Intervista a Tommaso Labranca

Tommaso Labranca
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All'anagrafe Tommaso Labranca, sul web spopola con lo speudonimo T-La. In passato è stato più o meno 'cannibale', ha pubblicato con Einaudi, litigato con Feltrinelli, rotto con Castelvecchi che l'ha lanciato all'esordio con Andy Warhol era un coatto: oggi ci racconta della sua uscita 78.08 per Excelsior 1881, piccola casa di Milano con la quale collabora attivamente... 

 
Partiamo dal titolo di 78.08: più che celebrare il trentennale di Saturday Night Fever il libro sembra un’occasione per riflettere sui cambiamenti avvenuti in questi trent’anni: il tuo parere sembra piuttosto negativo. Cos’è cambiato in peggio? Cosa invece ha saputo migliorarsi?
In realtà il mio parere non è negativo. Credo che qualunque cambiamento sia sempre positivo. La nostalgia che ci porta a considerare il passato come buono e il presente come cattivo ha una sola spiegazione: conosciamo cosa è successo dopo il passato. Nel 1978 non ero più felice di oggi, anzi ero di sicuro più cupo, vessato e pessimista. Però conosco quello che è successo nel 1979 e quindi tolgo da tutta quella negatività almeno l’aspetto di incertezza del futuro. Il 2008 è sicuramente meglio del 1978, ma ha in sé quell’incertezza del domani, tipica del presente, che rende inquieti e porta a chiudersi nella calda sicurezza di un passato definito.
 
Leggendo il tuo libro sembra di scorgere molto della tua persona dietro ai tratti del protagonista, è un errore da lettore poco accorto oppure c’è molto di autobiografico nella vita di Antonio Maniero?
Con Antonio ho in comune la data di nascita e la mania di controllare costantemente il saldo del conto corrente per vedere se hanno saldato le mie fatture... non credo altro. Io non sono veneto di origini, non ho una figlia e una ex moglie. E soprattutto di fronte a persone come la Donna Uno e la Donna Due non sarei così passivo, ma molto più diretto nello sbarazzarmene. Antonio ha quasi paura di intervenire, lascia che le cose si risolvono da sole. Ma non sempre succede e quindi tutti i fastidi si accumulano.
 
Da dove deriva la scelta di legare le origini del protagonista alle nebbiose lande venete e alla città del Santo? I tuoi genitori erano veramente originari di Padova o è tutta finzione letteraria?
Finzione. È stato un vero e proprio “miracolo” di coincidenze. Ho fatto una ricerca per vedere la diffusione del cognome Manero in Italia e ho scoperto che erano ben pochi, mentre i Maniero erano molti di più, concentrati soprattutto nella provincia di Padova. Dovevo creare una omonimia con il protagonista del film e una “i” in più non stonava, anzi rendeva più ottusi quelli che confondevano Antonio con Tony. La catena di coincidenze è poi esplosa con il nome di battesimo che era lo stesso del Patrono patavino. A volte si è fortunati.
 
Nella quarta di copertina leggiamo che il protagonista sogna di rifugiarsi nel .78 stringendo tra le mani un panino al prosciutto: è una semplice rosetta quella a cui ti riferisci oppure c’è un riferimento sottaciuto a Charles Bukowski?
No, non c’è nessuno riferimento a Bukowski che non rientra tra i miei riferimenti culturali. Lo apprezzo, ma le infinite brutte copie incontrate nella mia esistenza, poetucoli da beat generation di Gallarate che non riuscivano a essere Bukowski fino in fondo e a lasciare il nido paterno, me lo hanno fatto un po’ scadere. Il riferimento è a uno dei miei veri pilastri comportamentali, Paperinik, quello vero. Non PK e nemmeno il supereroe che difende Paperopoli in cui è stato traformato negli ultimi anni. Paperinik anima nera di Paperino che pensa solo a vendicare il suo lato diurno e perdente. Di giorno Paperino si rifugiava nel covo segreto del suo alter ego notturno e divorava panini al prosciutto. Da piccolo era il mio sogno: panini e invisibilità. Non è cambiato molto da allora.
 
Oltre ad analizzare il tuo rapporto con il periodo 78.08, all’interno del libro rifletti sulla tua relazione con la città di Milano, è una compagna adorabile oppure risulta una donna isterica, dai ritmi frenetici e disumanizzanti?
Quella dei ritmi frenetici è una bella fandonia che ripete chi, arrivato in città, scopre di essere inetto al lavoro e torna quindi al paesello a vivere di sussidi genitoriali o statali. Magari sarà anche stato vero tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi Milano è invasa dal lassismo. Su otto ore gli eroi del terziario lavorano effettivamente un’ora. Il resto è gazzette sportive, MSN, Facebook, siti porno, racconto di vacanze, preparazione di weekend, sigarette sui balconi...
Non è frenesia quella che ti spinge a correre via dall’ufficio per andare a fare l’happy-hour. Il tema è complesso e lo tocco spesso: Milano non è più quella che era fino agli anni Ottanta. È diventata un paesone per colpa di tanti paesani che vi giungono solo per parlarne male e per sognare Berlino. Dove non si trasferiscono, perché i tedeschi sono gente seria che caccerebbe dopo un giorno simili parassiti.
 
Quali sono invece i tuoi rapporti con il mondo dell’editoria? Dopo il passato burrascoso con Castelvecchi, Feltrinelli e Einaudi, come ti trovi a collaborare con Excelsior 1881? Ti senti più libero presso una casa di minor peso?
Mi sentivo libero anche da Castelvecchi, ma il fatto che non ci fosse più Alberto mi ha fatto preferire il passaggio a un editore appena nato, in cui credo molto e con il quale collaboro anche per progetti non propriamente miei. Della mia unica avventura con Einaudi ho un pessimo ricordo. Non sono abbastanza intellettuale per far parte dell’assonnato mondo editoriale autoreferenziale che certi giganti rappresentano. Scrivere per compiacere i critici e permettere loro di stilare recensini in cui sia possibile usare termini psicoanalitici non è mai stato il mio obiettivo.
 
Cosa puoi dirci invece delle tue collaborazioni nel panorama giornalistico, radiofonico e televisivo? L’impressione è positiva o negativa?
L’impressione è positiva. In fondo faccio un lavoro che moltissimi vorrebbero fare. Lamentarmi sarebbe un peccato. Eppure mi lamento spesso. Quando vedo, soprattutto in televisione, compiti assegnati a trentenni che non hanno idea di cosa ci fosse prima del 1985 e ciò nonostate si credono i nuovi Terzoli e Vaime. I risultati si vedono: arroganza, noia, finto giovanilismo, finta trasgressione, conduttrici ecolaliche che solo trent’anni fa non avrebbero voluto nemmeno in risaia.
 
Confrontando la generazione del .78 con quella dello .08, secondo te cos’è andato perso - irrimediabilmente -  nei giovani d’oggi?
Nulla. Sono esattamente uguali a quelli di allora. C’è una componente impegnata che allora andava in manifestazione a gridare e oggi va a ubriacarsi di pessima birra nei centri sociali. C’è una componente edonista che ai tempi emulava Travolta e oggi si chiama “emo”. E c’è la grande marea di sfigati, senza una appartenenza precisa, un mare infinito di confusi, incerti, “regolari”, come si diceva  negli anni Ottanta. La categoria di cui faceva parte anche Antonio Maniero.
                       

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