Intervista a Todd Hasak-Lowy

Todd Hasak-Lowy
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Ogni volta che mi vede, Todd mi accusa simpaticamente (ma chissà fino a che punto scherza o fa sul serio) di fargli domande che lo tormentano per mesi e mesi facendogli perdere il sonno la notte. Bontà sua. Mentre si lambicca su come rispondermi lui in compenso insegna Lingua e Letteratura ebraica all’Università della Florida di Gainesville, ed è una delle voci più interessanti della nuova narrativa ebraica, della quale - pensate un po' - ha ereditato il proverbiale umorismo pieno di amarezza e acume. Leggere per credere.

Hai ben due - dico due! - profili su Facebook: che rapporto hai con i social network? Credi possano essere un buon mezzo promozionale per uno scrittore?
Io odio Facebook. No, non è che lo odio. Più che altro odio ciò che fa al mio tempo. E poi l'80-90% delle cose che 'succedono' su Facebook davvero sono cose delle quali non capisco quale sarebbe l'importanza. Leggo quegli stati tipo "Pinco Pallino si sta facendo una doccia" e mi fa tristezza vedere la solitudine delle persone sbattuta lì sullo schermo del pc.


Nel tuo romanzo Prigionieri il protagonista scrive una sceneggiatura cinematografica nella quale un misterioso e spietato sicario uccide uno dopo l'altro i big della politica Usa e non solo: e questo crea un consenso incredibile. La soluzione è davvero fare fuori - letteralmente - la classe dirigente del mondo?
No, in fondo non sono i leader il vero problema. E' il sistema, ma per una cosa come una sceneggiatura a questo sistema devi dare una faccia. Comunque sono persone che amano più il potere di qualsiasi altra cosa, che passano la vita a scalare posizioni e forse quando arrivano in cima scoprono che da lassù hanno meno potere di quanto immaginavano. Poi ci sono casi come Dick Cheney, che non solo ha esercitato potere ma lo ha utilizzato in modo crudele. Direi quasi malvagio.


Che ruolo ha la religione nel romanzo e nel percorso interiore del protagonista?
Quando nella sua vita tutto si frantuma, tutto diventa spezzettato, il mio protagonista si sente disperso e cerca soluzioni in varie direzioni. Una è la religione ebraica, ma si tratta di un approccio talmente strumentale e personale (oltre che mediato da un rabbino davvero sui generis) che possiamo dire che non è la religione il punto. Voglio dire che lui cerca - e forse trova - nella religione cose che normalmente le persone non cercano nella religione, ecco.

 

Un ruolo molto importante in Prigionieri invece ce l'hanno Israele e Tel Aviv. Una città della quale si sente molto parlare: è davvero il melting pot che sembra?
Tel Aviv è una sorta di controsenso sociale: ci sono tutte le religioni, tutti gli ebraismi e al tempo stesso tanti atei, tanti omosessuali, tanta gente 'out'... e tantissimi immigrati, quasi tutti thailandesi, filippini o coreani perché sono invece molto pochi i lavoratori palestinesi in questo momento. Tel Aviv percepisce se stessa come una metropoli anticonformista, moderna, liberal, cool. E in un certo senso è vero. Una città molto diversa dal resto di Israele, e che è contenta di esserlo.

Come sono nati i racconti di Non parliamo la stessa lingua?

Anche se non si tratta in nessun caso di storie davvero autobiografiche, c'è sempre qualcosa che parla di me. Un buon esempio per spiegare quello che intendo è il racconto La fine del portafogli di Larry: mi ricordo bene che la trama mi è venuta in mente un giorno mentre ero in auto a Gainsville assieme alle mie due figlie piccole, che non volevano saperne di scendere dalla macchina. Mi sembrava di non riuscire a ottenere quello che volevo, ero molto frustrato. Poco prima era scoppiata la terribile guerra in Iraq, e io cercavo di far convivere dentro me le sensazioni su queste due situazioni apparentemente così diverse, e così mi è venuto in mente lo spunto del racconto, un uomo che perde il portafogli lo stesso giorno che scoppia una catastrofica guerra atomica. Come sai, io di lavoro faccio il professore universitario di Letteratura Ebraica: ebbene, una delle caratteristiche più interessanti degli scrittori ebraici è che tradizionalmente non sfuggono ai macro-problemi storici o politici, perché la loro storia li mette nella situazione di sfruttarli a loro vantaggio per la scrittura.

