Intervista a Tommaso Giagni

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Quando la nostalgia per i Queen si fa insopportabile, so cosa devo fare: invito Tommaso Giagni – sosia sputato di Freddie Mercury – a prendere un caffè. Quando la nostalgia per la narrativa italiana dell’età dell’oro, capace di conquistare i lettori ma senza rinunciare al coraggio di sperimentare, si fa insopportabile, so cosa devo fare, ed è la stessa cosa: invitare Tommaso Giagni a prendere un caffè e magari, con l’occasione, fargli qualche domanda sul suo ultimo, imperdibile romanzo. Quando si dice ottimizzare i tempi. E vincere la nostalgia, le nostalgie, in un colpo solo. La foto è di Lorenzo Forlani.




La resa dei conti tra padre e figlio che racconti in Prima di perderti è strutturalmente autobiografica (nel senso che chiunque di noi se analizzasse senza ipocrisie il rapporto con suo padre scriverebbe più o meno le stesse cose) o autobiografica tout court?
Ci sono elementi autobiografici tout court, com’è fisiologico – non credo che un autore possa scrivere qualcosa che non lo riguardi direttamente. Al tempo stesso ho cercato di raccontare qualcosa che toccasse le corde di chiunque sia coinvolto dalla paternità. Poi, ogni relazione tra padre e figlio ha qualcosa di unico e qualcosa di universale. È come nelle storie d’amore, e mi riconosco molto nella definizione che Diego De Silva ha dato di Prima di perderti: “Il racconto di una storia d’amore tra padre e figlio”.

Nella descrizione che fai di Giuseppe e Benedetta, i genitori del protagonista di Prima di perderti, c’è anche una sorta di satira sociale e politica? Cosa pensi di “quella generazione lì” e del suo immaginario?
Non direi che ci sono elementi espressamente satirici, ma di certo lo sguardo su di loro è anche politico. Ancora più politico è uno degli argomenti-chiave del duello tra Giuseppe e Fausto: la condizione di privilegiati e il modo di rapportarsi con l’Altro da sé. Giuseppe e Benedetta sono stati parte dei movimenti negli anni Settanta, sono romani, colti e benestanti. Rappresentano solo un pezzo di una generazione. Hanno creduto appassionatamente a qualcosa, hanno fatto moltissime battaglie e ne hanno perse molte. Oggi, in linea di massima, sono arroccati nelle convinzioni di allora e scottati dalle sconfitte. Secondo me la dimensione collettiva in cui sono cresciuti è stata, insieme, una risorsa e un limite. Di certo stride con la dimensione individuale del tempo di Fausto, che è incentrato su sé stesso fino all’incapacità di empatizzare. E sceglie di frequentare i marginali, appunto l’Altro da sé, perché i privilegiati come lui gli sembrano infantili, un po’ tonti, chiusi dietro a recinti.

Quanto sono lontani e quanto sono vicini il giovane protagonista de L’estraneo e questo Fausto?
Su un piano profondo, sono vicini. In superficie li divide una distanza siderale. Per le origini, per i riconoscimenti da parte del mondo, per il carattere – fragile e tenero l’Estraneo, sicuro di sé e arido Fausto. Uno cerca un posizionamento, l’altro cerca di sbarazzarsi di quello che innegabilmente ha già.

Sei tra quelli ai quali viene appiccicata a ogni piè sospinto l’etichetta di “giovani scrittori”, che sottintende un dato non solo anagrafico. E appunto anagrafe a parte ritieni che ci sia qualcosa – una cifra, uno stile, dei temi, un linguaggio, un’estetica, una pettinatura – che rende uno scrittore “giovane” e un altro uno “scrittore e basta”?
È un’etichetta che mi ha anche compiaciuto e rassicurato, fino a un certo momento. Ora la sento come qualcosa che sminuisce: se c’è da prendere “plausi e botte”, per dirla con Boine, che siano forti come per uno che viene preso sul serio. Pubblico e vengo pagato per quello che scrivo da quasi quindici anni. E una persona di trentuno dovrebbe essere considerata adulta. L’età anagrafica non ha esiti univoci, non c’è un segno che marca i giovani scrittori e non c’è una “giovane scrittura”. Ovvio: intorno a chiunque c’è un contesto storico.

Quali sono gli scrittori ai quali guardi come modelli?
Direi Kafka, Pavese e Faulkner. E Genet, come profilo prima che come autore. In generale i miei riferimenti culturali sono più vicini all’Ottocento che al Duemila. Tra i Roth preferisco Joseph.

Che rapporto hai con Roma e con la zona di Roma in cui vivi?
A Roma ci sono nato, ci vivo, il rapporto ha tante sfumature ed è talmente mutevole che dire “di amore e odio” mi sembra dire poco. La considero una metropoli del Mediterraneo, non le chiedo di essere Stoccolma. Per me è complessa, inconoscibile. Stimolante per molti aspetti e insopportabile per altrettanti. Ho trascorso quasi tutta la mia vita in un tranquillo quartiere residenziale, equidistante dal centro e dalla periferia, il che mi ha segnato per molti aspetti. Ora vivo nell’ultimo lembo di un quartiere composito, vivace, in un palazzo che affaccia su una ferrovia, come Fausto nel romanzo.

Cosa ti rimane dentro dei tanti momenti e dei tanti incontri del tour promozionale del tuo ultimo libro?
Il piacere di confrontarmi con le persone su qualcosa che per tre anni e mezzo mi ha tenuto lontano dalle persone. La certezza che esistono librerie, festival, centri culturali, che fanno con cura quello che fanno. E la consapevolezza che non esiste un solo tipo di lettore, e di lettura.

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