Intervista a Tracy Chevalier

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L’ultima volta che l’avevo incontrata - in occasione di un altro tour di presentazioni - si muoveva nel paesaggio di Roma timidamente, quasi in punta di piedi. E si rivolgeva a me come se fossi un discendente diretto di Giulio Cesare o di Michelangelo Buonarroti, il che aveva finito per mettermi un po’ in soggezione mentre parlavamo di pittura e di storia. Ora che la risento al telefono dopo qualche anno per parlare di paleontologia e creazionismo (Tracy mia, ma una bella chiacchierata sul calcio o sul cibo quando ce la facciamo?) la gentilezza è rimasta la stessa, la risata è contagiosa, la voce è brillante, tanto che dopo che ho attaccato per un bel po’ ho come l’impressione che il telefono mi stia sorridendo.




Perché tanto interesse per la storia europea antica nei tuoi romanzi ?
Capisco che può sembrare strano che io sia così interessata al passato d’Europa, in fondo noi americani non siamo noti per questo ma per come dominiamo il pianeta. Sembra meno strano però se si considera che io vivo la metà della mia vita a Londra, che ho il doppio passaporto e ogni giorno che passa divento più europea. Scrivo del passato per sfuggire alla mia esperienza quotidiana, e più mi allontano dalla vita di tutti i giorni più mi sembra di scrivere meglio. È come se guardando le cose da molto lontano le vedessi meglio. Scrivere della storia europea da americana insomma mi rende un outsider che forse può regalare un punto di vista inedito e diverso.

Perché raccontare la storia di Mary Anning e di Elizabeth Philpot nel tuo Strane creature?
Perché era una storia che davvero valeva la pena di raccontare. Mary Anning fu una donna eccentrica, diversa, anticonformista, che ha abbracciato una scienza allora appannaggio esclusivo degli uomini. E soprattutto ha scoperto il nostro passato, senza rendersene conto. Tutto è nato dalla mia visita a un piccolo museo in compagnia di mio figlio: stavamo osservando la sezione sui dinosauri quando ho scoperto una piccola mostra su Mary Anning ed Elizabeth Philpot, non sapevo nulla di loro e sono stata colpita moltissimo dalla loro storia, soprattutto dall’episodio del fulmine che ha colpito Mary quando era bambina.

Lo scontro tra darwinismo e creazionismo è ancora di attualità anche se sono passati quasi due secoli dall’apparizione delle teorie evoluzionistiche?
Assolutamente sì: ancora oggi c'è gente che crede nel creazionismo, io volevo comunicare anche con queste persone. Mary Anning è il simbolo della lotta del pensiero evoluzionistico contro le tenebre reazionarie, è vissuta nel pieno della tempesta culturale su questo argomento.

Strane creature mi è parso anche un romanzo dalla forte connotazione sociale: il matrimonio come unica prospettiva per una donna, la diffidenza verso le donne che studiano, l’ambiente asfittico della provincia...
Direi di più: oltre alla questione scientifica, i temi sociali rappresentano il fulcro del libro. Ma più che di matrimonio, mi interessava parlare di come all’epoca era vista l’amicizia, che tra donne era una cosa molto inusuale, soprattutto se tra persone di ceti diversi.

Spesso nei tuoi libri le figure femminili sono centrali. Ti senti una scrittrice di donne e magari anche per donne?
Non scrivo per un pubblico femminile, almeno non del tutto. Però ammetto che ho più interesse per il mondo femminile, gli uomini li trovo decisamente più noiosi e quindi preferisco scrivere di donne.

Ha davvero senso pensare a categorie stagne, ragionare per opposti ? Il tuo L’innocenza sembra voler smentire una volta per tutte questa impostazione...
Mi sono sempre interessati gli opposti, e ho deciso di farne le fondamenta di quel mio romanzo. Quando avevo 7 anni o giù di lì la maestra ci spiegò che un opposto è la cosa più diversa che c’è da un’altra cosa : nero e bianco, grande e piccolo, paradiso e inferno. Poi ad un certo punto chiese "Qual è l’opposto di dottore ?". "L’avvocato", risposi io. "Nooo !", rispose la maestra, "è l’infermiera". Lì per lì mi misi a piangere, perché non riuscivo a capire qual era la logica che regolava questi opposti. Forse cominciavo a intuire in qualche modo che quelli che venivano chiamati opposti erano solo cose diverse, e anzi avevano tante cose in comune. Non ho mai dimenticato quella lezione, e nel romanzo faccio in modo che Blake cerchi di insegnare queste cose ai bambini protagonisti. Persino Blake ed Astley sono opposti fino a un certo punto : idealista e stralunato uno, spregiudicato e pragmatico l’altro. Eppure... Innocenza ed esperienza insomma non sono opposti : si possono attraversare le più diverse esperienze ma riuscire un giorno a ritrovare l’innocenza.

Per i giovanissimi protagonisti de L’innocenza l’incontro con William Blake è l’inizio di un viaggio destinato a cambiar loro la vita. In questo senso è legittimo definire il tuo libro un romanzo di formazione ?
Quando leggo un romanzo lo vivo sempre come un viaggio, e mi piace che i personaggi attraversino dei cambiamenti, non siano mai alla fine quello che erano all’inizio della storia. Così allo stesso modo quando scrivo cerco anch’io di esplorare il cambiamento : creo per i personaggi situazioni che li mettano alla prova. Aver ambientato L’innocenza in un periodo così denso di cambiamenti storici sottolinea questo aspetto, senza contare che i protagonisti sono adolescenti, e l’adolescenza è per definizione una stagione di profondi cambiamenti.

Perché proprio William Blake per questo libro? E in generale con quale criterio scegli i personaggi o i periodi storici su cui scrivere i tuoi romanzi ?
William Blake è famoso in Inghilterra come Dante Alighieri in Italia, fa parte della vita di tutti i giorni. Ci sono suoi versi alle stazioni della metropolitana, a ogni matrimonio si canta il suo Inno a Gerusalemme, e nel cortile del British Museum c’è una statua di Newton basata su uno schizzo proprio di Blake. Quando sono arrivata a Londra la prima volta l’ho scoperto, ho scoperto questa vera e propria icona della cultura anglosassone. Andai subito alla Tate Gallery dove era in corso una grande mostra su di lui, e rimasi letteralmente folgorata : mi ricordo che comprai un taccuino con sulla copertina una sua illustrazione per la Divina Commedia e mi dissi "Inizierò a scrivere il mio prossimo libro su questo taccuino". Ma più in generale non vado in cerca delle mie storie, ho dei flash intuitivi, seguo il mio istinto. Solo successivamente faccio ricerche sul tema che mi interessa e quando ho uno scheletro di storia la arricchisco costruendo uno sfondo storico e ambientale e lavorando sui personaggi. Se il lavoro di tessitura tra storia e fiction funziona, i lettori non riescono a distinguerle. Il romanzo è servito!.


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