 

Sembra che i tuoi personaggi abbiano serie difficoltà a comunicare tra loro e col mondo. E' una chiave di lettura voluta o un processo inconscio?

Ho cercato di essere molto preciso nel descrivere il linguaggio dei miei personaggi, ma per quanto mi sforzassi c'era sempre qualcosa... inserendo altri personaggi nella trama e complicando il quadro le difficoltà di comunicazione sono esplose e divenute il centro dei racconti. Curioso poi - o forse no - che nei racconti ci siano pochissimi dialoghi.

 

Il tuo libro in originale si intitolava The task of this translator: un titolo che ha un senso e una storia particolari: vuoi raccontarceli?

Ho cominciato a scrivere verso i 30 anni, in un gruppo di lettura e scrittura affollato di studenti universitari, quindi il mio primo pubblico era fatto di persone abbastanza raffinate e preparate. Uno dei nostri incontri aveva come tema la traduzione, e quindi volevo scrivere qualcosa che mi avrebbe fatto fare bella figura, sicuro che all'incontro ci sarebbero stati professori importanti e puntigliosi. Il problema era che non sapevo cosa scrivere sul tema della traduzione: l'unica cosa che mi è venuta in mente era un titolo, la citazione leggermente modificata del saggio di Walter Benjamin The task of the translator, una vera Bibbia sull'argomento - che peraltro non evavo letto. Intitolando il mio materiale The task of this translator volevo inannzitutto fare bella figura con la citazione colta e poi rendere l'idea di quello non all'altezza del compito.

 

E della traduzione italiana del titolo che ne pensi? A questo punto la domanda è d'obbligo...

Inizialmente non mi piaceva per niente, era come quando i traduttori spiegano anziché tradurre. E poi si perdeva dle tutto la citazione di Walter Benjamin, il che mi seccava terribilmente. Sai, per me è una nuova esperienza vedere un mio libro tradotto: non è più solo mio. Allora, piano piano, ho deciso di lasciar perdere.

 

Ti senti parte della scena letteraria yiddish? O sono solo etichette che i critici assegnano automaticamente a ogni scrittore di origine ebraica?

E' eccitante per me solo essere considerato parte di un movimento, ma anche se di scrittori ebraici contemporanei ne conosco e fequento molti - ad esempio sono un buon amico di Yehoshua - sento che nell'ambiente c'è qualcosa che non mi convince e non mi piace. Questo insistere sulla minoranza etnica autoreferenziale, questa tendenza a far sentire non a loro agio i lettori. C'è qualcosa di frustrante, in tutto questo. Ma naturalmente come autore ho delle influenze legate alla cultura yiddish: per esempio mi ha influenzato moltissimo Jacob J. Schacter, che ha scritto due libri di racconti e poi è morto prima di compiere cinquant'anni.

 

Hai esordito con un'antologia di racconti, poi sei passato a un romanzo: che differenze di scrittura ti sei trovato ad affrontare?
Scrivere un racconto è come restaurare un appartamento: non è facile, ma ci sono punti fermi e una certa libertà di scelta: il frigo lo metto qui, i muri li tinteggio di questo colore, etc. Un romanzo è un palazzo pieno di appartamenti: non hai un modello costante da seguire, le strutture si sovrappongono, le scelte non sono tutte sotto il tuo controllo. Le intersezioni sono tantissime, alcune nemmeno le immaginavi all'inizio, è una struttura molto complessa che devi riuscire a tenere sotto controllo. E ci vuole davvero molto lavoro per questo.

 

La tua vita è divisa tra Stati Uniti e Israele. Sono entrambi Paesi con un grande problema di immagine, di identità percepita nel resto del mondo. Ti senti in qualche modo vittima di uno - o peggio due - pregiudizi?

Mah, innanzitutto è importante sottolineare che non sono e non mi sento israeliano, quindi rinuncio a esprimere un giudizio su quel fronte. E comunque in generale è davvero complicato dare una risposta su questo tema, le risposte potrebbero essere molte a seconda dell'argomento specifico. Passo.

 

I libri di Todd Hasak-Lowy
 

 

 

 
 
 
 
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