare che si tratta di una parola. Quindi, “ricerca sul linguaggio” può significare atteggiamenti molto diversi: anche “ricerca di una parola che si nasconda”, come una lastra di vetro.

 


Commentando il tuo nuovo libro La vita, non il mondo, hai detto che è frutto di una introspezione interiore “tra gli accadimenti significativi per te, grandi o piccoli che siano”. Che cosa, secondo te, lascia davvero un segno nel quotidiano?
Non sono d’accordo sui termini che usi, “introspezione”, “interiore”. La vita, non il mondo contiene decine di incontri, viaggi, resoconti: è il frutto di una “estrospezione”, semmai. Comunque, per risponderti, a lasciare il segno è soprattutto il trauma, naturalmente. Poi la dismisura con l’universale, la sua messa in discussione. Mi spiego con un esempio inventato: mettiamo che io abbia una certa idea dell’amore, poi però succede che do un bacio appassionato, dopo un po’ mi accorgo che mi è rimasto qualcosa di strano in bocca, è un minuscolo frammento di insalata. Allora mi metto a pensare: l’amore è assaggiare che cosa ha mangiato la donna che amo (dentifricio compreso), baciando le trasmetto le briciole del mio pasto, e senza saperlo desidero ricevere da lei proprio questo, eccetera. Però a volte penso anche che la vita vera sia proprio quella che non lascia il segno, che scorre via senza che ce ne accorgiamo...

 


Nel risvolto di copertina si legge: “…l’autore di queste pagine ha deciso di partire”. Che cosa è cambiato in te stesso che ti ha risvegliato, inviato nella vita?
Provavo malinconia per tutti i pensieri e le esperienze che vivo senza prendere appunti. Mi è sembrato uno spreco. Penso tante cose, in astratto: poi, ecco che le vivo, gli avvenimenti smentiscono le mie supposizioni, ne ricavo degli insegnamenti, e li lascio passare via senza fissarli. È un peccato.

 


I tuoi libri stanno acquisendo una notorietà sempre più internazionale con traduzioni perfino in lingua cinese. A cosa reputi questo successo di pubblico extra-europeo?
Dipende dai singoli libri. All’inizio, l’etichetta dei “cannibali” a metà anni Novanta ha incuriosito un po’ di editori stranieri. Poi, Venezia è un pesce mi ha fatto da battistrada in molte nazioni, perché la mia città è molto amata in tutto il mondo. E forse c’è anche il fatto che io non scrivo solo romanzi, agli editori curiosi non offro la solita pappa narrativa.

 


Sei stato sul palco per diverse letture sceniche. Che emozione ti ha dato questa esperienza rispetto alla scrittura?
La parola non è solo inchiostro o schermo illuminato. La parola è anche voce. Ci sono pagine che scrivo tenendo conto anche del loro suono, mi sembra una conseguenza naturale leggerle in pubblico ad alta voce. Ma, se mi chiedi che ti descriva le emozioni, ogni volta che leggo Groppi d’amore nella scuraglia vivo un’intensissima esperienza integrale di trasloco in una personalità completamente diversa dalla mia (il personaggio di Scatorchio); e quando leggo Stabat Mater, a un certo punto, sempre nella stessa scena, mi metto a piangere.

 


Mi hai incuriosita. Che scena è?
Quando Vivaldi porta lo spartito delle Quattro stagioni alle ragazze, e le incita a suonare con impeto il pieno orchestrale dell’Estate, che traduce in musica il temporale estivo, dice alle musiciste: “Spaccate il bel tempo, spaccate il bel tempo! Più forte! Diventate burrasca, ragazze, diventate burrasca!”. Allora Cecilia si sente sopraffatta dalla musica che suona, si accorge di potersi trasformare in cose tanto diverse da sé, talmente potenti, più grandi di lei. Ecco, lì mi escono dei lacrimoni, grossi, incontenibili, scendono lungo le guance, fanno plic sulle assi del palcoscenico. È imbarazzante...

 


Sei uno degli autori italiani che ha lavorato con più case editrici in assoluto: che differenze hai trovato? Quali sono i problemi e le eccellenze dell’editoria italiana?
Sono in rapporto con gli editor einaudiani da ventun anni (Mauro Bersani lesse i miei primi racconti nel 1989). La casa editrice Einaudi ha dimostrato fattivamente una grande convinzione e fiducia nella mia scrittura, pubblicandomi anche libri eterodossi (Corpo e Groppi d’amore nella scuraglia, per esempio). Per rispondere alla tua domanda però avrei bisogno di dieci interviste... È evidente che in questi anni la forma-romanzo è egemone: è un problema culturale, non solo editoriale. Perciò nella nostra epoca l’eccellenza spicca in quegli editori che investono molto anche negli altri tipi di scrittura letteraria e nella saggistica.

 


Come valuti l’esperienza della letteratura sul web, il tuo trascorso in Nazione Indiana e l’attuale in Primo Amore?
La valuto benissimo. Sui giornali non avrei mai avuto tutta quella libertà di scrivere come e quanto e quando voglio. Un libro come La vita, non il mondo nasce anche dalla sfida che ti pone la lettura su schermo: la Rete ha riportato in auge l’aforisma, la forma breve. Ma se devo fare un bilancio personale, alla fine del decennio appena concluso, posso aggiungere che, in certi periodi, tenere dietro ai commenti dei blog e le discussioni ha richiesto inevitabilmente un enorme impiego di tempo. Forse un po’ troppo.

I libri di Tiziano Scarpa

 

 

 

 
 
 
 
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