Intervista a Torben Khulmann

Articolo di: 

Torben Khulmann ha lo sguardo limpido,  l'aria mite ma decisa, il piglio di uno che sa il fatto suo ma sta germanicamente entro la propria “sfera di sicurezza”. Lo osservo mentre attraversiamo i corridoi di Più libri più liberi assieme all'agente italiana alla ricerca di un posto appartato per fare l'intervista. È più alto di me di una buona spanna (e io conto su un lusinghiero 1 e 86), ma, mentre sedeva allo stand di orecchio acerbo autografando il suo libro, non l'avrei proprio detto. A parte la coppola d'ordinanza da cui non si separa mai, sembra (ed è) un tedesco della sua generazione, “colpito” da un successo improvviso ma, in fondo, messo in conto, “preparato”. Il suo libro (il primo) parla di un topolino che vorrebbe imparare a volare. È illustrato in modo magistrale e funziona benissimo con i bambini. Ci sediamo finalmente nel salottino della sala stampa (tutti e tre), accendo il registratore, comincia l'intervista.



Una tesi di laurea che diventa un progetto che diventa un libro di successo. Non una cosa di tutti i giorni in Italia. Raccontaci com’è andata, vuoi?
Tutto è partito col mio diploma e con una storia che avevo già sviluppato su un topo volante. All’inizio era un’idea abbastanza esile ma è cresciuta col tempo. Volevo renderla perlopiù attraverso le illustrazioni e in effetti ho completato prima la maggior parte delle illustrazioni; restava da scrivere il testo finale. Poi ne ho parlato con un editore tedesco e uno americano, ho avuto dei feedback positivi da parte di entrambi, ho finito di scrivere il testo e l’anno dopo, alla fiera di Bologna, il libro era pronto.

In Lindbergh c’è un debito evidente (e dichiarato) verso le “macchine” di Leonardo da Vinci. Ci sono altri riferimenti più oscuri?
Mah, il libro è pieno di riferimenti a cose che mi hanno ispirato nel corso degli anni… Alcuni tratti stilistici, la luce, sono un po’ ispirati al linguaggio del cinema, alla cinematografia suburbana, poi ci sono Spielberg,  Shaun Tan, Leonardo Da Vinci e, ovviamente, Charles Lindbergh.

Gli scenari della storia sono molto particolari, si passa dal porto di Amburgo (la tua città) all’inizio, alla stazione dei treni, agli scorci a volo d’uccello sull’oceano alla fine. Come li hai studiati?
Beh, ho consultato parecchie documenti d’archivio ad Amburgo, e mi sono occupato specialmente di New York. Ci sono riferimenti alla città di New York anche nella parte amburghese della storia. Per esempio, quando ho disegnato la stazione di Amburgo più grande di quella che era in realtà all’epoca, ho fatto riferimento a Pennsylvania Station, che è enorme con un orologio gigantesco. E ho visto una quantità infinita di foto su internet e su vecchi libri di cronache sugli immigrati in America, l’abbigliamento, i bagagli...

Che ci dici della tecnica che hai usato per illustrare il libro?
Ho usato la mia tecnica, quella che uso di solito per questo genere di illustrazioni. Mi piace molto mischiare matita e acquarelli. L’acquarello è imprevedibile, alterna effetti nebulosi, effetti  più pesanti, effetti più leggeri, si ottengono sempre texture interessanti con gli acquarelli.

C’è un classico dell’animazione Disney, Bianca e Bernie, che mi ha fatto pensare al tuo libro. Topolini protagonisti, il tema del viaggio, il volo, ma c’è una profonda differenza con i tuoi personaggi, e cioè che, nel caso di Lindbergh, non c’è nessuna antropomorfizzazione, i tuoi topi sono topi e basta. Qual è la ragione di questa scelta?
Dipende dal senso di realtà che volevo dare al libro. L’idea era quella di raccontare una storia che fosse una cronaca di fatti accaduti anni prima (e infatti il libro sembra antico e usato), un quid realistico che si sarebbe perso con un topo rappresentato in modo antroporfico. È come per i nostri animali domestici: non c’è bisogno che sorridano e che parlino per essere comunicativi. E quindi è così che ho deciso di ritrarli nel libro.

Il libro è pieno di piccoli marchingegni meccanici, disegnati in modo molto dettagliato. So che quando eri bambino eri appassionato di queste cose e ne producevi in continuazione. Hai fatto lo stesso mentre illustravi il libro? La tua scrivania era invasa di mini-prodigi meccanici?
No. Ne ho costruito soltanto uno ma non per usarlo per il disegno, soltanto per il puro piacere di costruirlo... e anche un po’ per l’editore: “Guarda, ho un booktrailer, e poi questo modellino”.

Stamattina ho letto Lindbergh a mio figlio piccolo (un valoroso seienne) e quando ho chiuso il libro, la sua prima domanda è stata “Papà, mi aiuti a costruire un paio di ali?” (ora!). Credo che l’idea del volo umano sia un’idea ancestrale, che accompagna gli uomini da sempre.
Io non so da dove provenga, ma sì, nel mio caso è sempre stata lì. Io sono sempre stato affascinato dal volo, dal volo individuale, con le ali per esempio, ma anche con gli aeroplani. Costruire qualcosa per raggiungere un obiettivo è sempre stata la mia ispirazione e anche una delle ragioni per cui ho cominciato il libro.

Mentre mi aggiravo per la fiera, quando accennavo al fatto che ti avrei intervistato, tutti (ma proprio tutti) citavano il bootrailer di Lindbergh dicendone meraviglie. Secondo te i booktrailer funzionano?
Secondo me, un booktrailer può essere un valore aggiunto, soprattutto se riesce ad essere autonomo dal libro, cioè se è interessante da guardare, non fa spoiler (piccoli indizi sì, qualche elemento, ma non tutto). In questo senso può essere davvero utile per attirare l’interesse anche di chi non è raggiungibile in altri modi (nell’era di internet e youtube). Si tratta di due media diversi, certo, ma che possono funzionare in modo interessante insieme.

Il tuo libro sembra fatto apposta per essere adattato per un film...
Credo che prima o poi salterà fuori un regista interessato a girare questa storia. E lo spero, mi piacerebbe.

I libri di Torben Khulmann

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER